don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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FAMIGLIA E ACCOMPAGNAMENTO: LA CHIESA PUÒ ACCOGLIERE SENZA CONFONDERE?

Le parole di Leone XIV sui coniugi Martin e il Documento di sintesi del Cammino sinodale italiano pongono accanto due esigenze reali della pastorale: custodire la verità del matrimonio e accompagnare chi vive situazioni differenti. Il problema nasce quando la vicinanza pastorale viene percepita come equivalenza tra condizioni che la Chiesa continua a distinguere.

Nel messaggio scritto per il decimo anniversario della canonizzazione di Luigi e Zelia Martin, Leone XIV ha utilizzato parole molto chiare sul matrimonio e sulla famiglia. Presentando i genitori di santa Teresa di Gesù Bambino come modello di santità coniugale, il Papa ha ricordato che il matrimonio può diventare un autentico cammino verso Dio e ha parlato, con una nettezza che difficilmente può essere equivocata, dei molti «contro-modelli di unioni» che vengono oggi proposti ai giovani, definendoli spesso passeggere, individualiste ed egoistiche e osservando che producono frutti amari e deludenti.

Non si tratta di una parentesi moralistica dentro un messaggio celebrativo. Leone XIV sta indicando una precisa visione cristiana dell’amore umano, nella quale la fedeltà, la fecondità e la durata appartengono alla forma stessa del dono coniugale. Luigi e Zelia vengono presentati proprio perché mostrano che questa forma non è una costruzione astratta elaborata dalla dottrina, ma può diventare esperienza concreta di gioia, di educazione dei figli, di vita sociale, di lavoro e di fede.

Quasi contemporaneamente, il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia ha proposto che le Chiese locali promuovano percorsi di accompagnamento, discernimento e integrazione per persone che desiderano una maggiore partecipazione ecclesiale e vivono situazioni affettive e familiari stabili differenti dal sacramento del matrimonio. Nel testo vengono esplicitamente nominate le seconde unioni, le convivenze di fatto, i matrimoni e le unioni civili; un’altra proposta riguarda l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender già appartenenti alle comunità cristiane.

La vicinanza temporale dei due testi rende inevitabile una domanda. Come può la Chiesa affermare con chiarezza che esiste una forma del matrimonio corrispondente al disegno del Creatore e nello stesso tempo costruire percorsi di integrazione per persone che vivono situazioni differenti?

La risposta non può essere cercata attraverso una contrapposizione immediata tra il Papa e la Chiesa italiana, perché i due testi rispondono a domande diverse. Leone XIV sta indicando positivamente ciò che la Chiesa propone come verità e vocazione del matrimonio cristiano; il Documento sinodale si domanda come accompagnare pastoralmente persone che già vivono dentro la comunità ecclesiale pur trovandosi in condizioni differenti.

La questione diventa delicata nel momento in cui il linguaggio dell’accompagnamento non rende sufficientemente percepibile questa distinzione. Se la pastorale viene compresa come semplice riconoscimento di tutte le condizioni affettive nello stesso modo, il matrimonio sacramentale rischia di apparire come una possibilità tra le altre, magari più adatta ad alcuni e meno adatta ad altri. Sarebbe difficile conciliare una simile lettura con ciò che la Chiesa continua a insegnare sulla complementarità dell’uomo e della donna, sull’indissolubilità e sull’apertura alla vita.

Il problema, dunque, non è l’accompagnamento in quanto tale. Sarebbe singolare che proprio la Chiesa rinunciasse ad accompagnare chi vive una situazione irregolare, una convivenza, una seconda unione o qualsiasi altra condizione umanamente e spiritualmente complessa. Il Vangelo mostra continuamente Cristo che entra nella vita concreta delle persone e le incontra prima che la loro esistenza sia pienamente ordinata.

Questo incontro, però, possiede una direzione. Gesù accoglie senza chiedere alla persona di presentarsi già trasformata, mentre la sua presenza apre sempre un cammino. La misericordia cristiana non è una dichiarazione secondo cui ogni situazione sarebbe già pienamente conforme al bene; è la possibilità di essere raggiunti da Dio precisamente nel luogo nel quale ci troviamo e di lasciarci condurre verso una libertà più grande.

