Credere nell’azione del Maligno senza trasformarla in spettacolo
Cari amici, il tema dell’esorcismo esercita da sempre una singolare attrazione. Basta che emerga il racconto di una presunta possessione, il video di una preghiera di liberazione o la testimonianza di un sacerdote esorcista perché l’attenzione cresca immediatamente. Il male affascina quasi quanto spaventa, e in un tempo dominato dalle immagini e dalla comunicazione rapida questa attrazione può diventare ancora più forte. Proprio per questo la prudenza della Chiesa merita di essere ascoltata, perché essa non nega ciò che la fede afferma e non alimenta neppure quella curiosità che finisce per attribuire al demonio una centralità che il Vangelo non gli concede.
La Chiesa crede realmente nell’esistenza del Maligno. Non si tratta di un residuo mitologico che la fede contemporanea dovrebbe imbarazzatamente nascondere. Gesù incontra il male personale, libera uomini oppressi e affida ai discepoli una missione nella quale la vittoria sul potere delle tenebre appartiene all’annuncio del Regno. La stessa liturgia battesimale conserva forme di esorcismo, proprio perché l’ingresso nella vita cristiana viene compreso come passaggio alla libertà dei figli di Dio. Quando la Chiesa celebra il grande esorcismo continua quindi, secondo una forma regolata e pubblica, a invocare l’autorità di Cristo contro un’azione del Maligno ritenuta reale. Il Catechismo ricorda che questa autorità proviene da Gesù e che l’esorcismo solenne può essere celebrato soltanto da un presbitero con il permesso del vescovo.
La serietà con cui la Chiesa riconosce l’esorcismo spiega anche la severità delle condizioni con cui lo disciplina. Il Codice di Diritto Canonico non affida questo ministero alla semplice iniziativa di un sacerdote particolarmente sensibile al tema. Occorre una licenza peculiare ed espressa dell’Ordinario del luogo, concessa a un presbitero che possieda pietà, scienza, prudenza e integrità di vita. Queste qualità dicono molto. L’esorcista non è scelto perché manifesta una particolare attrazione verso il mondo demoniaco, bensì perché deve possedere quell’equilibrio spirituale e umano che permette di servire persone spesso profondamente sofferenti senza alimentarne paure, suggestioni o interpretazioni precipitose.
Qui emerge un elemento che considero decisivo: discernere appartiene al ministero dell’esorcista quanto pregare.
Il Catechismo lo afferma senza esitazioni quando distingue l’azione demoniaca dalle malattie, «soprattutto psichiche», e ricorda che la cura di queste ultime appartiene alla scienza medica. Prima di celebrare un esorcismo bisogna quindi accertare che si sia realmente davanti a una presenza del Maligno e non a una malattia. Questa prudenza non nasce da una fede indebolita. Nasce precisamente dalla fede cattolica, che riconosce la realtà spirituale e prende sul serio anche la realtà corporea e psichica dell’uomo.
Una persona può attraversare disturbi psichiatrici severi, crisi dissociative, stati di forte angoscia o altre condizioni cliniche che assumono forme impressionanti per chi le osserva. Interpretare immediatamente tutto questo come possessione può provocare un danno reale, perché rischia di ritardare cure necessarie e può confermare nella persona una lettura della propria sofferenza che la rende ancora più difficile da affrontare. Allo stesso tempo, ridurre ogni esperienza spirituale alla sola categoria clinica significherebbe oltrepassare in direzione opposta i confini della competenza medica. La prudenza cattolica vive proprio dentro questa distinzione e permette alle diverse competenze di collaborare senza pretendere di assorbire l’intero mistero della persona.
Per questo l’esorcista serio non dovrebbe temere il confronto con medici e specialisti della salute mentale. Il loro intervento non rappresenta una concorrenza alla sua missione. Può diventare uno degli strumenti attraverso i quali viene chiarita la situazione reale di chi chiede aiuto. L’uomo che arriva davanti alla Chiesa porta infatti una sofferenza concreta, e la prima responsabilità pastorale consiste nel non utilizzare quella sofferenza come conferma di una teoria già costruita.
Questo criterio diventa particolarmente importante quando si passa dall’esorcismo vero e proprio alle cosiddette preghiere di liberazione.
