Dalla chiesa di San Luca alla Madonna della Stella, una preghiera mensile che ricorda alla nostra diocesi che una vocazione riguarda sempre tutta la comunità
Con l’inizio del nuovo anno pastorale riprende anche uno degli appuntamenti più discreti e, nello stesso tempo, più tenaci della nostra Chiesa di Spoleto-Norcia: il pellegrinaggio mensile di preghiera per le vocazioni al Santuario della Madonna della Stella. Ogni primo sabato del mese la comunità si raccoglie davanti alla chiesa di San Luca, a Montefalco, e da lì si mette in cammino recitando il Rosario fino al Santuario, dove la preghiera trova il proprio compimento nella celebrazione eucaristica. È un gesto semplice, che potrebbe sembrare marginale rispetto alle molte urgenze pastorali di una diocesi; proprio la sua continuità, però, gli conferisce un significato particolare, perché dal 2 gennaio 2010 generazioni diverse di sacerdoti e fedeli hanno percorso quella stessa strada chiedendo al Signore di continuare a chiamare uomini capaci di spendere la vita per il Vangelo e per la Chiesa. (Arcidiocesi di Spoleto-Norcia, Lettera sulle vocazioni al sacerdozio, 2019)
Quindici anni sono un tempo sufficientemente lungo per comprendere che questo pellegrinaggio non è nato come risposta emotiva a una stagione di particolare difficoltà. Mons. Renato Boccardo lo ha richiamato più volte come una responsabilità stabile della comunità diocesana e, nella Lettera sulle vocazioni al sacerdozio consegnata il 17 aprile 2019, ricordava con gratitudine che la Provvidenza aveva accompagnato quella preghiera donando negli anni nuovi seminaristi e sacerdoti. La stessa Lettera rifiutava una lettura fatalistica della diminuzione vocazionale: non basta attendere che qualcuno arrivi, magari affidandosi semplicemente a sacerdoti provenienti da altre Chiese, per quanto prezioso sia il loro servizio; occorre domandarsi quale qualità di vita cristiana renda una comunità capace di «generare» uomini innamorati di Dio e della gente. (Lettera sulle vocazioni al sacerdozio, 2019)
Questa domanda mi sembra ancora più importante del numero dei seminaristi presenti in un determinato momento. Qualche settimana fa, riflettendo sulla crisi delle vocazioni, avevo cercato di mostrare quanto sarebbe semplicistico attribuire il problema a una sola causa o a una singola stagione della vita ecclesiale. I processi culturali che hanno modificato il rapporto con la fede, la famiglia, l’autorità, l’impegno definitivo e la stessa appartenenza ecclesiale vengono da lontano e hanno reso progressivamente più difficile quel tessuto nel quale una chiamata poteva essere ascoltata quasi naturalmente. Il pellegrinaggio alla Madonna della Stella ci porta ora sul versante complementare della questione, perché dopo avere studiato le ragioni di una crisi bisogna anche domandarsi quale terreno desideriamo preparare perché una vocazione possa ancora nascere.
La Lettera del 2019 parte precisamente dalla preghiera. Non la presenta come una delega con la quale affidiamo a Dio un problema che non sappiamo risolvere, bensì come la condizione spirituale attraverso la quale l’intera comunità impara a riconoscere nuovamente che ogni vocazione nasce dall’iniziativa del Signore. Mons. Boccardo chiede alle parrocchie di promuovere occasioni di preghiera, invita i malati e gli anziani a offrire anche la propria sofferenza per questa intenzione e raccomanda che nelle celebrazioni domenicali non manchi l’invocazione per le vocazioni. In questo orizzonte colloca il pellegrinaggio mensile alla Madonna della Stella, che diventa quasi la forma visibile di una Chiesa consapevole di non poter fabbricare i propri ministri e, proprio per questo, chiamata a creare le condizioni nelle quali una risposta possa maturare. (Lettera sulle vocazioni al sacerdozio, 2019)
Pregare per le vocazioni, infatti, modifica anzitutto la comunità che prega. Una parrocchia che chiede al Signore nuovi sacerdoti viene inevitabilmente interrogata sul modo in cui parla del sacerdozio, sul rapporto che intrattiene con i propri preti e sull’immagine della Chiesa che consegna ai giovani. Nella Lettera l’Arcivescovo affronta con notevole franchezza anche questo aspetto, osservando che una critica corrosiva della Chiesa, la mancanza di stima reciproca e quelle «chiacchiere omicide» tante volte denunciate da Papa Francesco difficilmente possono aiutare un giovane a desiderare di spendere la propria vita al suo servizio. La pastorale vocazionale comincia quindi molto prima di un incontro specificamente dedicato al discernimento, perché attraversa il clima ordinario nel quale una comunità vive e racconta la propria fede. (Lettera sulle vocazioni al sacerdozio, 2019)