Anche il discernimento appartiene pienamente alla tradizione della Chiesa. Le situazioni personali possono essere molto differenti, così come differenti possono essere le responsabilità soggettive, la storia, le condizioni psicologiche, gli obblighi verso figli o altri familiari e le possibilità concrete di modificare una situazione. La valutazione morale non può ridursi a una fotografia esterna nella quale tutte le persone che vivono una stessa condizione vengono considerate identiche.

Rimane però necessario distinguere tra il discernimento della responsabilità personale e il giudizio sulla condizione oggettiva. Una situazione può comportare responsabilità soggettive differenti senza per questo diventare equivalente al matrimonio sacramentale. Questa distinzione, che appartiene alla tradizione morale cattolica, permette di accompagnare le persone con rispetto senza modificare la natura delle realtà delle quali stiamo parlando.

È probabilmente qui che il Documento sinodale italiano dovrà trovare, nell’applicazione pastorale, il proprio equilibrio più difficile. Parlare di integrazione può significare molte cose: appartenenza alla comunità, ascolto, preghiera, partecipazione alla vita ecclesiale, accompagnamento personale, servizio possibile e cammino di fede. Non significa necessariamente equiparazione sacramentale o morale.

La precisione delle parole sarà quindi decisiva. In materia così sensibile, un linguaggio pastorale percepito come indistinto rischia di produrre due effetti opposti e ugualmente problematici: alcune persone potrebbero attendersi un riconoscimento dottrinale che la Chiesa non ha espresso, mentre altre potrebbero interpretare ogni forma di accompagnamento come rinuncia alla verità.

Entrambe le letture nascono da una comprensione insufficiente del rapporto tra verità e misericordia. La verità cristiana sull’amore umano non ha bisogno di essere protetta attraverso la distanza dalle persone che vivono situazioni fragili, perché proprio quella verità può diventare una luce quando viene proposta dentro una relazione nella quale la persona si sente realmente ascoltata.

Allo stesso modo, la misericordia perde qualcosa di essenziale quando viene separata dalla possibilità della conversione. Se accompagnare significasse soltanto confermare ciascuno nella condizione nella quale già si trova, la pastorale cesserebbe progressivamente di indicare una meta e rischierebbe di limitarsi alla gestione religiosa dell’esistente.

La storia di Luigi e Zelia Martin aiuta a comprendere meglio ciò che la Chiesa intende quando parla del matrimonio come vocazione. La loro vita non fu costruita sopra un ideale romantico. Conobbero il lavoro quotidiano, la morte di alcuni figli, la malattia, le difficoltà familiari e le prove che appartengono a ogni esistenza reale. Proprio dentro questa concretezza maturò una santità condivisa che Leone XIV presenta ai giovani come una possibilità ancora attuale.

Il Papa sottolinea che furono «profondamente felici» donando la vita, trasmettendo la fede e vedendo crescere le loro figlie sotto lo sguardo del Signore. È importante soffermarsi su questa parola, felicità, perché spesso la proposta cristiana sul matrimonio viene percepita quasi esclusivamente attraverso i suoi limiti e le sue norme.

La Chiesa difende l’indissolubilità e la fecondità precisamente perché ritiene che l’amore umano possieda una grandezza capace di sostenere una promessa. La norma nasce dal bene riconosciuto e cerca di custodirlo, anche quando la fragilità umana rende faticosa la sua realizzazione.

Questa prospettiva impedisce di trasformare le persone che vivono situazioni differenti in una categoria contrapposta alle famiglie considerate regolari. Anche dentro un matrimonio sacramentale possono esistere egoismo, infedeltà interiore, durezza e forme profonde di lontananza dal Vangelo, mentre una persona che vive una situazione irregolare può custodire sinceramente un desiderio di Dio e compiere un cammino reale di fede.

La distinzione tra le situazioni oggettive rimane necessaria proprio perché non coincide con un giudizio sommario sulle persone.

È questa distinzione che la pastorale dovrebbe riuscire a rendere visibile. Il matrimonio sacramentale continua a possedere una forma propria che la Chiesa riconosce come corrispondente alla vocazione cristiana degli sposi; chi vive altre condizioni non viene per questo espulso dalla comunità e può essere accompagnato dentro un percorso che tenga conto della storia concreta e della possibile crescita spirituale.

