don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Il 15 ottobre 2025 i sacerdoti di Spoleto-Norcia si sono ritrovati a Cesi di Colfiorito per rileggere l’Assemblea diocesana. Dal confronto sono emerse soprattutto due esigenze: una formazione cristiana più profonda e una corresponsabilità capace di diventare realmente stile ecclesiale.

A pochi giorni dalla conclusione dell’Assemblea diocesana del 10, 11 e 12 ottobre, il presbiterio di Spoleto-Norcia si è ritrovato nella mattinata del 15 ottobre presso la Casa di Cesi di Colfiorito. È stato un incontro diverso da quelli nei quali un relatore propone un tema già definito e agli altri rimane il compito di ascoltare. Dopo la preghiera dell’Ora Terza, l’Arcivescovo Renato Boccardo ha invitato i sacerdoti presenti a raccontare con libertà ciò che dell’Assemblea era rimasto loro dentro, quali domande avesse aperto e quali difficoltà fossero emerse pensando al cammino futuro.

Mi è sembrato significativo che il primo passo dopo un appuntamento diocesano tanto impegnativo sia stato precisamente questo: tornare ad ascoltarsi. Un’Assemblea può produrre documenti, indicazioni e progetti, mentre la sua vera ricezione comincia quando coloro che dovranno viverne le intuizioni provano a misurarsi sinceramente con esse, riconoscendo insieme ciò che ha generato entusiasmo e ciò che continua a suscitare resistenze.

Il clima dell’incontro è stato familiare e molto franco. Dai diversi interventi è emersa gratitudine per l’esperienza vissuta con i laici e per la qualità di alcune testimonianze ascoltate durante l’Assemblea, insieme alla consapevolezza che il problema comincia proprio quando termina un evento ben riuscito. L’entusiasmo di alcuni giorni può facilmente dissolversi se non viene accompagnato da percorsi capaci di cambiare lentamente il modo in cui una comunità pensa, decide e assume le proprie responsabilità.

La parola tornata con maggiore insistenza è stata formazione. Non nel senso di aggiungere semplicemente altri incontri a calendari già affollati, perché il rischio di riempire le agende ecclesiali è uno dei pochi settori nei quali continuiamo a mostrare un’efficienza quasi miracolosa. La questione emersa riguarda piuttosto la qualità della fede con la quale sacerdoti e laici stanno entrando nella trasformazione pastorale in corso.

Se la fede rimane affidata soprattutto alle consuetudini, diventa difficile affrontare una stagione nella quale quelle consuetudini non possiedono più la forza sociale di un tempo. Occorre tornare alla Scrittura, alla teologia e alla tradizione viva della Chiesa, perché una comunità può assumere nuove responsabilità soltanto quando comprende meglio ciò che crede e sa riconoscere ciò che appartiene al cuore del Vangelo rispetto alle forme storiche attraverso le quali lo abbiamo vissuto.

Questa necessità appare ancora più evidente nel confronto con una cultura nella quale molte parole cristiane hanno smesso di essere immediatamente comprensibili. Espressioni come salvezza, redenzione, peccato, grazia o vita eterna appartengono ancora al nostro vocabolario ecclesiale, mentre spesso non appartengono più all’orizzonte nel quale uomini e donne interpretano spontaneamente la propria esistenza. Il problema non si risolve abbandonando quelle parole e nemmeno ripetendole più forte; richiede la fatica di comprenderne nuovamente la profondità per poterle comunicare dentro le domande reali delle persone.

Dentro questo quadro si colloca anche la questione della corresponsabilità, che il cammino delle Pievanie sta portando in primo piano. Per molto tempo la vita pastorale delle nostre comunità ha potuto organizzarsi attorno alla presenza stabile del sacerdote, al quale finivano per convergere non soltanto le responsabilità proprie del ministero ordinato, ma anche molte decisioni e attività che potrebbero essere assunte dall’intera comunità cristiana.

Il mutamento che oggi siamo chiamati a vivere non nasce soltanto dalla diminuzione numerica dei sacerdoti. Se lo interpretassimo in questo modo, la corresponsabilità laicale diventerebbe facilmente una soluzione di emergenza: dal momento che il prete non riesce più a fare tutto, qualcuno deve aiutarlo. Il Concilio Vaticano II ha invece ricordato che la partecipazione dei fedeli alla vita e alla missione della Chiesa nasce dal Battesimo e dalla Confermazione, quindi precede qualsiasi necessità organizzativa determinata dalla scarsità del clero.

Le Équipe pastorali delle Pievanie acquistano senso dentro questa prospettiva. Non sostituiscono il ministero proprio dei sacerdoti e non costituiscono una sorta di parroco collettivo, perché la natura sacramentale e canonica dei diversi ministeri deve rimanere chiara. Possono però diventare il luogo nel quale la responsabilità pastorale viene realmente pensata insieme, facendo entrare nel discernimento ecclesiale l’esperienza di persone che vivono condizioni familiari, professionali e sociali differenti e che possono aiutare la comunità a percepire domande che altrimenti rimarrebbero fuori dai nostri consueti circuiti pastorali.

