don Mario Proietti, C.PP.S.

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GIOVANNI PAOLO I: LA FEDE CHE NON SEPARA CRISTO DALLA CHIESA

Nel giorno della morte di Albino Luciani, rileggere una delle sue quattro udienze generali e il modo semplice con cui custodiva verità, Magistero e rinnovamento

Il 28 settembre 1978 si concludeva improvvisamente il pontificato di Albino Luciani. Era trascorso poco più di un mese dalla sua elezione e il tempo era stato troppo breve perché Giovanni Paolo I potesse imprimere alla Chiesa un programma articolato o consegnarle documenti destinati a segnare un’epoca. Eppure quelle poche settimane furono sufficienti per lasciare qualcosa che la memoria non ha conservato soltanto attraverso l’immagine del «Papa del sorriso». Dentro la semplicità con cui parlava, nelle quattro udienze generali dedicate all’umiltà e alle virtù teologali, emergeva una precisa comprensione della fede, della Chiesa e del compito del Magistero. Il sorriso apparteneva al volto; dietro quel volto esisteva una fede molto nitida.

Rileggendo oggi l’udienza del 13 settembre 1978, dedicata alla fede, colpisce innanzitutto il linguaggio. Luciani non costruisce un trattato e non cerca una formulazione tecnicamente sofisticata. Parte dalla vita quotidiana, ricorda la madre che gli raccontava delle cure ricevute quando era bambino, cita perfino Trilussa e conduce lentamente l’ascoltatore verso una domanda più profonda: credere significa soltanto riconoscere vere alcune affermazioni oppure affidarsi a Colui che parla e che merita la nostra fiducia? È da questa esperienza elementare che il Papa arriva alle verità più impegnative della fede, comprese quelle che l’uomo accoglie con maggiore fatica. (Giovanni Paolo I, Udienza generale del 13 settembre 1978)

Verso la conclusione dell’udienza entra nella questione della Chiesa e il tono diventa particolarmente netto. Ricorda l’incontro di Paolo con Cristo sulla via di Damasco e osserva che l’Apostolo stava perseguitando i cristiani quando Gesù gli disse: «Io sono quel Gesù che tu perseguiti». Da qui Luciani ricava una conseguenza ecclesiologica che formula senza esitazioni: Cristo e la Chiesa sono inseparabili. Per questo, afferma, non è possibile dire di credere in Gesù, di accettare Gesù e contemporaneamente rifiutare la Chiesa. (Giovanni Paolo I, Udienza generale del 13 settembre 1978)

A quasi cinquant’anni di distanza, queste parole possiedono una singolare attualità. Viviamo in un tempo ecclesiale nel quale la contrapposizione tra Cristo e la Chiesa può assumere forme molto diverse. C’è chi riconosce volentieri il fascino del Vangelo e considera la struttura ecclesiale un ostacolo da superare; c’è anche chi afferma di voler custodire integralmente la Tradizione e, davanti alle difficoltà reali della vita ecclesiale, finisce per costruire una fedeltà a Cristo che diventa progressivamente indipendente dal giudizio della Chiesa visibile. Sono movimenti apparentemente lontani e possono nascere da sensibilità persino opposte, mentre entrambi vengono raggiunti dalla stessa intuizione di Luciani: il Cristo che professiamo non esiste separato dal Corpo nel quale egli ha scelto di rimanere presente nella storia.

