don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

«FORSE CREDEVI CHE IO FOSSI COME TE?»

Il silenzio di Dio, il giudizio e la grazia di lasciarsi correggere prima dell’ultimo incontro

Questa mattina, mentre ero in adorazione davanti al Signore nella cripta di San Felice, una frase della Scrittura ha cominciato a occupare il pensiero con quella insistenza che talvolta accompagna la preghiera. Non apparteneva alle letture che avevo appena meditato e non ero entrato in chiesa con l’intenzione di fermarmi su quel Salmo. Eppure continuava a tornare: «Hai fatto questo e io dovrei tacere? Forse credevi che io fossi come te! Ti rimprovero: pongo davanti a te la mia accusa» (Sal 50,21). È una parola severa, collocata dentro un Salmo nel quale Dio giudica il proprio popolo e smaschera la distanza tra il culto proclamato con le labbra e una vita che può continuare tranquillamente a contraddirlo. (Bibbia CEI 2008, Salmo 50)

Avevo appena riletto il Vangelo di questa giornata, nel quale Gesù domanda ai discepoli chi la gente dica che egli sia e poi rivolge direttamente a loro la stessa domanda. Pietro risponde senza esitazione: «Il Cristo di Dio». La confessione è vera e contiene il riconoscimento decisivo della fede; proprio dopo quella risposta, però, Gesù proibisce ai discepoli di divulgarla e annuncia la propria passione, il rifiuto, la morte e la risurrezione. Pietro conosce ormai il titolo giusto, deve ancora imparare che cosa quel titolo significhi secondo Dio. Il Cristo che ha riconosciuto non potrà essere riempito delle attese che i discepoli portano con sé: sarà il Messia nella forma scelta dal Padre, passando attraverso una Croce che nessuno di loro avrebbe spontaneamente inserito nella propria idea di salvezza. (Letture liturgiche del 26 settembre 2025)

È stato allora che il Salmo e il Vangelo hanno cominciato a illuminarsi reciprocamente. «Forse credevi che io fossi come te». La domanda riguarda l’uomo religioso molto più di quanto siamo disposti ad ammettere, perché la tentazione di costruire Dio secondo le nostre categorie non appartiene soltanto a chi lo nega o lo dimentica. Può abitare proprio dentro la fede e può persino servirsi del linguaggio della fede. Possiamo professare tutte le parole corrette su Dio e, nello stesso tempo, immaginarlo progressivamente secondo ciò che desideriamo che egli sia.

Accade quando adattiamo il Vangelo a ciò che la cultura del momento considera accettabile e finiamo per attribuire a Dio una misericordia separata dalla verità, quasi che il suo amore consistesse nel confermare ogni nostra scelta. Accade anche nella direzione opposta, quando ci appropriamo della verità fino a parlare come se conoscessimo con esattezza i pensieri di Dio sulle persone, sulle situazioni e perfino sui destini eterni, trasformando lo zelo religioso in una sicurezza che non ha più bisogno di inginocchiarsi. Le due tentazioni sembrano opposte e possiedono una radice sorprendentemente simile: entrambe finiscono per costruire un Dio che assomiglia molto a colui che ne parla.

La vita della Chiesa conosce continuamente questa fatica. Pastori e fedeli devono discernere situazioni complesse, custodire la verità ricevuta, accompagnare persone concrete, correggere ciò che devia e lasciare aperto tutto lo spazio nel quale la grazia può ancora operare. Nessuno di questi compiti è semplice, soprattutto quando le questioni ecclesiali diventano terreno di contrapposizione e ogni parola del Papa, di un vescovo o di un sacerdote viene immediatamente classificata secondo le categorie attraverso le quali abbiamo già deciso di leggere la realtà. Dentro questa confusione il Salmo introduce una domanda molto più radicale delle nostre dispute: siamo veramente disposti a lasciare che Dio sia diverso dall’immagine che ci siamo costruiti di lui?

Il suo silenzio, del resto, può essere frainteso facilmente. Il Salmo mette proprio questo equivoco sulle labbra dell’uomo: «Hai fatto questo e io dovrei tacere?». Dio ha taciuto e il peccatore ha interpretato quel silenzio come se fosse consenso. È una dinamica che conosciamo bene anche nella vita spirituale. Continuiamo lungo una strada, non accade nulla di visibilmente drammatico, la coscienza progressivamente si abitua e ciò che inizialmente ci interrogava comincia a sembrarci normale. A quel punto il silenzio di Dio può essere scambiato per approvazione, mentre la Scrittura lo presenta spesso come lo spazio della pazienza, il tempo nel quale la conversione rimane ancora possibile.

Questo riguarda anche il modo con cui difendiamo Dio. Possiamo essere convinti di servire la verità e intanto sottrarci alla verità che dovrebbe giudicare noi. Possiamo denunciare con precisione gli errori altrui, riconoscere ogni cedimento della Chiesa contemporanea, individuare le contraddizioni del mondo e rimanere sorprendentemente poco disponibili a permettere che la stessa Parola raggiunga il nostro modo di parlare, di giudicare, di trattare le persone e di custodire le ferite ricevute. Anche la dottrina più vera può diventare un luogo dietro il quale nascondersi quando viene utilizzata soltanto come luce rivolta verso gli altri.

Forse per questo, durante l’adorazione, quella parola mi è apparsa anzitutto come una grazia. «Pongo davanti a te la mia accusa» significa che Dio non ci lascia definitivamente consegnati alle nostre illusioni. La Parola ci mette davanti ciò che preferiremmo non vedere, la preghiera toglie lentamente alcune giustificazioni, la confessione ci costringe a chiamare il peccato con il proprio nome e l’Eucaristia ci pone davanti a un amore che misura in maniera molto diversa la qualità del nostro amore. Il giudizio di Dio comincia già così nella vita cristiana, ogni volta che permettiamo alla sua luce di raggiungere un punto che avevamo protetto.

