Una riflessione sull’“esculturazione” dopo l’incontro del clero con l’Arcivescovo
Durante l’incontro mensile del clero della nostra diocesi di Spoleto-Norcia, l’Arcivescovo Renato Boccardo ha pronunciato una parola che mi è rimasta nella mente anche dopo essere tornato a casa: esculturazione della fede. L’aveva raccolta da un amico francese e l’ha proposta per descrivere qualcosa che tutti, in forme diverse, incontriamo ormai nella vita pastorale.
La parola è insolita e proprio per questo incuriosisce. Sono andato a cercarne l’origine e ho scoperto che viene utilizzata dalla sociologa francese Danièle Hervieu-Léger, in particolare nel suo studio del 2003 Catholicisme, la fin d’un monde. Con exculturation ella indica il progressivo scioglimento di quei legami che per lungo tempo avevano unito la cultura cattolica alle rappresentazioni condivise di una società. La fede può continuare a essere presente nella vita di molte persone, mentre il mondo culturale nel quale esse abitano non possiede più spontaneamente la grammatica necessaria per comprenderla.
Mi sembra che questa precisazione aiuti a riconoscere ciò che sta accadendo anche intorno a noi.
Una persona può continuare a pregare e cercare la Chiesa in alcuni passaggi decisivi della propria esistenza, conservando nello stesso tempo una concezione della vita, della libertà o della famiglia formata quasi interamente da categorie ormai estranee alla tradizione cristiana. Può entrare in una chiesa e avvertire che quello spazio possiede qualcosa di sacro, senza riuscire più a interpretarne i segni. Può conoscere alcune parole del cristianesimo e avere perduto il mondo di significati dal quale quelle parole provengono.
L’esculturazione comincia precisamente qui. La fede smette progressivamente di fornire una forma condivisa alla vita.
Paolo VI aveva intravisto con straordinaria lucidità questo processo quando, nell’Evangelii nuntiandi, scriveva che la rottura tra Vangelo e cultura costituisce uno dei drammi della nostra epoca. Per questo chiedeva un’evangelizzazione capace di raggiungere le culture in profondità, fino ai criteri con cui gli uomini giudicano la realtà e costruiscono i propri modelli di vita.
È un’intuizione che viene direttamente dalla Gaudium et Spes. Il Concilio utilizza la parola “cultura” in un senso molto più ampio di quello con cui la impieghiamo quando pensiamo semplicemente all’arte o allo studio. La cultura è il mondo attraverso il quale una persona impara a comprendere se stessa e la realtà: comprende il modo di vivere, le forme attraverso cui una società esprime ciò che considera prezioso, i linguaggi con cui comunica le proprie esperienze e perfino il rapporto che intrattiene con il tempo.
Per questo la perdita di una cultura cristiana non riguarda soltanto la diminuzione della pratica religiosa.
Tocca il modo in cui l’uomo immagina la propria esistenza.
In una cultura segnata dal cristianesimo, anche chi viveva lontano dalla pratica ecclesiale incontrava continuamente parole, immagini e tempi che rimandavano alla fede. Il calendario raccontava una storia cristiana. Le campane organizzavano il tempo della comunità. Le feste conservavano una memoria. L’arte rendeva visibili episodi biblici che appartenevano al patrimonio comune. La morte possedeva un linguaggio nel quale il suffragio e la speranza della risurrezione risultavano comprensibili.
Molto di questo continua a esistere. Il suo significato, però, non è più evidente.
Qui sarebbe facile lasciarsi prendere dalla nostalgia e immaginare che la risposta consista nel ricostruire semplicemente il mondo di ieri. La questione posta dal Vangelo è più profonda. La Chiesa non è legata indissolubilmente a una determinata forma culturale. La Gaudium et Spes ricorda che, attraversando i secoli, essa ha assunto linguaggi diversi e ha incontrato popoli differenti, lasciando che il Vangelo fecondasse ciò che trovava.
La Tradizione stessa mostra questa capacità generativa. Ha ricevuto, purificato e trasformato. Ha saputo parlare latino dopo aver annunciato il Vangelo in greco. Ha utilizzato categorie filosofiche nate fuori dal cristianesimo per formulare con maggiore precisione la propria fede. Ha costruito basiliche e monasteri, poi ha generato forme artistiche nuove quando la storia le presentava condizioni diverse.
Una cultura cristiana viva nasce sempre da questo incontro tra la permanenza della verità ricevuta e una storia che continua a muoversi.
San Tommaso ci offre un principio prezioso quando afferma che la grazia presuppone la natura e la porta alla sua perfezione. Il cristianesimo non ha bisogno di impoverire ciò che è autenticamente umano per affermare la propria originalità. Può accogliere tutto ciò che è vero nell’esperienza dell’uomo e condurlo verso una pienezza che trova in Cristo la propria luce.
La vera difficoltà del nostro tempo nasce dal fatto che questo incontro avviene oggi dentro un ambiente culturale nel quale il cristianesimo occupa una posizione molto diversa rispetto al passato.
Durante l’incontro del clero, la riflessione sulla condizione dei giovani ha mostrato con particolare evidenza questo cambiamento. È stata pronunciata un’espressione molto semplice che merita di essere ricordata: l’oratorio non è il seminario.
Dietro quella frase c’è un criterio pastorale importante. I ragazzi che incontriamo non arrivano necessariamente con un linguaggio religioso già formato. Portano domande vere e spesso profonde, mentre il loro immaginario è stato costruito altrove molto prima che noi li incontrassimo.
