Il messaggio al XV Convegno dell’AIE e un ministero che la Chiesa vive sotto la signoria di Cristo, con prudenza e vicinanza a chi soffre
Nel parlare dell’esorcismo la nostra attenzione viene attratta quasi inevitabilmente dagli aspetti straordinari: la possessione, la lotta contro il Maligno, il rito attraverso il quale la Chiesa invoca l’autorità di Cristo. È comprensibile, perché si tratta della parte più insolita di un ministero che rimane poco conosciuto nella vita ordinaria delle comunità cristiane. Proprio per questo mi ha colpito una parola utilizzata da Papa Leone XIV nel messaggio inviato al XV Convegno internazionale dell’Associazione Internazionale Esorcisti, svoltosi dal 15 al 20 settembre alla Fraterna Domus di Sacrofano: accanto alla liberazione, il Papa ha posto la consolazione. (Vatican News, messaggio di Leone XIV agli esorcisti)
Non si tratta di un’aggiunta marginale. Leone XIV ha espresso il proprio apprezzamento per i sacerdoti che esercitano quello che ha definito un ministero «delicato» e «quanto mai necessario», incoraggiandoli ad accompagnare i fedeli realmente posseduti dal Maligno mediante la preghiera e l’invocazione della presenza efficace di Cristo. La formulazione conserva tutta la serietà con cui la Chiesa riconosce la possibilità di un’azione straordinaria del demonio e, nello stesso tempo, colloca il ministero dentro una relazione pastorale nella quale davanti all’esorcista non c’è anzitutto un fenomeno da affrontare, bensì una persona che soffre. (Vatican News)
Qualche settimana fa avevo già dedicato una riflessione al ministero degli esorcisti, cercando soprattutto di mettere ordine tra fede e superstizione, tra azione del Maligno e sofferenza psichica, tra la prudenza richiesta dalla Chiesa e quella spettacolarizzazione che può trasformare un servizio delicatissimo in una narrazione ossessionata dal demonio. (ESORCISTI ED ESORCISMI OGGI: DISCERNERE PER SERVIRE LA VERITÀ) Le parole di Leone XIV permettono ora di compiere un passo ulteriore, perché mostrano che il discernimento non serve soltanto a stabilire se ci troviamo realmente davanti a una possessione. Serve anche a comprendere come accompagnare una persona che, prima ancora di qualunque diagnosi spirituale, arriva alla Chiesa portando paura, confusione e spesso una lunga storia di sofferenza.
Il Catechismo conserva su questo punto un equilibrio che non dovrebbe mai essere perduto. Al n. 1673 ricorda che l’esorcismo solenne può essere compiuto soltanto da un presbitero con il permesso del vescovo e che occorre procedere con prudenza, distinguendo accuratamente una reale presenza del Maligno dalle malattie, soprattutto psichiche, la cui cura appartiene alla medicina. Non vi è alcuna contraddizione tra la fede nell’azione demoniaca e questa prudenza; è proprio la serietà della fede cattolica a impedire che ogni sofferenza venga interpretata precipitosamente in chiave soprannaturale. (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1673)
Anche il diritto della Chiesa mostra quanto questo ministero venga sottratto all’improvvisazione. Il can. 1172 stabilisce che nessuno possa compiere legittimamente esorcismi sugli ossessi senza una licenza peculiare ed espressa dell’Ordinario del luogo e che tale facoltà venga concessa a un sacerdote caratterizzato da pietà, scienza, prudenza e integrità di vita. Sono requisiti che dicono qualcosa di molto importante sulla figura dell’esorcista: la Chiesa non cerca semplicemente un uomo capace di pronunciare determinate formule, cerca un sacerdote sufficientemente maturo da saper portare il peso della sofferenza altrui senza alimentarla attraverso paure, autosuggestioni o interpretazioni avventate. (Codice di Diritto Canonico, can. 1172)
La consolazione indicata da Leone XIV nasce precisamente da qui. Una persona che arriva davanti a un esorcista può aver già attraversato mesi o anni di inquietudine, può aver ricevuto spiegazioni contraddittorie e può essersi progressivamente convinta che ogni difficoltà della propria vita dipenda da un’azione straordinaria del Maligno. In altri casi la sofferenza può presentare caratteristiche che richiedono realmente il discernimento ecclesiale previsto dal rito. In entrambe le situazioni il sacerdote è chiamato a incontrare una persona e non soltanto a verificare un fenomeno, perché persino la conclusione che non vi siano elementi per procedere a un esorcismo deve poter essere comunicata dentro una relazione capace di continuare ad accompagnare.
Questo mi sembra uno degli aspetti più belli del messaggio del Papa. La liberazione cristiana non coincide semplicemente con la rimozione di qualcosa di oscuro. È il ritorno della persona dentro quella libertà che Cristo dona e che trova nella vita sacramentale, nella preghiera e nella comunione ecclesiale il proprio ambiente ordinario. Persino quando viene celebrato il grande esorcismo, il centro non è il demonio che deve essere scacciato; rimane Cristo, la cui signoria viene invocata dalla Chiesa a favore di un figlio che soffre.
Per questo l’esorcista non dovrebbe essere riconoscibile soprattutto come specialista del Maligno. Rimane anzitutto un sacerdote e porta dentro questo servizio tutto ciò che appartiene al ministero ricevuto: la capacità di ascoltare, la familiarità con la Parola, la vita sacramentale e quella discrezione attraverso la quale una persona ferita può sentirsi custodita anche mentre viene affrontata una situazione particolarmente difficile. Se la figura dell’esorcista viene separata da questa identità sacerdotale, rischia facilmente di assumere tratti quasi specialistici o carismatici che la disciplina della Chiesa ha sempre cercato di evitare.
