don Mario Proietti, C.PP.S.

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IL CATECHISTA SECONDO LEONE XIV: UN TESTIMONE CHE LASCIA UN SEGNO

Dal Giubileo dei catechisti, una figura ecclesiale che annuncia con la vita, custodisce la comunione e accompagna la fede dentro le relazioni quotidiane

Nel Giubileo dei Catechisti, celebrato il 28 settembre 2025 in Piazza San Pietro, Papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa un ritratto del catechista che merita di essere riletto con attenzione, perché evita tanto la riduzione del ministero a semplice trasmissione di contenuti quanto la tentazione opposta di pensarlo come una testimonianza generica priva di un riferimento ecclesiale preciso. Il punto di partenza dell’omelia è il Vangelo del ricco e di Lazzaro: il povero possiede un nome e viene ricordato da Dio, mentre il ricco, pur avendo tutto, rimane senza nome perché ha smarrito se stesso nell’indifferenza verso il prossimo. È dentro questo contrasto che il Papa colloca la missione del catechista, chiamato ad annunciare una fede che riconosce i volti, conserva i nomi e lascia che la Parola di Dio raggiunga la concretezza delle relazioni umane. (Leone XIV, Omelia per il Giubileo dei Catechisti, 28 settembre 2025)

Il termine stesso catechista, ricorda Leone XIV, viene dal verbo greco katēchein, che significa istruire a viva voce, far risuonare. È un’etimologia che contiene già un programma, perché suggerisce che la fede non viene semplicemente depositata nella memoria di qualcuno come un insieme di nozioni da ripetere, ma deve risuonare dentro un’esistenza e trovare una voce capace di renderla riconoscibile. Per questo il Papa afferma che il catechista è una persona di parola, una parola pronunciata anche attraverso la propria vita. La coerenza non sostituisce il contenuto e il contenuto non rende superflua la coerenza: ciò che viene annunciato diventa credibile quando la vita del catechista non lo contraddice e, nello stesso tempo, la testimonianza riceve dalla fede della Chiesa la forma che le impedisce di ridursi a semplice esperienza personale.

Questa prospettiva emerge con particolare chiarezza quando Leone XIV parla della famiglia. I primi catechisti, afferma, sono i genitori, perché la fede viene inizialmente comunicata nello stesso ambiente nel quale impariamo a parlare, a riconoscere i gesti e ad abitare le relazioni. L’immagine è molto bella: come la lingua materna si apprende prima ancora di essere studiata, così il Vangelo può entrare nella vita attraverso una preghiera detta insieme, il modo in cui si attraversa una difficoltà, il perdono chiesto e ricevuto, la fedeltà con cui si accompagna qualcuno che soffre. La casa non sostituisce la comunità ecclesiale, ma costituisce uno dei primi luoghi nei quali il bambino può intuire che la fede riguarda realmente la vita e non soltanto un’ora settimanale di formazione religiosa. (Leone XIV, Omelia del 28 settembre 2025)

Proprio qui si comprende perché il ministero catechistico non possa essere pensato in maniera isolata. Il catechista non inventa il contenuto della fede e non parla a nome proprio, perché è inserito in quella comunione nella quale il Popolo di Dio riceve, comprende e trasmette ciò che gli è stato consegnato. Leone XIV richiama Dei Verbum 8, dove il Concilio descrive la crescita della comprensione della Tradizione attraverso la contemplazione e lo studio dei credenti, l’esperienza spirituale e la predicazione di coloro che hanno ricevuto nella successione episcopale un carisma sicuro di verità. Il catechista si trova dentro questo movimento ecclesiale, ne riceve la fede e vi collabora senza trasformare la propria sensibilità personale nel criterio dell’annuncio.

È significativo che il Papa, nello stesso passaggio, definisca il Catechismo uno «strumento di viaggio» capace di proteggerci dall’individualismo e dalle discordie. In un tempo nel quale la comunicazione religiosa è sempre più frammentata e ogni persona può costruirsi in rete una selezione privata di predicatori, interpreti e maestri, questa indicazione possiede una forza particolare. Il Catechismo non sostituisce la Scrittura, non elimina lo studio teologico e non rende inutile il discernimento pastorale; serve a ricordare che la fede cattolica possiede una forma condivisa e che chi la trasmette non è libero di ridisegnarla secondo le proprie preferenze. Il catechista autentico non lega le persone a se stesso, ma le introduce dentro una fede che esiste prima di lui e che continuerà dopo di lui.

Questa appartenenza alla Chiesa non toglie nulla alla creatività educativa. Al contrario, la rende possibile in modo più libero. Quando il contenuto è ricevuto con chiarezza, il catechista può cercare linguaggi, esempi e percorsi adatti alle persone concrete che incontra senza sentire il bisogno di modificare il cuore della fede per renderlo accessibile. Una cosa è tradurre e accompagnare, un’altra è sostituire. La catechesi vive proprio dentro questa distinzione, perché deve continuamente trovare parole nuove per comunicare ciò che non nasce nuovo ogni volta che viene annunciato.

