don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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CHIESA IN USCITA, CHIESA INVIATA: RITROVARE IL SENSO DELLA MISSIONE

Nel giorno di santa Teresa di Lisieux, patrona delle missioni, rileggere una formula molto usata alla luce di Ad gentes, Evangelii gaudium e dell’Eucaristia

Il primo giorno di ottobre la Chiesa celebra santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, una giovane carmelitana che trascorse la propria vita dentro un monastero e che Pio XI volle proclamare patrona universale delle missioni insieme a san Francesco Saverio. La scelta potrebbe sembrare paradossale: accanto a uno dei più grandi missionari itineranti della storia cristiana viene collocata una donna che non raggiunse mai terre lontane e che morì a ventiquattro anni tra le mura del Carmelo di Lisieux. Eppure proprio questo paradosso aiuta a comprendere qualcosa di essenziale sulla missione della Chiesa, perché ci ricorda che essere missionari significa molto più che muoversi da un luogo a un altro. Significa partecipare all’amore con cui Dio cerca l’uomo e desiderare che Cristo venga conosciuto e amato. (Francesco, Udienza generale del 7 giugno 2023)

Forse vale la pena partire da qui per rileggere una delle espressioni ecclesiali più utilizzate negli ultimi anni: «Chiesa in uscita». La formula è diventata tanto familiare da rischiare la sorte riservata a molte parole fortunate: viene ripetuta più velocemente di quanto venga compresa. Per alcuni significa anzitutto apertura, disponibilità all’incontro e superamento di forme pastorali ripiegate su se stesse; per altri è diventata quasi il simbolo di una Chiesa che, nel tentativo di avvicinarsi al mondo, rischierebbe di attenuare la propria identità. Quando una formula comincia a sostenere interpretazioni così differenti, il metodo più semplice rimane quello di tornare al testo dal quale proviene.

In Evangelii gaudium Francesco colloca la «Chiesa in uscita» dentro il dinamismo missionario che attraversa tutta la Scrittura. Abramo parte perché chiamato, Mosè viene mandato, Geremia riceve una missione e i discepoli ascoltano l’«andate» del Risorto. È dentro questa storia che il Papa invita ogni comunità a uscire dalla propria comodità per raggiungere le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo. L’immagine non nasce quindi da una diagnosi sociologica secondo la quale la Chiesa dovrebbe aprire maggiormente le proprie «vedute» per adattarsi a una società cambiata; nasce dal movimento stesso della Rivelazione, nel quale Dio chiama e manda. (Francesco, Evangelii gaudium)

Qui si comprende perché, piuttosto che contrapporre una Chiesa in uscita a una Chiesa inviata, preferisco leggere la seconda espressione come la profondità teologica della prima. Il Concilio Vaticano II afferma in Ad gentes che la Chiesa, durante il proprio pellegrinaggio terreno, «è per sua natura missionaria», perché deriva la propria origine dalla missione del Figlio e da quella dello Spirito Santo secondo il disegno del Padre. Prima ancora che la Chiesa decida di andare verso qualcuno, quindi, esiste un Dio che invia; prima dei nostri programmi missionari esiste la missione del Figlio; prima della nostra capacità di raggiungere il mondo esiste lo Spirito che spinge la comunità oltre se stessa. (Ad gentes)

Questo fondamento impedisce di ridurre l’uscita a una specie di agitazione ecclesiale. Una comunità può organizzare molte iniziative all’esterno delle proprie strutture e rimanere profondamente autoreferenziale, così come può vivere in un monastero di clausura e possedere un cuore universale come quello di Teresa di Lisieux. La missione si misura dal rapporto con ciò che ci ha messi in movimento. Teresa non attraversò oceani, eppure accompagnava i missionari con la preghiera, offriva la propria sofferenza e desiderava che l’amore di Cristo raggiungesse ogni uomo. La Chiesa l’ha riconosciuta patrona delle missioni proprio perché la sua vita mostra che l’evangelizzazione nasce prima di tutto da un cuore conquistato da Cristo. (Francesco, Udienza generale del 7 giugno 2023)

Paolo VI avrebbe espresso lo stesso principio con una delle formulazioni più limpide del Magistero contemporaneo: evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. La Chiesa esiste per evangelizzare. Questo significa che la missione non costituisce un settore affidato ad alcuni specialisti accanto alla liturgia, alla catechesi e alla carità. Appartiene alla forma stessa della Chiesa, perché tutto ciò che essa riceve da Cristo tende per sua natura a essere comunicato. (Paolo VI, Evangelii nuntiandi)

Alla luce di queste fonti, anche una delle paure che accompagnano talvolta l’espressione «Chiesa in uscita» può essere affrontata con maggiore serenità. Andare incontro alle persone, accompagnarle, aprire le porte e raggiungere chi è lontano non significa trasformare l’accoglienza in approvazione indiscriminata di qualsiasi scelta. Evangelii gaudium dice esattamente il contrario quando chiede di accompagnare con misericordia e pazienza «senza sminuire il valore dell’ideale evangelico» e afferma che l’impegno evangelizzatore deve cercare di comunicare la verità del Vangelo nelle condizioni concrete senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che esso porta. (Francesco, Evangelii gaudium)

La misericordia missionaria possiede quindi la forma del medico evocata dal Vangelo. Gesù si avvicina a chi ha bisogno di guarigione proprio perché riconosce la ferita e desidera restituire la vita. Una Chiesa che accompagna autenticamente non tratta il peccatore come un caso da giudicare da lontano e non considera inutile la conversione per paura di ferire. Entra nella storia concreta della persona, ne riconosce i tempi e le fragilità, offre il bene possibile e continua a indicare la pienezza alla quale il Vangelo chiama. In questa prospettiva verità e misericordia cessano di essere due strategie pastorali concorrenti e ritrovano la loro unità nella persona di Cristo.