Il Convegno di Sacrofano conferma questa impostazione. Vi hanno partecipato circa trecento tra sacerdoti e ausiliari esorcisti provenienti dai diversi continenti e, accanto al messaggio pontificio, sono intervenuti anche il cardinale Arthur Roche e il cardinale Pietro Parolin. Quest’ultimo ha ricordato che l’esorcista opera con un dono che appartiene a Cristo e che deve essere custodito nell’umiltà, mentre il cardinale Roche ha richiamato il significato dell’accompagnamento di coloro che soffrono. Il quadro complessivo restituisce quindi un ministero profondamente ecclesiale, lontano tanto dall’incredulità quanto dalla rappresentazione cinematografica che continua a condizionare l’immaginario comune. (Vatican News)
Anche la parola «realmente», utilizzata nel messaggio quando si parla dei fedeli realmente posseduti dal Maligno, merita attenzione. Non la leggerei come una formula polemica contro chi dubita della possessione, bensì come un richiamo alla necessità del discernimento. La Chiesa crede nella possibilità reale della possessione e proprio per questo non la attribuisce indistintamente a tutte le forme di sofferenza spirituale o psicologica. Il rito dell’esorcismo perde la propria serietà quando viene applicato con leggerezza, così come la persona perde protezione quando una diagnosi spirituale viene pronunciata prima che siano state considerate con competenza le altre possibili cause della sua condizione.
Già nel 1985 la Congregazione per la Dottrina della Fede era intervenuta per richiamare il rispetto della disciplina ecclesiale anche davanti alla diffusione di riunioni e preghiere finalizzate specificamente alla liberazione dall’influsso demoniaco. La preoccupazione non era quella di impedire ai cristiani di pregare contro il male, cosa che appartiene alla vita della Chiesa, bensì di evitare che si sviluppassero prassi parallele capaci di confondere la preghiera comune con ciò che appartiene propriamente all’esorcismo affidato a un sacerdote autorizzato. (Congregazione per la Dottrina della Fede, lettera del 29 settembre 1985)
Quella prudenza è forse ancora più necessaria oggi, perché la comunicazione digitale ha dato enorme visibilità a temi che un tempo rimanevano affidati alla discrezione pastorale. Video, testimonianze, racconti di liberazione e classificazioni di presunte influenze spirituali possono raggiungere in pochi minuti persone già impaurite o vulnerabili e fornire loro una spiegazione immediata per ciò che stanno attraversando. Il discernimento della Chiesa procede con un passo molto meno spettacolare, proprio perché prende la persona più sul serio del racconto che potrebbe essere costruito intorno alla sua sofferenza.
Dentro questo quadro, parlare di consolazione significa anche ricordare che il ministero non può terminare semplicemente con la conclusione secondo cui non vi sia una possessione. Una persona può aver bisogno di un medico, di un sostegno psicologico o di ritrovare un equilibrio nella propria vita spirituale; può essere stata profondamente ferita dalla paura del demonio e avere bisogno di riscoprire che la fede cristiana non consiste nel controllare continuamente la presenza del male, bensì nel vivere sotto la signoria di Cristo. Anche questa è una forma di liberazione, perché restituisce alla persona una relazione con Dio che non venga continuamente filtrata dall’angoscia.
Il messaggio di Leone XIV mi sembra prezioso proprio perché mantiene insieme queste dimensioni senza attenuarne nessuna. Riconosce un ministero che egli stesso definisce necessario, parla esplicitamente dei fedeli realmente posseduti dal Maligno e indica il sacramentale dell’esorcismo come strumento attraverso il quale viene invocata la vittoria di Cristo su Satana; nello stesso tempo ricorda che tutto questo deve assumere il volto della consolazione, così che la forza della Chiesa contro il male si manifesti anche nella maniera con cui essa rimane accanto a chi soffre. (Vatican News)
Forse proprio questa prospettiva può correggere alcune immagini troppo semplici con cui pensiamo all’esorcismo. La lotta spirituale non mette davanti a noi due potenze equivalenti impegnate in un conflitto dall’esito incerto, perché la fede cristiana parte dalla vittoria pasquale di Cristo. Il demonio rimane una creatura e il suo potere è limitato; l’esorcista non combatte affidandosi a una propria capacità particolare, ma prega con l’autorità della Chiesa perché la signoria del Risorto raggiunga concretamente la persona affidata alla sua cura.
Da qui deriva anche la sobrietà che dovrebbe accompagnare ogni parola pubblica su questo ministero. Quanto più il sacerdote riesce a far vedere Cristo, tanto meno ha bisogno di rendere interessante il demonio. La vera forza dell’esorcismo non si misura sulla drammaticità dei fenomeni che possono accompagnarlo, bensì sulla fede con cui la Chiesa invoca Colui al quale appartiene definitivamente la vittoria.
Leone XIV, parlando di liberazione e consolazione, ha forse consegnato agli esorcisti una sintesi pastorale più profonda di quanto possa apparire a una prima lettura. Liberare significa opporsi realmente al male quando la Chiesa ne riconosce una presenza straordinaria; consolare significa non lasciare mai sola la persona dietro il fenomeno che si sta affrontando.
Ed è proprio questa seconda parola a ricordarci che anche il ministero più singolare della Chiesa rimane, alla fine, una forma della cura pastorale di Cristo.
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