Questa esperienza conduce inevitabilmente anche alla realtà del giudizio definitivo, della quale oggi si parla poco e che talvolta viene immaginata soltanto attraverso immagini di paura. La fede cristiana afferma qualcosa di più preciso. Con la morte termina il tempo nel quale la libertà può ancora accogliere o rifiutare la grazia manifestata in Cristo, e ogni uomo riceve nel giudizio particolare la retribuzione della propria vita in riferimento a Lui. Il giudizio, quindi, non coincide semplicemente con la coscienza che finalmente comprende se stessa. È l’incontro con Cristo, il Giudice davanti al quale la nostra esistenza appare nella sua verità e dal quale riceviamo ciò che corrisponde alla risposta data alla grazia. (Catechismo della Chiesa Cattolica, giudizio particolare)

Benedetto XVI ha descritto questo mistero con parole che mi sembrano sorprendentemente vicine all’intuizione del Salmo. In Spe salvi scrive che l’incontro con Cristo è l’atto decisivo del giudizio e che davanti al suo sguardo ogni falsità si dissolve. Parlando della purificazione di chi rimane orientato verso Cristo, il Papa presenta il suo sguardo come un fuoco che manifesta ciò che nella nostra vita era paglia e ciò che possedeva consistenza, un incontro nel quale la giustizia di Dio e la sua grazia non si neutralizzano reciprocamente. La nostra vita conta realmente; ciò che abbiamo fatto dell’amore ricevuto possiede un peso eterno. (Benedetto XVI, Spe salvi)

Occorre mantenere questa serietà anche quando parliamo dell’inferno. La Chiesa insegna che Dio non predestina nessuno alla dannazione e che morire in peccato mortale senza pentimento significa rimanere separati eternamente da lui attraverso una scelta liberamente compiuta e definitivamente confermata. Il Catechismo chiama questa condizione «auto-esclusione» dalla comunione con Dio e con i beati, indicando nella separazione eterna da Dio la pena principale dell’inferno. Questo permette di comprendere quanto la libertà dell’uomo sia presa sul serio, senza trasformare la dannazione nell’arbitraria esplosione d’ira di un Dio che improvvisamente smette di essere misericordioso; nello stesso tempo ci impedisce di ridurre l’inferno a un semplice sentimento psicologico o al rimorso dell’uomo davanti a se stesso. Cristo parla realmente di giudizio, di separazione e di una possibilità definitiva di perdizione, perché l’amore di Dio non annulla la libertà alla quale si offre. (Catechismo della Chiesa Cattolica, l’inferno)

A questo punto la parola del Salmo cambia ancora prospettiva. «Pongo davanti a te la mia accusa» non ci invita a costruire una geografia dell’aldilà né a immaginare nei particolari ciò che nessuno di noi può descrivere dall’interno. Ci richiama a una responsabilità molto più immediata: lasciare che ciò che un giorno sarà manifestato davanti a Cristo venga portato alla luce già adesso. Ci sono ingiustizie alle quali ci siamo abituati, parole pronunciate senza carità, tradimenti chiamati prudenza, durezze che abbiamo battezzato come fedeltà, compromessi presentati come misericordia e doni che potevano diventare servizio e sono stati lentamente trasformati in possesso. La conversione comincia quando smettiamo di proteggere queste zone dall’incontro con Dio.

Ed è precisamente qui che il giudizio cristiano diventa anche una parola di speranza. Se Dio desiderasse soltanto sorprenderci alla fine con ciò che abbiamo nascosto, la fede sarebbe dominata dalla paura. Il Vangelo mostra invece un Signore che continua a correggere Pietro prima della sua caduta, lo guarda dopo il rinnegamento e lo raggiunge nuovamente sulla riva del lago. La luce che giudica è la stessa luce dell’amore che chiama alla conversione. Il tempo presente ci viene donato perché ciò che deve essere guarito possa essere consegnato alla misericordia prima che la nostra libertà abbia pronunciato la propria parola definitiva.

Per questo la domanda nata questa mattina nell’adorazione è diventata progressivamente una preghiera. Non chiedo al Signore di risparmiarmi la verità su me stesso, perché sarebbe una misericordia troppo piccola e alla fine ingannevole. Gli chiedo piuttosto di mostrarmi adesso ciò che tendo a nascondere, di correggere l’immagine di Lui che costruisco secondo le mie convenienze e di mettere davanti ai miei occhi quanto ha bisogno di conversione, finché esiste ancora il tempo nel quale posso domandare perdono, riparare ciò che è possibile riparare e lasciarmi trasformare dalla grazia.

Forse il versetto del Salmo contiene proprio questa misericordia severa. Dio non è come noi e il suo silenzio non significa indifferenza. Proprio perché è altro rispetto alle nostre proiezioni, può salvarci da ciò che da soli finiremmo per giustificare; proprio perché la sua verità non cambia insieme alle nostre convenienze, può diventare il terreno stabile sul quale ricominciare.

Pietro aveva detto la cosa giusta: «Tu sei il Cristo di Dio». Gesù dovette ancora insegnargli quale Cristo aveva appena confessato.

La stessa educazione continua per noi ogni volta che la fede smette di essere il modo attraverso il quale spieghiamo Dio e torna a diventare il luogo nel quale permettiamo a Dio di correggere noi.

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