Anche l’immagine delle «porte aperte», tanto utilizzata, va letta in questo orizzonte. Francesco precisa che uscire verso le periferie non significa «correre verso il mondo senza una direzione e senza senso». A volte, scrive, occorre persino rallentare il passo per guardare negli occhi chi è rimasto sul bordo della strada. La Chiesa in uscita non è dunque una comunità che considera il movimento un valore in se stesso; è una comunità sufficientemente libera da non trasformare le proprie strutture, abitudini e sicurezze nel centro della missione. (Francesco, Evangelii gaudium)

Questa distinzione mi sembra particolarmente importante in un tempo nel quale anche la pastorale può essere consumata dall’attivismo. Ci convinciamo facilmente che una comunità sia missionaria perché organizza eventi, moltiplica incontri, modifica linguaggi e apre nuovi canali comunicativi. Tutto questo può essere utile e talvolta indispensabile. Resta però possibile fare moltissime cose senza che nessuno venga realmente condotto all’incontro con Cristo. Se perdiamo di vista il fine, la «Chiesa in uscita» rischia davvero di diventare uno slogan; il problema, a quel punto, non sarebbe l’espressione di Francesco, bensì il fatto di averla separata dal significato che egli stesso le ha dato.

È qui che l’Eucaristia ricolloca tutto al proprio centro. Benedetto XVI ha intitolato Sacramentum caritatis all’Eucaristia come «fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa» e ha mostrato come l’energia missionaria nasca dal dono ricevuto. La comunità viene radunata da Cristo, nutrita dal suo Corpo e dal suo Sangue e proprio per questo non può trattenere per sé ciò che ha ricevuto. L’uscita cristiana comincia dall’altare e vi ritorna, perché la missione conduce gli uomini alla comunione con Cristo e la comunione ricevuta spinge nuovamente verso il mondo. (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis)

Questo permette anche di comprendere meglio il rapporto tra «dentro» e «fuori». La Chiesa non deve scegliere se abitare la propria casa oppure attraversarne la porta. Ha bisogno di una casa proprio per poter essere inviata, e viene inviata perché ciò che celebra e riceve non appartiene soltanto a coloro che sono già entrati. La comunione ecclesiale non è il contrario della missione: ne costituisce il luogo generativo. Francesco lo esprime con una formula particolarmente bella quando afferma che l’intimità della Chiesa con Gesù è un’«intimità itinerante» e che la comunione si configura essenzialmente come comunione missionaria. (Francesco, Evangelii gaudium)

Forse il vero problema comincia quando separiamo queste due dimensioni. Una comunità che custodisce la fede senza sentire più il bisogno di comunicarla rischia di trasformare la custodia in possesso; una comunità che desidera raggiungere tutti senza sapere più che cosa le sia stato affidato rischia di trasformare la missione in semplice presenza sociale. La Chiesa vive quando riceve e consegna, quando dimora in Cristo e proprio per questo va incontro all’uomo, quando custodisce il deposito della fede sapendo che quel deposito le è stato affidato per la salvezza del mondo.

Santa Teresa di Lisieux, nel giorno in cui iniziamo il mese missionario, aiuta a comprendere questa unità meglio di molte definizioni. Non uscì materialmente dal Carmelo e tuttavia il suo desiderio raggiungeva i confini della terra. Non fondò strategie missionarie e diventò patrona delle missioni. Non confuse la piccolezza della propria vita con l’irrilevanza, perché aveva compreso che l’amore ricevuto da Cristo possiede per natura una forza espansiva. Francesco l’ha definita per questo «maestra di evangelizzazione», ricordando che la sua missione consisteva nell’amare Gesù e farlo amare. (Francesco, C’est la confiance)

La sua testimonianza ci permette forse di restituire anche all’espressione «Chiesa in uscita» la sua misura più autentica. L’uscita non comincia quando inventiamo una Chiesa diversa da quella che abbiamo ricevuto e non termina quando siamo riusciti a rendere il Vangelo più accettabile alla cultura del momento. Comincia quando una comunità riconosce di essere stata raggiunta per prima dalla grazia e comprende che quel dono la rende responsabile dei fratelli che ancora non hanno incontrato la luce, la consolazione e la forza dell’amicizia con Cristo.

Per questo continuerei a parlare volentieri di Chiesa in uscita, purché non dimentichiamo mai che è una Chiesa inviata.

È inviata dal Padre nella missione del Figlio e dello Spirito; riceve nell’Eucaristia la vita che deve comunicare; incontra l’uomo con la misericordia che essa stessa ha ricevuto e gli offre il Vangelo senza pensare che per accoglierlo sia necessario renderlo diverso da ciò che è.

La porta aperta, allora, non indica una Chiesa che ha rinunciato alla propria casa.

Indica una casa nella quale è accaduto qualcosa di così grande che chi vi abita non può più tenerlo soltanto per sé.

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