Maria, modello della Chiesa: tornare a Cristo senza inventare ogni volta una Chiesa diversa
Con l’inizio di ottobre ritorna nella vita cristiana una devozione che attraversa generazioni molto diverse e che, proprio per la sua semplicità, rischiamo talvolta di considerare quasi scontata: il Rosario. La particolare associazione tra ottobre e questa preghiera non nasce da un’abitudine indefinita della pietà popolare. Nel 1883 Leone XIII, attraverso l’enciclica Supremi Apostolatus Officio, chiese che l’intero mese di ottobre fosse dedicato con speciale intensità alla Vergine del Rosario, invitando il popolo cristiano a ricorrere alla sua intercessione dentro un tempo che egli percepiva segnato da profonde difficoltà per la Chiesa. L’anno successivo confermò quella scelta, contribuendo a radicare stabilmente ottobre nella memoria cattolica come mese del Rosario. (Leone XIII, Supremi Apostolatus Officio)
Rileggendo oggi quella tradizione, però, sarebbe troppo poco utilizzare il Rosario come una sorta di strumento religioso da impugnare contro le crisi del presente. La sua forza cristiana è molto più profonda, perché la preghiera mariana conduce continuamente al mistero di Cristo. Paolo VI, in Marialis cultus, ricordava che il Rosario è stato chiamato «compendio di tutto quanto il Vangelo» e ne sottolineava la natura contemplativa: attraverso la successione dei misteri, il credente ripercorre gli eventi fondamentali della salvezza e viene riportato al centro della fede, che non è Maria considerata isolatamente, ma Cristo contemplato insieme a lei. (Paolo VI, Marialis cultus)
È precisamente qui che il mese mariano può diventare anche un tempo utile per riflettere sulla vita della Chiesa.
Negli ultimi anni utilizziamo frequentemente la parola riforma. Parliamo di riforma delle strutture, dei ministeri, della Curia, delle parrocchie e degli organismi pastorali; discutiamo su ciò che dovrebbe cambiare, sulle forme che non rispondono più alle esigenze presenti e sui linguaggi attraverso i quali la Chiesa potrebbe raggiungere uomini e donne che sembrano progressivamente più lontani. Sono domande legittime e molte volte necessarie. Nessuna comunità viva può confondere la fedeltà con la semplice conservazione di tutto ciò che ha ricevuto nella forma storica nella quale lo ha trovato.
Maria introduce però dentro questa discussione una domanda precedente: da dove comincia una riforma ecclesiale?
Il Concilio Vaticano II, nell’ultimo capitolo di Lumen gentium, non presenta Maria come un ornamento devozionale aggiunto alla dottrina sulla Chiesa. La definisce «figura» della Chiesa nell’ordine della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo. Prima di domandarci quali strutture costruire, quindi, la figura di Maria ci riporta a ciò che la Chiesa è chiamata a essere nella propria radice più profonda: una comunità che riceve la Parola, vi aderisce nella fede e permette allo Spirito di renderla feconda. (Lumen gentium)
Questo cambia molto il modo di intendere il rinnovamento. Maria non propone un progetto ecclesiastico e non offre un modello organizzativo. La sua esistenza mostra piuttosto la forma spirituale senza la quale qualunque riforma rischia di diventare una semplice redistribuzione delle funzioni. Nell’Annunciazione ascolta una Parola che non nasce da lei, domanda di comprenderla e infine si consegna a ciò che Dio sta compiendo. A Cana conduce l’attenzione verso Cristo dicendo ai servi di fare ciò che egli dirà. Ai piedi della Croce rimane dentro un mistero che non corrisponde alle attese umane di successo. Nel Cenacolo prega con i discepoli mentre la Chiesa attende il dono dello Spirito.
Sono scene differenti e possiedono un filo comune: Maria non mette se stessa al centro del disegno di Dio. Riceve, custodisce e indica il Figlio.
Forse proprio questa è una delle domande che il nostro tempo ecclesiale dovrebbe recuperare. Una riforma può nascere da analisi corrette e utilizzare strumenti pastorali molto competenti, mentre rimane fragile se la comunità che dovrebbe viverla non cresce contemporaneamente nella capacità di ascoltare. Possiamo moltiplicare consultazioni, strutture partecipative e progetti e continuare ugualmente a riprodurre dentro forme nuove le stesse logiche di protagonismo, di competizione e di autosufficienza dalle quali desideravamo liberarci.
Maria non offre una scorciatoia devota rispetto a questi problemi. Li porta a una profondità maggiore.
La Chiesa diventa feconda quando accetta di non essere origine di se stessa. Riceve Cristo, riceve la Parola, riceve i sacramenti, riceve una Tradizione che non possiede come un bene privato e riceve persino il tempo storico nel quale è chiamata a testimoniare. La sua libertà consiste nel rispondere creativamente a ciò che ha ricevuto, senza trasformare la creatività nella pretesa di ricominciare ogni volta da zero.