Una simile corresponsabilità richiede anche al sacerdote una conversione del proprio modo di esercitare il ministero. È relativamente facile chiedere ai laici di collaborare quando ciò significa eseguire qualcosa che abbiamo già deciso; diventa più impegnativo condividere il momento nel quale le priorità vengono pensate e le scelte prendono forma. Proprio qui si misura la differenza tra una collaborazione funzionale e una vera esperienza ecclesiale.

Lo stesso vale, naturalmente, per i laici. La corresponsabilità non può essere interpretata come conquista di uno spazio precedentemente riservato al clero, perché la logica della Chiesa non è quella della distribuzione del potere tra gruppi concorrenti. Chiede piuttosto che ciascuno assuma la parte di responsabilità ricevuta nella comunione, rispettando la diversità dei ministeri e riconoscendo che l’annuncio del Vangelo riguarda l’intero popolo di Dio.

Il confronto di Cesi ha mostrato quanto questo passaggio sia ancora in costruzione. Ci sono sensibilità diverse, timori comprensibili e modi differenti di immaginare il futuro delle comunità. Sarebbe artificiale pretendere che pochi giorni di Assemblea abbiano già prodotto una visione perfettamente condivisa. Più importante è il fatto che quelle differenze possano essere portate dentro una relazione fraterna nella quale si continua a cercare insieme.

Anche la Casa di Cesi di Colfiorito, recentemente completata e destinata alle attività pastorali e formative della diocesi, ha offerto alla giornata una cornice significativa. I suoi spazi potranno accogliere ritiri, incontri e campi rivolti soprattutto alle nuove generazioni, diventando uno degli strumenti attraverso i quali quella formazione di cui abbiamo parlato potrà assumere una forma concreta.

Gli edifici ecclesiali hanno però senso quando vengono abitati da un progetto e da una comunità. La diocesi dispone ora di uno spazio nuovo; la domanda più importante riguarda ciò che vi faremo crescere dentro. Una casa destinata alla formazione può diventare un segno del futuro soltanto se aiuta le persone a incontrarsi, ascoltare la Parola e comprendere meglio la propria vocazione dentro la Chiesa.

Ripensando alla mattinata, mi sembra che il valore maggiore dell’incontro non sia stato quello di aver raggiunto conclusioni definitive. Non era questo il momento. Dopo un’Assemblea diocesana che ha chiesto di guardare con maggiore decisione alle Pievanie, alla formazione e alla missione, il presbiterio aveva anzitutto bisogno di capire come quelle parole fossero state ricevute e quali domande stessero suscitando.

È emersa così una consapevolezza che merita di accompagnarci: il futuro pastorale della diocesi non verrà garantito semplicemente da una struttura nuova. Le Pievanie potranno diventare feconde nella misura in cui cambierà il modo di pensare la comunità cristiana, crescerà una formazione capace di sostenere una fede adulta e sacerdoti e laici impareranno progressivamente a riconoscersi corresponsabili della stessa missione secondo la diversità delle loro vocazioni.

Questo cammino avrà bisogno anche di pazienza. Quando cambiano abitudini consolidate, non tutto procede alla stessa velocità e non tutte le comunità possiedono le medesime risorse. Esisteranno inevitabilmente tentativi da correggere e soluzioni che sulla carta sembravano efficaci e nella vita reale mostreranno i propri limiti. Una Chiesa che discerne non considera questi passaggi necessariamente come fallimenti, perché anche l’esperienza permette di comprendere meglio ciò che realmente serve all’annuncio.

L’incontro di Cesi mi è sembrato importante precisamente perché ha restituito al presbiterio uno spazio nel quale questa ricerca può essere condivisa. Il sacerdote che vive da solo le trasformazioni pastorali rischia facilmente di interpretarle come un peso aggiunto al proprio ministero; quando esse diventano oggetto di un confronto fraterno, possono essere comprese dentro un cammino più grande del singolo incarico e della singola parrocchia.

Pochi giorni prima, concludendo l’Assemblea diocesana, l’Arcivescovo aveva richiamato la parola di Paolo: «Ricordati di Gesù Cristo». Tornando da Cesi, mi pare che anche il confronto del presbiterio debba essere letto sotto quella stessa luce. Formazione, corresponsabilità e nuove strutture pastorali acquistano valore quando aiutano una comunità a custodire più profondamente la memoria viva del Signore e a renderla accessibile a uomini e donne che non possono più riceverla semplicemente per abitudine.

La domanda con la quale siamo tornati alle nostre comunità non riguarda allora soltanto il buon esito dell’Assemblea appena conclusa. Riguarda il tipo di Chiesa che stiamo preparando per gli anni che verranno e la disponibilità con cui siamo pronti a lasciarci formare, come sacerdoti e come popolo di Dio, perché il Vangelo continui ad avere una voce riconoscibile dentro una società profondamente cambiata.

Rispondi

Scopri di più da Due palmi sopra il cuore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere