Dalla manifestazione di Parigi ai dati di Open Doors e dell’OSCE: la persecuzione dei cristiani è una realtà che chiede precisione proprio per poter essere riconosciuta
Domenica 28 settembre alcune centinaia di persone si sono raccolte a Place de la Nation, a Parigi, per una manifestazione contro la persecuzione e l’intolleranza rivolte ai cristiani. Gli organizzatori hanno parlato di circa millecinquecento partecipanti, mentre le stime riportate da AFP e dalla stampa francese si sono fermate intorno alle cinquecento presenze. La distanza tra le cifre non cambia il significato dell’iniziativa: cattolici, evangelici e ortodossi hanno scelto di rendere visibile una questione che esiste e che, proprio perché facilmente catturata dalle contrapposizioni ideologiche, ha bisogno di essere affrontata con molta più precisione di quanta ne venga usata abitualmente. (Aleteia, manifestazione di Parigi del 28 settembre 2025)
La manifestazione era nata anche sull’onda dell’uccisione di Ashur Sarnaya, cristiano iracheno che viveva a Lione e che sui social parlava frequentemente della propria fede. Il 10 settembre era stato assassinato mentre trasmetteva una diretta. Alla fine di quel mese le indagini erano ancora aperte e sarebbe stato improprio trasformare il suo omicidio nella prova definitiva di una persecuzione religiosa. Proprio questo caso, però, aiuta a comprendere quanto sia importante distinguere ciò che sappiamo da ciò che temiamo o supponiamo: una causa seria non diventa più forte quando anticipiamo il giudizio sui fatti, mentre acquista credibilità quando accetta di attendere che la realtà possa essere conosciuta. (Le Parisien, 28 settembre 2025)
La persecuzione dei cristiani, del resto, non ha bisogno di essere dimostrata attraverso episodi sui quali l’accertamento è ancora in corso. I dati disponibili sono già sufficientemente pesanti.
La World Watch List 2025 di Open Doors stima che oltre 380 milioni di cristiani nel mondo vivano in territori nei quali sperimentano almeno un livello alto di persecuzione o discriminazione collegato alla propria fede. Il dato comprende realtà molto differenti e viene elaborato attraverso una metodologia che considera tanto la violenza quanto le pressioni esercitate sulla vita privata, familiare, comunitaria, nazionale ed ecclesiale. Non siamo quindi davanti al semplice conteggio degli uomini e delle donne fisicamente aggrediti, bensì a una valutazione più ampia della possibilità concreta di vivere come cristiani. (Porte Aperte, World Watch List 2025)
Proprio per questo considero importante citare il dato con il suo significato esatto. Dire «380 milioni di perseguitati» senza spiegazioni può far immaginare che ciascuno di essi viva sotto una minaccia immediata di morte; non è ciò che la ricerca afferma. Tra l’impossibilità di professare liberamente la fede e il martirio esiste un insieme molto vasto di pressioni, discriminazioni, violenze e restrizioni. Riconoscere questa complessità non riduce la gravità del fenomeno. Ci permette di vederlo meglio.
Esiste infatti una tentazione abbastanza comprensibile quando si parla dei cristiani perseguitati: pensare che per costringere l’opinione pubblica ad accorgersene occorra utilizzare la formula più drammatica disponibile. Il risultato può essere paradossale. Quando una cifra viene presentata senza spiegare come sia stata calcolata o ogni assassinio di un cristiano viene immediatamente definito martirio, chi desidera minimizzare il problema trova facilmente un’imprecisione sulla quale concentrare l’attenzione e finisce per ignorare tutto ciò che invece è documentato.
La verità non ha bisogno di essere gonfiata per diventare intollerabile.
Questo vale anche per l’Europa, dove sarebbe sbagliato utilizzare le stesse categorie con cui descriviamo la Corea del Nord, alcune aree dell’Africa subsahariana o regioni nelle quali la conversione al cristianesimo può esporre direttamente alla morte. Il contesto è radicalmente differente. Nello stesso tempo non è serio comportarsi come se l’intolleranza anticristiana appartenesse soltanto ad altri continenti.