Lo stesso vale per noi sacerdoti. Nella Messa Crismale di quel 17 aprile 2019, proprio mentre consegnava alla diocesi la Lettera vocazionale, mons. Boccardo ricordava al presbiterio che il rapporto con Cristo esige «una spiritualità seria, profonda ed impegnata» e che la mancanza di preghiera può ridurre il ministero a una funzione sociale. Poco dopo chiedeva che ogni parrocchia prevedesse una giornata vocazionale e tornava con insistenza sul pellegrinaggio mensile alla Madonna della Stella. Queste parole appartengono a un unico ragionamento: la vocazione sacerdotale diventa comprensibile quando il sacerdote che un giovane incontra lascia trasparire che il centro della propria vita continua a essere Cristo e che il ministero ricevuto, pur dentro la fatica, conserva la forma di un dono. (Duemondinews, Messa Crismale 2019)
Non significa costruire un’immagine artificiosamente felice del prete, quasi fosse necessario nascondere la stanchezza, le difficoltà pastorali o le fragilità che accompagnano ogni esistenza. Una testimonianza credibile non nasce dalla pubblicità del ministero. Nasce piuttosto quando un giovane può vedere un uomo che attraversa la fatica senza avere smarrito il motivo per cui si è consegnato, capace di parlare della Chiesa senza amarezza permanente e di celebrare l’Eucaristia come il luogo nel quale continua egli stesso a ricevere ciò che poi offre agli altri.
Proprio su questo punto la Lettera del 2019 contiene una delle osservazioni più profonde. Mons. Boccardo scrive che la testimonianza della gioia nella sequela di Gesù rimane una via privilegiata per suscitare interesse vocazionale, precisando che il centro non è l’attivismo del sacerdote. L’affanno dell’operare può perfino diventare una contro-testimonianza quando il ministero appare soltanto come una successione di compiti, riunioni e servizi. La vocazione nasce invece dall’amore di Dio, dall’amicizia con Cristo e dal desiderio di stare con lui; se questo fondamento diventa invisibile, il giovane vede il lavoro del prete e rischia di non comprendere più perché qualcuno dovrebbe offrirgli l’intera esistenza. (Lettera sulle vocazioni al sacerdozio, 2019)
A questa dimensione si collega un secondo aspetto che oggi considero ancora più urgente: l’accompagnamento. Nel marzo di quest’anno padre Roberto Cecconi, rettore del Santuario della Madonna della Stella e per molti anni formatore dei postulanti passionisti, ha espresso una valutazione molto concreta. Secondo la sua esperienza, diversi giovani hanno percepito anche per due o tre anni una possibile chiamata alla vita di speciale consacrazione senza trovare qualcuno disposto a prenderli per mano e ad accompagnarli seriamente nel discernimento. Ha definito questa mancanza di adulti disponibili un vero dramma e ha richiamato il valore della direzione spirituale come servizio distinto e più ampio rispetto alla sola confessione sacramentale. (Arcidiocesi di Spoleto-Norcia, intervista a p. Roberto Cecconi C.P.)
È un’osservazione che completa in maniera quasi impressionante quanto l’Arcivescovo aveva scritto sei anni prima. La Lettera ricorda che i giovani hanno bisogno di figure significative, capaci di dialogo, attenzione, ascolto e compagnia, e affida in modo particolare ai sacerdoti il compito di aiutarli a discernere e seguire la chiamata. Una vocazione può infatti essere autentica e rimanere a lungo senza nome; può presentarsi inizialmente come una inquietudine, un desiderio di maggiore radicalità, una particolare attrazione per la preghiera o per il servizio ecclesiale. Senza qualcuno che sappia ascoltare questi movimenti con libertà, senza appropriarsi della coscienza del giovane e senza spegnerne prematuramente le domande, ciò che avrebbe potuto maturare può lentamente disperdersi. (Lettera sulle vocazioni al sacerdozio, 2019)
La responsabilità, allora, non può essere caricata soltanto sulle spalle dei sacerdoti. La Lettera coinvolge esplicitamente le famiglie, gli educatori e l’intera comunità cristiana, perché la vocazione cresce dentro una trama di relazioni. Una famiglia che considera la consacrazione del figlio una disgrazia da evitare crea un ostacolo reale; una comunità nella quale il sacerdote viene apprezzato finché risponde alle aspettative di tutti e demolito appena prende una decisione scomoda trasmette un messaggio altrettanto eloquente; un ambiente nel quale ogni scelta definitiva viene percepita come rinuncia alla libertà rende inevitabilmente più difficile comprendere una vita donata per sempre. Il problema vocazionale riguarda quindi la cultura cristiana complessiva che siamo capaci di generare.
