don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

16 OTTOBRE 1978: QUANDO UN PAPA VENUTO DA LONTANO ENTRÒ NELLA NOSTRA CASA

Avevo tredici anni quando Karol Wojtyła apparve alla loggia di San Pietro e disse: «Se mi sbaglio mi corrigerete». A distanza di anni, quella sera continua a raccontarmi qualcosa del ministero di Pietro, della sua umanità e della cattolicità della Chiesa.

La sera del 16 ottobre 1978 avevo tredici anni ed ero davanti alla televisione, come milioni di persone in Italia e nel mondo. Il conclave seguito alla morte improvvisa di Giovanni Paolo I aveva scelto un uomo che quasi nessuno fuori dagli ambienti ecclesiastici internazionali conosceva davvero, e quando dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro apparve Karol Wojtyła fu immediatamente chiaro che stava accadendo qualcosa di inatteso.

Dopo secoli nei quali il Vescovo di Roma era stato italiano, i cardinali avevano eletto l’Arcivescovo di Cracovia, un polacco proveniente da una Chiesa che aveva attraversato prima l’occupazione nazista e poi il regime comunista. Giovanni Paolo II lo disse con semplicità, presentandosi come un nuovo Vescovo di Roma chiamato «da un paese lontano», aggiungendo subito che quel paese era nello stesso tempo vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana.

Ricordo soprattutto il tono. Prima ancora delle grandi parole che avrebbero segnato il pontificato, c’era un uomo che appariva emozionato davanti alla folla e quasi sorpreso dalla strada sulla quale il Signore lo aveva condotto. Confessò di avere avuto paura nel ricevere l’elezione e di averla accolta nello spirito dell’obbedienza a Gesù Cristo e nella fiducia verso Maria.

Poi venne quella frase che rimase immediatamente nella memoria: «Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete».

Aveva sbagliato davvero una forma linguistica e la folla rispose con un applauso e un sorriso. Era una battuta spontanea, nata dall’incertezza di un uomo che stava parlando in una lingua non materna e che in pochi istanti doveva entrare nella vita di un popolo che ancora non lo conosceva.

A distanza di tanti anni mi colpisce proprio questo. Il primo incontro tra Giovanni Paolo II e Roma non fu costruito sulla distanza sacrale di un personaggio che dovesse apparire impeccabile. La sua umanità entrò immediatamente nella scena e proprio attraverso quella umanità il ministero ricevuto diventò più vicino.

Non significa naturalmente che il Papa consegnasse il proprio magistero al giudizio della piazza. Sarebbe assurdo attribuire a quella battuta un programma ecclesiologico che non conteneva. Wojtyła stava semplicemente chiedendo ai romani di aiutarlo con l’italiano, e proprio la semplicità concreta della scena ne ha reso così duratura la memoria.

Il resto di quel breve saluto è altrettanto importante e talvolta viene dimenticato perché la frase sulla correzione ha finito per oscurarlo. Giovanni Paolo II disse di presentarsi a tutti per confessare «la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa» e per ricominciare il cammino della storia e della Chiesa con l’aiuto di Dio e degli uomini.

Dentro poche parole c’era già una parte significativa di ciò che avremmo poi riconosciuto nel suo pontificato. Cristo al centro, una forte dimensione mariana, la coscienza della storia e quella particolare capacità di parlare alla folla senza dissolvere il contenuto della fede dentro la comunicazione.

Il giorno successivo, nel primo radiomessaggio, Giovanni Paolo II avrebbe indicato con chiarezza anche il rapporto con il Concilio Vaticano II, definendone l’attuazione uno dei compiti fondamentali del nuovo pontificato. La sua elezione non rappresentava quindi un ritorno indietro rispetto alla stagione conciliare. Wojtyła apparteneva profondamente al Concilio, vi aveva partecipato e avrebbe dedicato gran parte del proprio ministero all’interpretazione e alla ricezione dei suoi insegnamenti.

Ripensare oggi a quella sera significa anche ricordare quanto diversa fosse l’Europa. La Polonia apparteneva al blocco sovietico, il continente era attraversato dalla cortina di ferro e la possibilità che un polacco diventasse Papa aveva anche un significato storico che avrebbe mostrato progressivamente la propria portata.

Giovanni Paolo II non fu eletto per diventare un protagonista della geopolitica, e sarebbe riduttivo leggerne il pontificato soprattutto attraverso questo criterio. La sua testimonianza contribuì tuttavia a restituire coraggio a popoli ai quali i sistemi totalitari avevano cercato di sottrarre libertà religiosa, identità culturale e capacità di iniziativa.

La sua Polonia lo aveva formato dentro una esperienza nella quale la fede non era un elemento decorativo della vita sociale. Aveva conosciuto la guerra, il lavoro manuale, la clandestinità del seminario e poi il confronto quotidiano con un regime che pretendeva di costruire la società senza Dio. Quando parlava della dignità della persona e della libertà religiosa, quelle parole non appartenevano quindi soltanto alla riflessione accademica.