Questo non significa trasformare ogni decisione ecclesiastica in parola divina o rendere impossibile qualunque critica a uomini e istituzioni. Giovanni Paolo I conosceva bene la fragilità della Chiesa e non aveva bisogno di idealizzarla per amarla. Nell’udienza afferma semplicemente che Papa, vescovi e sacerdoti, quando propongono la dottrina ricevuta, esercitano un ministero che non appartiene loro come possesso personale. «Non è una dottrina nostra», dice; il compito consiste nel custodirla e presentarla. In poche parole descrive tanto l’autorità quanto il suo limite. Il ministro possiede una responsabilità reale perché deve insegnare; proprio perché insegna qualcosa che ha ricevuto, la sua autorità rimane continuamente sottoposta alla verità che serve. (Giovanni Paolo I, Udienza generale del 13 settembre 1978)

Qui la riflessione di Luciani incontra naturalmente il Concilio Vaticano II. Egli era stato presente all’apertura dell’11 ottobre 1962 e, ricordando le parole di Giovanni XXIII, ritorna sull’immagine del «balzo avanti» che il Concilio avrebbe dovuto consentire alla Chiesa. Il passaggio è interessante soprattutto per la spiegazione che ne offre. Quel movimento in avanti, secondo Giovanni Paolo I, riguarda il cammino compiuto dalla Chiesa sulle verità ricevute: una comprensione che cresce, un aggiornamento capace di presentare la stessa fede in forme adeguate ai nuovi tempi. Le verità, precisa, non vengono sostituite lungo la strada; è la Chiesa che cammina dentro di esse, cercando di comprenderle più profondamente e di comunicarle in modo intelligibile. (Giovanni Paolo I, Udienza generale del 13 settembre 1978)

È difficile non riconoscere in questo ragionamento qualcosa che Benedetto XVI avrebbe espresso molti anni dopo con un linguaggio più sistematico parlando dell’ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa. Non sarebbe corretto attribuire retroattivamente a Luciani la formula del 2005 o immaginare che stesse anticipando una controversia sviluppatasi successivamente; possiamo però riconoscere la convergenza dell’intuizione. Il rinnovamento ecclesiale non richiede di scegliere tra immobilità e rottura, perché la Tradizione vive precisamente quando la verità ricevuta continua a essere compresa, celebrata e annunciata dentro una storia che cambia.

Questo rende particolarmente interessante Giovanni Paolo I anche nella nostra stagione ecclesiale. Molte discussioni contemporanee sembrano ancora organizzarsi attorno alla convinzione che occorra scegliere tra due fedeltà: da una parte quella al deposito ricevuto, dall’altra quella alla capacità della Chiesa di parlare all’uomo presente. Luciani non conosce questa alternativa. La verità resta e proprio per questo deve essere continuamente presentata; la forma può maturare senza che il contenuto diventi disponibile alla volontà di chi lo trasmette. È un equilibrio più faticoso delle soluzioni ideologiche, perché impedisce tanto di utilizzare il passato come rifugio quanto di usare il presente come criterio ultimo della fede.

Anche la semplicità del suo linguaggio acquista allora un significato diverso. Giovanni Paolo I non semplificava la dottrina nel senso di impoverirla. Cercava piuttosto di renderla accessibile senza privarla del proprio peso. Nell’udienza sulla fede passa dalla madre al mistero della Chiesa, dalla poesia popolare alla necessità di accogliere anche le verità che incontrano resistenza nel cuore umano. La familiarità del tono non dissolve l’esigenza della fede; permette all’ascoltatore di entrarvi.

Forse proprio questa capacità merita di essere recuperata oggi, quando nella comunicazione ecclesiale oscilliamo facilmente tra due estremi. Possiamo trasformare la fede in un linguaggio specialistico che soltanto gli addetti ai lavori riescono a seguire, oppure possiamo ridurla a formule brevi che sembrano accessibili perché hanno perso quasi tutto ciò che avrebbero dovuto comunicare. Luciani mostrava una terza possibilità: parlare in modo semplice perché si è compreso profondamente ciò che si vuole dire.