Per questo mi sembra importante che il pellegrinaggio alla Madonna della Stella continui a essere un gesto di popolo. Non è riservato agli addetti alla pastorale vocazionale, ai seminaristi o ai familiari di chi sta discernendo. Quando uomini e donne di età diverse percorrono insieme quella strada e recitano il Rosario, dicono concretamente che il futuro del ministero sacerdotale riguarda tutti. La comunità che domanda un sacerdote riconosce contemporaneamente di avere una parte nella preparazione del terreno nel quale quella chiamata potrà essere accolta.
Il Santuario stesso rende particolarmente eloquente questo gesto. Durante l’Anno giubilare è stato indicato come chiesa giubilare e continua a essere un luogo nel quale pellegrinaggio, riconciliazione e preghiera si intrecciano con la vita ordinaria delle comunità della zona. Padre Roberto Cecconi lo ha descritto come uno spazio capace di accogliere persone provenienti anche da fuori diocesi e di accompagnarle attraverso il ministero della confessione e della direzione spirituale. Pregare proprio lì per le vocazioni significa affidare a Maria non una strategia per riempire strutture vuote, bensì il desiderio che uomini e donne possano ancora riconoscere la forma concreta nella quale il Signore chiede loro di donare la vita. (Arcidiocesi di Spoleto-Norcia, intervista a p. Roberto Cecconi C.P.)
Anche per questo eviterei di misurare immediatamente l’efficacia di quindici anni di pellegrinaggi attraverso una semplice contabilità delle ordinazioni. La Chiesa diocesana ha ricevuto in questi anni seminaristi e sacerdoti e ne ha riconosciuto con gratitudine il dono; nello stesso tempo la preghiera vocazionale possiede una fecondità più vasta. Ricorda a chi è sposato la propria chiamata, interroga chi vive la consacrazione religiosa, rinnova nel sacerdote la memoria del giorno in cui ha risposto e aiuta l’intera comunità a percepire l’esistenza cristiana come risposta a un’iniziativa di Dio.
Qui, forse, si comprende il valore più profondo del camminare. La strada da San Luca alla Madonna della Stella non risolve la crisi delle vocazioni e nessuno dovrebbe attribuirle un automatismo che la fede non conosce. Ci educa però a non considerare quella crisi soltanto come qualcosa che accade fuori di noi. Mentre chiediamo al Signore di chiamare ancora, siamo costretti a domandarci quale Chiesa incontrerebbe oggi un ragazzo che avvertisse quella chiamata e se troverebbe accanto a sé adulti capaci di riconoscerla, sacerdoti felici di accompagnarla e comunità abbastanza vive da far comprendere per che cosa valga la pena consegnare l’intera esistenza.
Nella Lettera del 2019 mons. Boccardo concludeva rifiutando il tempo delle lamentazioni e chiedendo coraggio pastorale, nella convinzione che la voce del Signore continui a raggiungere il cuore dei giovani. È una prospettiva che sei anni dopo conserva intatta la propria attualità. Il problema non è convincerci che le condizioni culturali siano facili; evidentemente non lo sono. La questione è decidere se crediamo ancora che Cristo possa chiamare dentro questo tempo e se siamo disponibili a costruire comunità nelle quali quella voce non venga soffocata dal rumore o lasciata senza qualcuno che aiuti a riconoscerla. (Lettera sulle vocazioni al sacerdozio, 2019)
Per questo il pellegrinaggio mensile alla Madonna della Stella continua ad avere senso. Ogni primo sabato la diocesi torna a mettersi sulla strada, portando con sé la propria povertà e il bisogno di nuovi ministri, senza pretendere di consegnare a Dio un problema che riguarda soltanto Lui. La preghiera chiede il dono e, mentre lo chiede, educa il popolo a diventare capace di riceverlo.
Forse una Chiesa genera vocazioni proprio quando smette di domandarsi soltanto dove siano finiti i giovani disposti a consegnarsi e comincia a interrogarsi con maggiore serietà su quale volto di Cristo, quale esperienza ecclesiale e quale qualità di accompagnamento stia offrendo loro.
Il Signore della messe continua a chiamare. Il pellegrinaggio alla Madonna della Stella ci ricorda che anche il terreno nel quale quella chiamata deve germogliare è affidato, almeno in parte, alle nostre mani.
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