don Mario Proietti, C.PP.S.

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SANTA TERESA D’AVILA: ENTRARE NEL CASTELLO PER IMPARARE A VIVERE

Nel giorno della sua memoria torno a una santa che ha accompagnato anche una parte del mio ministero. Teresa insegna che l’interiorità cristiana non è fuga dal mondo: più l’uomo entra nel luogo in cui Dio lo attende, più diventa libero di amare e di servire.

Prima che termini questo 15 ottobre vorrei tornare a una santa alla quale sono particolarmente legato. Quando ero cappellano militare in Capitanata dedicai diversi incontri ai fedeli al Castello interiore di Teresa d’Avila, e ricordo ancora quanto mi colpisse il fatto che una donna del XVI secolo riuscisse a parlare dell’anima con una concretezza capace di attraversare i secoli. Teresa entra nelle profondità della vita spirituale senza diventare astratta; parla di Dio e nello stesso tempo resta attentissima alle persone, alle comunità, alle debolezze del carattere e perfino alle piccole fatiche quotidiane dalle quali nessuna esperienza mistica ci dispensa.

È forse anche per questo che continua a essere una maestra tanto attuale. Nel 1970 Paolo VI la proclamò Dottore della Chiesa, prima donna a ricevere ufficialmente questo titolo, riconoscendo che la sua esperienza spirituale non apparteneva soltanto alla storia del Carmelo o alla devozione personale di quanti l’avevano amata, perché la dottrina maturata nella sua vita possedeva una fecondità capace di servire l’intero popolo cristiano.

Teresa era nata ad Ávila nel 1515 e aveva conosciuto molto presto il fascino delle vite dei santi, insieme alle letture cavalleresche che accompagnavano la sua adolescenza. La sua vocazione non maturò attraverso una linea semplice e priva di conflitti. Entrata nel monastero carmelitano dell’Incarnazione, attraversò anni nei quali la preghiera conviveva con fatiche interiori, malattie e una certa dispersione del cuore, fino a quando l’incontro più profondo con Cristo trasformò progressivamente il modo stesso in cui comprendeva la vita spirituale.

È importante ricordarlo, perché la Teresa che conosciamo come grande mistica non nasce già arrivata alle settime dimore. Il suo insegnamento possiede credibilità proprio perché viene da una donna che ha sperimentato la fatica di pregare, le resistenze della volontà e quella singolare capacità umana di desiderare Dio continuando nello stesso tempo a trattenere qualcosa per sé.

La preghiera diventa così il luogo nel quale questa divisione interiore viene lentamente consegnata. Teresa la descrive come un rapporto di amicizia nel quale ci si intrattiene spesso, da soli, con Colui dal quale sappiamo di essere amati. Dentro questa definizione c’è quasi tutta la sua spiritualità: pregare significa entrare in una relazione reale con Cristo, imparando progressivamente a stare davanti a Lui senza nascondersi e senza trasformare la vita spirituale in una tecnica.

Il centro rimane Gesù. Anche quando Teresa descrive le esperienze mistiche più alte, non invita mai a superare l’umanità di Cristo come se essa fosse una tappa inferiore destinata a essere abbandonata. Proprio la sua umanità custodisce il credente da una spiritualità vaga, perché il Dio cercato nella preghiera è il Verbo fatto carne, colui che ha camminato tra gli uomini e nel quale l’amore divino ha assunto un volto umano.

Questa prospettiva raggiunge una delle sue espressioni più mature nel Castello interiore, scritto nel 1577. Teresa immagina l’anima come un castello di grande bellezza, simile a un diamante o a un cristallo limpido, nel quale esistono molte dimore. Il cammino attraverso le sette mansioni descrive la progressiva maturazione della vita cristiana, dagli inizi ancora segnati dal peccato e dalla dispersione fino all’unione più profonda con Dio.

L’immagine è affascinante proprio perché non presenta Dio come qualcuno da raggiungere dopo aver percorso una distanza esterna. Egli dimora già nel centro del castello e il cammino spirituale consiste anche nell’imparare a riconoscere quella Presenza, attraversando tutto ciò che ci mantiene lontani dal nostro stesso centro. L’uomo può vivere ai margini della propria interiorità, occupato da rumori, preoccupazioni e desideri che gli impediscono di conoscere davvero ciò che accade dentro di lui.

Entrare nel castello non significa però chiudersi. Questa sarebbe una lettura profondamente estranea a Teresa. Quanto più il cammino della preghiera avanza, tanto più la persona diventa capace di amare e di servire. La misura della vita mistica non è la quantità delle esperienze straordinarie, perché l’unione con Dio diventa autentica quando trasforma il modo di stare con gli altri e rende più disponibile alla volontà divina.

Anche per questo Teresa non separa mai seriamente contemplazione e riforma. La donna che entra nel silenzio della preghiera è la stessa che attraversa la Spagna, affronta viaggi difficili, discute con superiori e autorità, fonda monasteri e scrive lettere nelle quali emergono intelligenza pratica, humour e una capacità notevole di comprendere le persone.

La riforma del Carmelo nasce da questo intreccio. Teresa desiderava comunità più raccolte, povere e fraterne, nelle quali la preghiera potesse essere vissuta con maggiore intensità e libertà. Il suo progetto incontrò resistenze e incomprensioni, perché ogni riforma autentica mette inevitabilmente in discussione abitudini che nel tempo sono diventate rassicuranti. Teresa non reagì costruendo una spiritualità contro la Chiesa; cercò invece di rinnovare la propria famiglia religiosa dentro una fedeltà ecclesiale che rimase fortissima anche nei momenti più difficili.