È significativo che Lumen gentium presenti Maria anche come immagine di ciò che la Chiesa sarà nel proprio compimento. La Vergine glorificata appare come «immagine e inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura» e come segno di speranza per il popolo pellegrinante. La Chiesa, dunque, non guarda a Maria soltanto per ricordare la propria origine; guarda a lei anche per riconoscere la propria destinazione. (Lumen gentium)
Questo impedisce alla riforma ecclesiale di ridursi alla semplice ricerca di efficienza. Una parrocchia può funzionare perfettamente e non generare santità. Una struttura diocesana può essere amministrata in maniera impeccabile e non aiutare nessuno a incontrare Cristo. Un percorso pastorale può produrre documenti, assemblee e nuove terminologie e lasciare quasi intatto il rapporto reale delle persone con il Vangelo. La domanda cristiana non consiste quindi soltanto nel verificare se una struttura funzioni meglio di quella precedente, perché la Chiesa possiede un criterio più profondo: se attraverso ciò che facciamo il volto di Cristo diventa più riconoscibile e il popolo di Dio cresce nella fede, nella speranza e nella carità.
Dentro questa prospettiva il Rosario acquista un valore sorprendentemente ecclesiale. Giovanni Paolo II, molti anni dopo Paolo VI, avrebbe ricordato che attraverso il Rosario impariamo a contemplare Cristo con Maria e che questa contemplazione tende a plasmare il discepolo secondo il cuore del Signore. Non si tratta quindi di una preghiera che ci allontana dalla vita concreta della Chiesa. Ci sottrae piuttosto alla tentazione di affrontare quella vita come se tutto dipendesse dalle nostre strategie, ricollocandoci davanti ai misteri nei quali Dio ha realmente operato la salvezza. (Giovanni Paolo II, Rosarium Virginis Mariae)
Recitare il Rosario significa attraversare ripetutamente una storia nella quale Dio prende l’iniziativa e l’uomo impara a rispondere. Maria riceve una promessa, porta Cristo nella casa di Elisabetta, custodisce ciò che ancora non comprende, accompagna il Figlio fino alla Pasqua e attende lo Spirito con la Chiesa nascente. Non c’è immobilità in questo cammino, perché ogni mistero conduce al successivo e la fede viene continuamente spinta oltre ciò che già conosce. Nello stesso tempo non c’è neppure quella agitazione che confonde il cambiamento con la vita. Tutto si muove perché Dio opera e perché una creatura rimane disponibile alla sua azione.
Forse questa è la riforma che più facilmente dimentichiamo. Siamo molto capaci di individuare ciò che deve cambiare negli altri, nelle strutture e perfino nella Chiesa universale. È più difficile riconoscere che qualunque rinnovamento evangelico attraversa inevitabilmente il cuore di chi lo invoca. La Chiesa ha certamente bisogno di forme pastorali capaci di rispondere al presente; ha anche bisogno di cristiani che non utilizzino la riforma come una maniera elegante per sottrarsi alla propria conversione.
Maria ci riporta proprio qui, senza grandi teorie. Il suo fiat non risolve tutti i problemi della storia della salvezza. Permette a Dio di entrare nella storia attraverso di lei.
Anche il Rosario, con la sua ripetitività che a qualcuno può apparire quasi povera, educa lentamente a questa disponibilità. Le Ave Maria accompagnano lo sguardo mentre passa da un mistero di Cristo all’altro e impediscono alla preghiera di trasformarsi continuamente in un monologo sulle nostre preoccupazioni. La ripetizione crea uno spazio nel quale l’attenzione può posarsi sul Vangelo e la mente, spesso dispersa, viene riportata all’essenziale.
Per questo ottobre non deve diventare un mese nel quale contrapporre la devozione mariana alle esigenze del rinnovamento ecclesiale. Può diventare, al contrario, il tempo nel quale comprendiamo meglio da quale sorgente ogni rinnovamento autenticamente cristiano deve nascere.
Maria non trattiene la Chiesa presso di sé. La conduce continuamente a Cristo. Il Rosario non costruisce una spiritualità parallela al Vangelo. Ne ripercorre i misteri. La devozione mariana non ci permette di evitare le domande difficili sul presente; ci chiede di affrontarle con una Chiesa che abbia imparato anzitutto ad ascoltare.
Questa prospettiva si collega naturalmente anche alla riflessione sulla festa degli Arcangeli del 29 settembre: «CHI È COME DIO? SAN MICHELE E L’ORA DELLA VERITÀ». La domanda di Michele e il fiat di Maria conducono entrambe al medesimo punto: la creatura ritrova la propria verità quando smette di mettersi al centro e riconosce che Dio rimane Dio.
Forse è questo che vale la pena domandare entrando in ottobre. Prima di chiederci quale Chiesa vogliamo costruire, possiamo tornare a guardare la donna che non costruì nulla partendo da se stessa e che, proprio attraverso la sua disponibilità, divenne il luogo nel quale il Verbo prese carne.
La riforma della Chiesa non comincia quando inventiamo finalmente la struttura perfetta. Comincia ogni volta che la Parola trova ancora qualcuno disposto a dirle: «Avvenga per me secondo la tua parola».
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