Negli anni successivi avremmo visto quel Papa percorrere il mondo con una intensità allora difficilmente immaginabile. Il Successore di Pietro avrebbe assunto una presenza internazionale nuova, raggiungendo Chiese locali, popoli e culture che fino a quel momento avevano conosciuto il papato soprattutto attraverso Roma.

La cattolicità naturalmente non cominciò nel 1978. Appartiene alla natura stessa della Chiesa e attraversa tutta la sua storia. L’elezione di Wojtyła contribuì però a renderla visibile in un modo nuovo alla coscienza contemporanea. Il Papa non proveniva più dal tradizionale spazio italiano e portava sulla cattedra di Pietro l’esperienza di una Chiesa dell’Europa orientale, segnata da una storia politica, culturale e spirituale differente.

Per un ragazzo di tredici anni davanti alla televisione tutto questo non era ancora formulabile. Rimaneva soprattutto l’impressione di un uomo che parlava con energia, sorrideva e sembrava improvvisamente ridurre la distanza tra quella loggia altissima e le case nelle quali milioni di persone lo stavano guardando.

Molti anni dopo avrei avuto la grazia di ricevere l’ordinazione sacerdotale proprio da Giovanni Paolo II. Ripensando a quel 16 ottobre, la memoria dell’adolescente davanti alla televisione e quella del sacerdote inginocchiato davanti allo stesso Papa finiscono inevitabilmente per incontrarsi.

Quando lo vidi per la prima volta sullo schermo non potevo immaginare che quell’uomo «venuto da lontano» avrebbe imposto un giorno le mani sul mio capo. La storia personale possiede talvolta queste connessioni che si comprendono soltanto dopo, quando eventi apparentemente lontani rivelano di essere entrati silenziosamente nello stesso cammino.

Questo rende per me il 16 ottobre qualcosa di più di una data importante nella cronologia della Chiesa. Mi ricorda che una vocazione può essere accompagnata anche da volti che entrano nella nostra vita molto prima che comprendiamo il ruolo che vi avranno.

Giovanni Paolo II sarebbe poi diventato per il mondo il Papa del «Non abbiate paura», della difesa instancabile della dignità dell’uomo, dei grandi viaggi apostolici e dell’incontro con i giovani. Avrebbe conosciuto l’attentato, la malattia e la progressiva perdita delle proprie forze, continuando a esercitare il ministero anche attraverso la fragilità del corpo.

Proprio per questo mi sembra importante non trasformarlo in una statua. I santi diventano più interessanti quando vengono restituiti alla concretezza della loro umanità, perché è lì che possiamo vedere ciò che la grazia compie realmente in una persona.

Quella sera del 1978 questa umanità apparve subito. Giovanni Paolo II parlò della propria paura, inciampò nell’italiano e chiese alla folla di correggerlo. Dentro quella semplicità non vi era debolezza del ministero ricevuto; vi era la consapevolezza che l’uomo chiamato a essere Pietro rimaneva un uomo, con la propria storia e i propri limiti.

Il ministero petrino non perde nulla quando questa umanità viene riconosciuta. Al contrario, diventa più comprensibile il mistero di una Chiesa nella quale Cristo affida compiti enormi a persone che continuano ad avere bisogno della grazia.

A distanza di quarantasette anni da quella sera, rivedere quelle immagini continua a suscitare qualcosa che va oltre la nostalgia. Mi ricordano una stagione della mia vita e nello stesso tempo una verità ecclesiale che rimane attuale: la Chiesa attraversa la storia attraverso uomini concreti, ciascuno con il proprio carattere e la propria provenienza, mentre ciò che li supera è la missione ricevuta.

Karol Wojtyła arrivò da lontano e Roma lo accolse quasi immediatamente come uno dei suoi. Quella vicinanza improvvisa non cancellava la distanza tra un uomo e l’ufficio petrino; mostrava piuttosto come il ministero possa entrare nella vita delle persone quando conserva la capacità di parlare loro senza maschere.

È forse questo ciò che conservo più volentieri di quel primo saluto. Prima delle grandi encicliche e dei viaggi, prima delle piazze sterminate e degli eventi che avrebbero segnato la storia, ci fu un uomo che davanti al mondo confessò la propria fede, riconobbe la propria paura e chiese aiuto persino per una parola italiana.

Quella sera, senza saperlo, stavo incontrando una persona che molti anni dopo avrebbe toccato direttamente la mia vita sacerdotale. Ed è forse per questo che ogni 16 ottobre, quando rivedo quella loggia e risento quella voce, la storia della Chiesa e la mia storia personale tornano per un momento a incrociarsi.

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