Lo stesso sorriso che lo ha reso immediatamente riconoscibile acquista così una consistenza maggiore. Sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto come il Pontefice mite che rassicurava attraverso il volto. La sua mitezza non nasceva dall’indeterminatezza e la semplicità non dipendeva dalla rinuncia a giudizi chiari. Nell’udienza del 13 settembre parla della necessità della Chiesa, dell’autorità del Magistero, delle verità che possono risultare difficili e dell’impossibilità di modificare il contenuto della fede secondo il mutamento dei tempi. Lo fa senza asprezza, perché non sente il bisogno di rendere aggressiva la verità per dimostrare di credervi.

Qui, probabilmente, il «Papa del sorriso» possiede ancora qualcosa da insegnare alla Chiesa.

Abbiamo imparato a pensare che la fermezza richieda un tono duro e che l’accoglienza debba necessariamente attenuare il contenuto di ciò che viene annunciato. Luciani attraversa questa contrapposizione con naturalezza. Può parlare della tenerezza di Dio e, nella stessa catechesi, ricordare che alcune verità risultano difficili proprio perché non coincidono con ciò che vorremmo sentirci dire. Può affermare che la Chiesa deve trovare forme adeguate ai tempi e, poche righe dopo, precisare che non sono le verità a cambiare. La sua capacità pastorale nasce dalla percezione che verità e carità appartengano alla medesima missione.

Giovanni Paolo II, visitando Canale d’Agordo nel 1979, ricordò il predecessore proprio attraverso questa fedeltà. Riprese le parole dell’udienza del 13 settembre sulla dottrina che appartiene a Cristo e osservò che Luciani aveva dedicato tutto se stesso alla Chiesa con «semplicità disarmante» e «fermezza incrollabile». Anche questa memoria aiuta a sottrarre Giovanni Paolo I a una rappresentazione troppo sentimentale: la semplicità del suo stile conviveva con una percezione molto precisa del compito affidato alla Chiesa. (Giovanni Paolo II, Omelia a Canale d’Agordo, 26 agosto 1979)

La sua morte improvvisa lasciò quelle intuizioni appena abbozzate. Le quattro udienze generali non costituiscono un sistema teologico e sarebbe eccessivo cercare in esse un programma completo per affrontare tutte le questioni che avrebbero attraversato i decenni successivi. Possiedono però la forza particolare delle parole essenziali, pronunciate da un pastore che non aveva ancora avuto il tempo di costruire attorno a sé un’immagine complessa di pontificato.

Forse proprio per questo ci raggiungono con particolare immediatezza.

Albino Luciani ricorda che la fede cristiana non consiste nel possedere Cristo contro la Chiesa, che il Magistero serve una verità ricevuta e che il rinnovamento ecclesiale diventa autentico quando permette a quella stessa verità di essere compresa e annunciata dentro nuove condizioni storiche. Sono tre aspetti di un’unica fedeltà, che trova la propria misura nell’umiltà di chi sa di avere ricevuto qualcosa che lo precede.

Nel 2022 la Chiesa ha riconosciuto ufficialmente la santità della sua vita proclamandolo Beato. (Santa Sede, Beatificazione di Giovanni Paolo I) Il brevissimo pontificato non ha avuto bisogno di diventare più lungo per acquistare significato; continua a suggerire che l’efficacia di un ministero ecclesiale non si misura soltanto dalla quantità degli atti compiuti, perché talvolta una parola detta con limpidezza rimane capace di accompagnare la Chiesa molto oltre il tempo nel quale è stata pronunciata.

Il 28 settembre ci restituisce quindi Giovanni Paolo I senza bisogno di trasformarlo soltanto nel ricordo commosso di un Papa scomparso troppo presto. Ci permette di riascoltare una domanda che attraversa ancora la nostra vita ecclesiale: come rimanere fedeli alla verità ricevuta mentre impariamo a presentarla dentro un tempo che cambia?

Luciani non ci ha lasciato una formula complessa.

Ci ha mostrato il movimento più semplice e, forse, più difficile: rimanere dentro la Chiesa, custodire ciò che appartiene a Cristo e trovare ogni volta parole capaci di consegnarlo agli uomini del proprio tempo.

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