La sua celebre «determinata determinazione» nasce precisamente qui. Non è ostinazione temperamentale e non è l’eroismo di chi pensa di potersi conquistare Dio con lo sforzo. È la decisione di continuare il cammino della preghiera anche quando non se ne percepiscono immediatamente i frutti, fidandosi del fatto che Dio opera nella persona con tempi che spesso sfuggono alla nostra impazienza.

Teresa conosce bene questa impazienza e per questo non costruisce una spiritualità riservata alle persone naturalmente raccolte. Le distrazioni, le fatiche del corpo e l’instabilità emotiva non sono per lei prove del fallimento della preghiera. Imparare a pregare significa anche accettare la propria condizione concreta e continuare a offrire a Dio ciò che realmente siamo, invece dell’immagine spiritualmente più decorosa che vorremmo avere di noi stessi.

Il Castello interiore possiede così una sorprendente capacità di smascherare l’illusione religiosa. Possiamo vivere nella stessa casa senza conoscere le stanze più profonde, fermandoci in quegli spazi nei quali la fede rimane abitudine, rispetto esteriore o ricerca occasionale di consolazione. Teresa invita ad avanzare perché sa che Dio desidera una relazione capace di coinvolgere progressivamente tutta la persona.

Nelle prime dimore l’uomo comincia a riconoscere la necessità della conversione e del distacco dal peccato; procedendo, la preghiera diventa più semplice e l’iniziativa di Dio appare con maggiore evidenza. Nelle dimore più profonde Teresa descrive forme di unione nelle quali l’anima sperimenta con particolare intensità l’azione della grazia, fino alla settima dimora, dove utilizza il linguaggio sponsale per parlare della comunione con Dio.

Questa progressione non dovrebbe essere letta come una classifica spirituale nella quale ciascuno tenta di stabilire quale livello abbia raggiunto. Teresa sarebbe probabilmente la prima a diffidare di un simile esercizio. Le dimore servono piuttosto a mostrare che la vita spirituale può maturare e che Dio chiama l’uomo a una relazione sempre più profonda, mentre l’umiltà rimane il criterio che impedisce alla crescita nella preghiera di diventare compiacimento di sé.

È proprio l’umiltà a tenere insieme la mistica e la concretezza teresiana. Conoscere Dio significa conoscere meglio anche se stessi, compresi i propri limiti. La persona che entra veramente nel castello non diventa più interessata alla propria esperienza spirituale; diventa progressivamente più libera dall’ossessione per se stessa.

Questo insegnamento mi sembra particolarmente prezioso nel nostro tempo, nel quale la parola «interiorità» rischia facilmente di diventare sinonimo di benessere psicologico o ricerca di una zona privata nella quale proteggerci dalle tensioni esterne. Teresa non invita a rifugiarsi dentro di sé per sottrarsi alla realtà. Invita a scendere nel profondo perché lì l’uomo incontra Dio e, incontrandolo, riceve una libertà nuova per tornare alla realtà con maggiore verità.

La preghiera cristiana non è quindi una tecnica di isolamento. Porta dentro la comunione della Chiesa e apre alla responsabilità. Benedetto XVI, presentando Teresa, ricordava che nel culmine del Castello interiore emergono insieme le dimensioni trinitaria, cristologica, antropologica ed ecclesiale della vita cristiana. La mistica teresiana non finisce nel rapporto privato tra l’anima e Dio, perché l’unione conduce dentro il mistero di Cristo e del suo Corpo.

Anche il celebre testo che comincia con «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi» può essere letto dentro questa esperienza. La pace di cui Teresa parla non nasce dall’assenza delle difficoltà e certamente non dalla convinzione che tutto andrà secondo i nostri progetti. Nasce dalla stabilità di Dio, da quel «Dio non muta» che permette alla creatura di attraversare ciò che cambia senza perdere il punto al quale affidare la propria vita.

Quando anni fa cercavo di spiegare il Castello interiore ai fedeli, ciò che mi sembrava più importante era far comprendere che Teresa non stava descrivendo un mondo riservato ai mistici. Parlava della vocazione cristiana, del cammino attraverso il quale ogni battezzato può permettere alla grazia di raggiungere zone della propria vita che spesso rimangono chiuse perfino a noi stessi.

A distanza di anni ritrovo ancora in lei la stessa provocazione. Possiamo conoscere molte cose della fede e rimanere sulla soglia del nostro castello, oppure possiamo lasciare che la preghiera ci conduca più profondamente verso quella verità nella quale Dio ci attende e dalla quale la nostra vita può lentamente essere trasformata.

Teresa non promette un cammino facile e non costruisce scorciatoie spirituali. Chiede quella decisione perseverante che lei chiamava «determinata determinazione», insieme a una fiducia profonda nell’azione della grazia. L’uomo entra, Dio conduce, e lungo questo cammino l’interiorità smette di essere un rifugio per diventare il luogo nel quale impariamo a ricevere nuovamente la nostra vita dalle mani del Signore.

Per questo, nel giorno della sua memoria, torno volentieri a una donna che continua a insegnare alla Chiesa qualcosa di essenziale: si può andare molto profondamente dentro di sé senza diventare prigionieri di se stessi, perché al centro del castello non troviamo semplicemente il nostro io. Troviamo una Presenza che ci precede, ci chiama per nome e, proprio mentre ci conduce verso di sé, ci restituisce agli altri con un cuore più libero.

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