Una parte crescente della loro formazione culturale avviene attraverso lo spazio digitale. I contenuti che scorrono ogni giorno sullo schermo non forniscono soltanto informazioni. Suggeriscono continuamente che cosa desiderare, quale idea avere del corpo e quali relazioni considerare normali. Creano familiarità con alcune visioni della vita e rendono altre progressivamente estranee.
Questo ambiente non va demonizzato. Va conosciuto.
L’evangelizzazione perde efficacia quando parla a un giovane che esiste soltanto nella nostra immaginazione pastorale. Occorre conoscere quello reale, ascoltare le parole con cui descrive la propria vita e comprendere le immagini attraverso le quali interpreta il mondo. Da lì può cominciare un annuncio che non imita il linguaggio dominante e riesce ugualmente a farsi comprendere.
Anche la liturgia permette di osservare molto bene l’esculturazione.
Per secoli una parte considerevole del linguaggio simbolico della liturgia trovava corrispondenze nella vita quotidiana delle persone. Oggi molti gesti vengono incontrati per la prima volta quando si entra in chiesa. Il linguaggio biblico risulta meno familiare e perfino la struttura dell’anno liturgico può apparire come qualcosa di completamente separato dal tempo ordinario.
La tentazione pastorale consiste allora nel moltiplicare le spiegazioni durante la celebrazione o nel semplificare continuamente il rito perché diventi immediatamente accessibile.
La via più feconda mi sembra quella della mistagogia: accompagnare progressivamente le persone dentro un linguaggio ricevuto, permettendo ai segni di essere conosciuti attraverso l’esperienza e la catechesi. La liturgia può così tornare a formare una cultura cristiana proprio perché insegna all’uomo un modo diverso di abitare il tempo e di guardare la realtà.
Qualcosa di analogo vale per l’arte sacra.
Ogni chiesa racconta una teologia prima ancora che inizi una predica. Il modo in cui lo spazio conduce verso l’altare, il posto occupato dalla croce e la relazione tra luce e immagini educano silenziosamente lo sguardo. L’arte cristiana contemporanea possiede quindi una responsabilità grande. Può cercare forme nuove senza perdere la capacità di aprire l’uomo alla trascendenza.
Essere fedeli alla Tradizione non richiede di riprodurre indefinitamente ciò che un’altra epoca ha realizzato. Richiede di custodire quella comprensione dell’uomo e di Dio che ha reso possibili quelle opere, affinché possa generare ancora.
Qui l’esculturazione diventa anche una domanda rivolta a noi.
Siamo certi che il problema riguardi soltanto una società che non comprende più il cristianesimo?
Esiste anche la possibilità che noi cristiani abbiamo progressivamente smarrito la capacità di esprimere culturalmente la fede che professiamo. Possiamo recitare il Credo e poi utilizzare, nel giudicare la vita quotidiana, categorie che provengono interamente da altrove. Possiamo difendere la dottrina e possedere un’immaginazione profondamente modellata dal mondo che critichiamo.
L’esculturazione passa anche attraverso questa frattura interiore.
Per questo la risposta non può ridursi a una battaglia per conservare simboli cristiani nello spazio pubblico. Quei simboli hanno valore quando continuano a rimandare a una vita capace di generarli.
Una croce custodita su una parete rimane un segno prezioso. Una comunità che vive realmente della logica della Croce rende quel segno nuovamente comprensibile.
Qui intravedo anche una possibilità di speranza.
La fine di molte evidenze culturali cristiane rende più faticosa la trasmissione della fede e costringe la Chiesa a misurarsi con una condizione missionaria che in Europa avevamo quasi dimenticato. Allo stesso tempo ci chiede di tornare alla sorgente e di domandarci quali forme possano nascere oggi da una fede realmente vissuta.
Non serve costruire artificialmente una “cultura cattolica” come recinto parallelo. Occorre che il Vangelo torni a generare cultura attraverso cristiani che pensano la realtà alla luce della fede, celebrano con verità e abitano il proprio lavoro lasciando che Cristo dia forma alle loro scelte.
Una comunità cristiana può cominciare da molto vicino.
Può chiedersi che cosa apprende un bambino entrando nella sua chiesa, quale immagine della fede riceve un ragazzo frequentando l’oratorio e quale esperienza di Dio offre una celebrazione domenicale. Può interrogarsi sul linguaggio della propria catechesi e sulla qualità delle relazioni che crea. Può tornare a considerare la bellezza come una responsabilità ecclesiale, perché ciò che è vero ha bisogno anche di una forma capace di essere incontrata.
Sono domande concrete. Dietro di esse si trova una questione enorme.
La fede diventa cultura quando riesce a diventare abitabile.
Accade quando un uomo può riconoscere nel Vangelo una luce con cui comprendere anche ciò che accade fuori dalla chiesa, e quando una comunità cristiana genera forme di vita nelle quali quella luce diventa visibile.
Forse la parola ascoltata oggi dal nostro Arcivescovo contiene proprio questa provocazione.
L’esculturazione descrive una perdita reale. Ci consegna anche un compito.
Non siamo chiamati a restaurare artificialmente il mondo che ha preceduto questo processo. Siamo chiamati a ricevere ancora una volta il Vangelo con tale profondità da permettergli di generare forme cristiane dentro il mondo che esiste oggi.
È così che la fede torna a entrare nella cultura.
E quando questo accade, non è soltanto la cultura a ricevere qualcosa dal cristianesimo. Anche la Chiesa scopre nuovamente quanto inesauribile sia il Vangelo che le è stato affidato.
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