Anche il termine integrazione acquista senso soltanto dentro questa prospettiva. Integrare qualcuno nella vita ecclesiale non significa dichiarare che ogni aspetto della sua condizione sia conforme al Vangelo. Significa riconoscere che il battesimo, quando esiste, continua a legare quella persona alla Chiesa e che nessun cammino di conversione può essere favorito attraverso l’abbandono.

Il rischio contrario sarebbe quello di concepire la chiarezza dottrinale come una distanza protettiva. Una Chiesa che custodisce perfettamente le formulazioni e non sa più avvicinarsi alla complessità delle vite reali finirebbe per rendere quelle stesse formulazioni difficilmente udibili.

La pastorale esiste precisamente per permettere alla verità della fede di incontrare persone concrete. Per questo non può sostituire la dottrina e non può limitarsi a ripeterla in astratto. Deve tradurla in percorsi, tempi, relazioni e forme di accompagnamento capaci di aiutare ciascuno a comprendere quale passo sia realmente possibile.

Le parole di Leone XIV e il Documento sinodale italiano possono dunque essere letti insieme proprio se rifiutiamo di collocarli su due fronti opposti. Il primo ricorda con forza quale bene la Chiesa desidera custodire; il secondo pone la domanda su come continuare a prendersi cura di coloro che vivono situazioni differenti.

La tensione rimane reale e non sarebbe utile nasconderla. Il linguaggio dell’accompagnamento dovrà evitare ogni impressione di equivalenza tra il matrimonio sacramentale e altre forme di unione, mentre il linguaggio della verità dovrà evitare di trasformare la distinzione morale in esclusione personale.

Questa è probabilmente una delle prove più impegnative della pastorale contemporanea. La cultura nella quale viviamo tende spesso a leggere ogni distinzione come discriminazione e ogni accoglienza come approvazione. La Chiesa non può semplicemente adottare questa alternativa, perché il Vangelo permette di stare vicino a una persona senza rinunciare a chiamare bene ciò che è bene e fragilità ciò che rimane fragile.

La famiglia «così come l’ha voluta il Creatore», della quale parla Leone XIV, rimane quindi il punto di riferimento positivo della proposta cristiana. Proprio perché questa proposta viene considerata un bene e non un privilegio riservato a pochi, la comunità cristiana dovrebbe essere capace di accompagnare con pazienza anche chi oggi si trova lontano da quella forma.

Il documento sinodale verrà giudicato nel tempo soprattutto da ciò che produrrà nella vita delle Chiese locali. Se l’accompagnamento diventerà semplice adattamento della pastorale alla situazione esistente, la preoccupazione per un progressivo indebolimento della testimonianza sul matrimonio sarebbe fondata. Se invece genererà percorsi nei quali le persone vengono accolte realmente e aiutate a confrontarsi con il Vangelo, potrà diventare uno strumento di quella misericordia che prende sul serio sia la fragilità dell’uomo sia la grandezza della sua vocazione.

È qui che la chiarezza di Leone XIV può diventare preziosa anche per interpretare il Cammino sinodale italiano. Il Papa non presenta il matrimonio come un ideale nostalgico da difendere contro il presente, perché attraverso Luigi e Zelia Martin mostra una forma di vita nella quale la fedeltà a Dio rende possibile una felicità concreta.

Questa proposta conserva tutta la propria forza quando viene accompagnata dalla capacità della Chiesa di avvicinarsi a chi non riesce ancora a viverla pienamente.

La sfida consiste dunque nel custodire contemporaneamente la meta e il cammino, sapendo che una pastorale priva di meta rischia di perdere il Vangelo e una verità che non sa farsi cammino rischia di rimanere lontana dalla vita delle persone.

Dentro questo equilibrio la Chiesa italiana dovrà ora imparare a muoversi. Le formulazioni del Documento di sintesi hanno aperto possibilità pastorali che richiederanno interpretazione, prudenza e una chiara relazione con il magistero universale della Chiesa.

Leone XIV, attraverso la vita di Luigi e Zelia Martin, ci ha ricordato quale sia il bene che la comunità cristiana desidera proporre.

Il compito pastorale comincia precisamente da lì: rendere quel bene visibile e desiderabile, e continuare nello stesso tempo a camminare accanto a chi lo cerca da una storia diversa e talvolta ferita.

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