Leone XIV insiste poi su un elemento che mi sembra particolarmente prezioso: il catechista «in-segna», cioè lascia un segno interiore. Il gioco etimologico non vuole ridurre l’insegnamento a una suggestione emotiva; indica piuttosto che la fede cristiana non raggiunge il proprio scopo quando l’ascoltatore ha semplicemente acquisito informazioni corrette. Il Papa richiama sant’Agostino e il De catechizandis rudibus: chi ascolta deve essere condotto a credere, credendo a sperare e sperando ad amare. È questo dinamismo che distingue la catechesi da una lezione puramente informativa, perché il contenuto trasmesso tende alla trasformazione dell’esistenza e trova il proprio compimento nella carità. (Leone XIV, Omelia per il Giubileo dei Catechisti)

Il Vangelo di Lazzaro e del ricco ritorna così alla fine dell’omelia con una forza nuova. Il ricco non viene condannato semplicemente perché possiede beni, ma perché l’abbondanza ha occupato il suo sguardo al punto da rendergli invisibile l’uomo che giace alla porta. Lazzaro diventa allora una catechesi per lui e, insieme, per noi: ci ricorda che la Parola ascoltata senza apertura al prossimo può rimanere sterile e che persino la conoscenza religiosa rischia di diventare un possesso quando non conduce alla carità. Il catechista, proprio perché educa alla fede, deve imparare continuamente a vedere ciò che il Vangelo gli mette davanti.

Questo aspetto corregge anche una possibile riduzione del ministero catechistico alla sola preparazione ai sacramenti. Nelle nostre comunità il catechista viene spesso identificato quasi esclusivamente con chi accompagna bambini e ragazzi verso la prima Comunione o la Cresima. È un servizio prezioso, ma il quadro proposto da Leone XIV è più ampio: la catechesi accompagna l’intera vita, perché la fede ha bisogno di essere compresa e nutrita nelle diverse età e nelle diverse condizioni dell’esistenza. Il Papa parla di bambini, ragazzi, giovani, adulti e anziani, ricordando che il cammino non termina con un sacramento ricevuto, proprio come la maturazione cristiana non coincide con il completamento di un programma formativo.

Questo significa che la questione dei catechisti riguarda l’intera comunità e non soltanto il gruppo di persone formalmente incaricate del servizio. Se i genitori sono i primi catechisti e se ogni fedele collabora all’opera pastorale della Chiesa ascoltando le domande, condividendo le prove e servendo il desiderio di giustizia e di verità presente nella coscienza umana, allora la catechesi diventa una dimensione diffusa della vita ecclesiale. Il ministero istituito conserva una sua specificità e una responsabilità particolare, mentre il clima nel quale la fede può essere trasmessa dipende da un popolo intero.

È precisamente qui che la testimonianza acquista il proprio peso. Un ragazzo può ascoltare una spiegazione corretta sulla misericordia e poi incontrare adulti cristiani incapaci di perdonarsi; può imparare che la Chiesa è comunione e assistere a comunità permanentemente divise; può sentir parlare della gioia del Vangelo e trovare nei credenti soltanto lamentazione e amarezza. Nessun catechista può controllare tutto ciò che accade attorno a lui, ma può almeno rifiutare l’idea che la coerenza della vita sia un elemento secondario rispetto al programma da completare. La fede viene inevitabilmente interpretata anche attraverso il volto di chi la trasmette.

Questo non significa pretendere dal catechista una perfezione irrealistica. La credibilità cristiana non nasce dall’assenza di fragilità, perché nessuno potrebbe annunciare in quelle condizioni. Nasce piuttosto dalla disponibilità a lasciarsi formare dalla stessa Parola che si propone agli altri, riconoscendo che il catechista rimane sempre discepolo. Chi accompagna qualcuno nella fede continua ad avere bisogno della Chiesa, dei sacramenti, della preghiera, dello studio e di quella conversione ordinaria senza la quale anche il linguaggio più corretto rischia progressivamente di svuotarsi.

La frase del Papa secondo cui «nessuno dà quello che non ha» raccoglie bene questa responsabilità. Prima di chiedersi quale metodo utilizzare, quale sussidio scegliere o quale attività organizzare, il catechista è chiamato a domandarsi quale rapporto personale abbia con ciò che sta annunciando. Non deve trasformare la propria esperienza in misura della fede, ma non può nemmeno parlare della fede come di qualcosa che conosce soltanto dall’esterno. La catechesi diventa autentica quando la dottrina ricevuta dalla Chiesa passa attraverso un’esistenza che continua a lasciarsene giudicare e nutrire.

In questo senso il Giubileo dei Catechisti non è stato soltanto un riconoscimento per un servizio spesso nascosto e faticoso. Ha ricordato quale forma dovrebbe assumere questo ministero dentro la Chiesa: una parola che risuona perché è ricevuta, una testimonianza che diventa credibile perché rimane ecclesiale, una presenza capace di accompagnare senza appropriarsi delle persone e un annuncio che tende alla carità come proprio frutto.

Forse è proprio questa la figura di catechista che oggi abbiamo più bisogno di custodire. Non qualcuno che impressioni per la propria capacità comunicativa e neppure un semplice esecutore di programmi, ma un credente sufficientemente radicato da poter aiutare altri a entrare nella fede senza mettersi al centro. Una persona capace di ricordare i nomi, riconoscere i volti e lasciare che il Vangelo raggiunga la vita concreta, perché sa che la catechesi non termina quando una lezione è stata spiegata bene.

Termina, o forse comincia davvero, quando ciò che è stato ascoltato diventa fede, la fede apre alla speranza e la speranza prende la forma dell’amore.

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