Nel luglio 2025 l’Office for Democratic Institutions and Human Rights dell’OSCE ha pubblicato una guida specificamente dedicata ai crimini d’odio anticristiani e alle esigenze di sicurezza delle comunità cristiane. Il documento non appartiene a un’associazione confessionale impegnata nella difesa dei cristiani; proviene dall’organismo dell’OSCE che si occupa dei crimini d’odio e della libertà religiosa. La definizione è molto semplice: anche i cristiani possono essere vittime di reati motivati dal pregiudizio contro la loro identità religiosa, e tali episodi devono essere riconosciuti con la stessa serietà con cui vengono affrontate le forme di odio dirette contro altre comunità. (OSCE/ODIHR, Understanding Anti-Christian Hate Crimes and Addressing the Security Needs of Christian Communities)
Mi sembra un punto importante soprattutto perché permette di uscire da una competizione che considero sterile.
Non abbiamo bisogno di stabilire quale religione possieda il primato della sofferenza. L’antisemitismo è reale e deve essere contrastato. L’odio contro i musulmani è reale e deve essere contrastato. L’intolleranza anticristiana è reale e deve essere contrastata. La dignità della persona non cambia a seconda del simbolo religioso che porta al collo o del luogo nel quale prega. Trasformare la persecuzione in una gara tra vittime finirebbe per contraddire proprio ciò che la libertà religiosa dovrebbe proteggere.
Per un cristiano esiste, inoltre, una ragione ancora più profonda per rifiutare questa competizione. La memoria dei martiri non ci autorizza a desiderare che il mondo riconosca finalmente che soffriamo più degli altri. Ci consegna la testimonianza di uomini e donne che hanno preferito perdere la propria sicurezza piuttosto che rinnegare Cristo, e che molto spesso hanno attraversato la persecuzione senza trasformare il persecutore in un nemico da odiare.
Qualche settimana fa, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, Papa Leone XIV aveva commemorato insieme rappresentanti di diverse confessioni i Martiri e Testimoni della fede del XXI secolo. In quella celebrazione era emersa una realtà che attraversa ormai molte regioni del mondo: cristiani appartenenti a Chiese differenti possono essere separati da questioni dottrinali ancora aperte e trovarsi uniti nel momento in cui vengono perseguitati per il nome di Cristo. È quello che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno chiamato più volte «ecumenismo dei martiri» e che abbiamo già provato a leggere nel nostro articolo sulla Croce e sul sangue dei testimoni. «LA CROCE NON RELATIVIZZA: IL SANGUE DEI MARTIRI SVELA LA VERITÀ DELL’UNITÀ»
La persecuzione, quindi, possiede per la Chiesa anche un significato ecclesiale. Ci ricorda che molte divisioni che nelle nostre discussioni occidentali assumono proporzioni enormi diventano improvvisamente piccole davanti a uomini e donne ai quali viene chiesto se intendano rinnegare Cristo per continuare a vivere in sicurezza.
Resta però una domanda che la manifestazione di Parigi ha avuto il merito di porre: quanto spazio occupa questa realtà nella nostra coscienza?
Non credo che si possa rispondere semplicemente contando le prime pagine dei giornali. Le redazioni selezionano le notizie secondo criteri che dipendono dalla vicinanza geografica, dalla verificabilità dei fatti, dall’interesse pubblico e da molte altre variabili; sarebbe troppo facile dedurre da ogni silenzio un’intenzione ostile. Esiste però un rischio culturale più sottile: abituarci progressivamente alla violenza contro i cristiani proprio perché avviene spesso in luoghi lontani, dentro conflitti complessi nei quali la matrice religiosa si intreccia con interessi politici, etnici ed economici.
Quando la complessità diventa un motivo per non raccontare più nulla, comincia l’indifferenza.
Lo vediamo soprattutto in alcune regioni dell’Africa, dove sacerdoti, religiosi e fedeli vengono rapiti o uccisi dentro situazioni nelle quali terrorismo, criminalità, conflitti per la terra e appartenenza religiosa si sovrappongono. Anche qui occorre resistere alla semplificazione. Non ogni sacerdote assassinato viene ucciso perché sacerdote e non ogni comunità cristiana colpita viene attaccata unicamente per motivazioni confessionali. La Chiesa deve avere il coraggio di raccontare queste storie senza aggiungere un movente quando non è dimostrato e senza cancellare la dimensione religiosa quando invece emerge con chiarezza.
È una forma di rispetto verso le vittime.
Benedetto XVI comprese molto bene il dramma che attraversava le antiche comunità del Medio Oriente. Nell’esortazione Ecclesia in Medio Oriente osservava con dolore che molti cristiani erano costretti a cercare altrove condizioni nelle quali poter vivere la propria fede e ricordava che un Medio Oriente privato della sua componente cristiana avrebbe perso una parte della propria identità storica e culturale. Non parlava soltanto della sopravvivenza di una minoranza confessionale. Parlava del bene di società nelle quali la pluralità religiosa appartiene alla storia dei popoli e la scomparsa di una comunità impoverisce tutti. (Benedetto XVI, Ecclesia in Medio Oriente)
Questo principio vale molto oltre il Medio Oriente.
Una società nella quale gli ebrei hanno paura di mostrare la propria identità è più povera. Una società nella quale un musulmano viene aggredito perché musulmano è più povera. Una società nella quale una chiesa viene incendiata o un cristiano viene insultato, discriminato o colpito a causa della propria fede è più povera.
La libertà religiosa non protegge soltanto i credenti. Protegge la società dalla tentazione di decidere quali convinzioni abbiano diritto di esistere nello spazio comune.
Per questo considero utile anche la parola cristianofobia, purché venga usata con attenzione. Può servire a nominare l’ostilità specificamente diretta contro persone, comunità e simboli cristiani; diventa meno utile quando viene impiegata come spiegazione universale di ogni critica alla Chiesa o di ogni mutamento culturale che ci dispiace. Essere contestati non significa essere perseguitati. Perdere una posizione di privilegio sociale non equivale a subire discriminazione. Vedere respinta una nostra opinione non significa essere vittime di un crimine d’odio.
Proprio chi vuole difendere seriamente i cristiani perseguitati dovrebbe custodire queste differenze.
Se chiamiamo persecuzione qualunque disagio vissuto da un cristiano in Occidente, finiamo per togliere peso alla parola quando incontriamo colui che realmente rischia la libertà, la casa o la vita per il nome di Cristo. Se invece utilizziamo categorie precise, possiamo denunciare senza imbarazzo tanto il martirio in una regione dove la fede cristiana è proibita quanto l’incendio di una chiesa europea motivato dall’odio religioso, sapendo che stiamo parlando di fenomeni diversi inseriti dentro la stessa grande questione della libertà religiosa.
La manifestazione di Parigi, allora, può essere letta come un richiamo utile se ci conduce qui.
I cristiani perseguitati non hanno bisogno di diventare uno slogan occidentale attraverso il quale alimentare un’altra battaglia culturale. Hanno bisogno di essere conosciuti, sostenuti e ricordati. Hanno bisogno che distinguiamo i fatti dalle interpretazioni, proprio perché il loro dolore è troppo serio per essere utilizzato come argomento polemico.
E forse anche noi abbiamo bisogno di loro.
In una Chiesa che impiega molte energie nelle proprie discussioni interne, la vita dei cristiani che ogni giorno devono scegliere quanto rischiare per professare la fede ci restituisce una misura differente delle cose.
Non ci chiede di sentirci perseguitati.
Ci chiede di ricordare coloro che lo sono davvero.
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