Già nel 1985 la Congregazione per la Dottrina della Fede intervenne ricordando ai vescovi che stavano aumentando gruppi nei quali si pregava con l’intenzione specifica di ottenere liberazione dall’influsso demoniaco, anche sotto la guida di laici. Il Dicastero richiamò il can. 1172 e chiese che venissero rispettati i limiti stabiliti dalla disciplina ecclesiale. La preoccupazione era evidente: la lotta spirituale appartiene alla vita cristiana e la preghiera contro il male è legittima, mentre alcune forme possono avvicinarsi impropriamente all’esorcismo o creare una prassi parallela sottratta al discernimento del vescovo.
È un problema che conserva una notevole attualità.
Internet permette oggi di ascoltare formule di liberazione, seguire dirette, consultare testimonianze e trovare persone che interpretano quasi ogni difficoltà attraverso categorie demoniache. Una malattia, una crisi affettiva, una dipendenza, una serie di fallimenti o perfino una normale aridità nella preghiera possono essere rapidamente ricondotti a malefici, infestazioni o legami spirituali. A quel punto la vita cristiana rischia di essere letta attraverso una cartografia del demonio molto più dettagliata della nostra conoscenza di Cristo.
Questo rovesciamento è spiritualmente pericoloso.
Il cristianesimo non nasce dalla paura del demonio. Nasce dalla vittoria di Cristo. Il Battesimo ci incorpora nel Signore morto e risorto; la vita sacramentale ci introduce nella comunione con Lui; la preghiera, la carità e la conversione quotidiana costruiscono una libertà che non ha bisogno di trascorrere le giornate alla ricerca di presenze oscure dietro ogni avvenimento. Una vita cristiana sana conosce la lotta spirituale e rifiuta di trasformarla in ossessione.
Anche il linguaggio utilizzato dagli esorcisti richiede quindi grande sobrietà.
Un sacerdote che parla pubblicamente di questo ministero può aiutare molti fedeli a comprendere la fede della Chiesa e a liberarsi sia dall’incredulità sia dalla superstizione. Quando invece il racconto assume continuamente forme spettacolari, con dettagli impressionanti, classificazioni minuziose degli spiriti maligni e narrazioni difficili da verificare, l’attenzione finisce lentamente per spostarsi. Il protagonista non è più Cristo che libera; diventa il male che affascina.
Qui il criterio evangelico dovrebbe essere semplice: il demonio non merita pubblicità.
La Chiesa lo affronta quando è necessario e lo fa dentro l’autorità ricevuta da Cristo. Il ministro non costruisce la propria identità attorno al nemico che combatte. Rimane un sacerdote, uomo dell’Eucaristia, della Parola e della misericordia, al quale in una circostanza particolare il vescovo affida anche questo compito.
Il rito dell’esorcismo stesso esprime questa ecclesialità. L’esorcista non agisce attraverso una forza personale e non possiede un potere privato sul mondo spirituale. È la Chiesa che prega attraverso il suo ministro, affidandosi all’autorità di Cristo. Anche per questo improvvisazioni, formule inventate o teatralizzazioni risultano estranee alla logica cattolica. Il ministero vive dell’obbedienza alla Chiesa che lo conferisce.
Questa obbedienza protegge anche la persona che chiede aiuto.
Chi si rivolge a un esorcista spesso arriva dopo un percorso doloroso. Può avere paura, può essere vulnerabile e può aver già ricevuto interpretazioni molto diverse della propria situazione. Trovarsi davanti a un sacerdote capace di ascoltare con calma, verificare, distinguere e collaborare con altre competenze può essere già una forma di liberazione da quella confusione nella quale ogni sofferenza aveva assunto il volto del demonio.
Talvolta il discernimento condurrà a riconoscere la necessità di un vero esorcismo. In altri casi emergerà un bisogno medico o psicologico. Altre persone avranno soprattutto bisogno di ritrovare una normale vita sacramentale, di riconciliarsi con Dio, di ricostruire la preghiera e di uscire da pratiche superstiziose che hanno alimentato la paura. Ogni situazione chiede rispetto e pazienza.
La verità non viene servita affrettando una diagnosi.
Forse proprio questo è uno dei contributi più importanti che un esorcista può offrire oggi alla Chiesa: ricordarci che il male esiste e, nello stesso tempo, impedirci di vederlo ovunque.
Il demonio cerca certamente di separare l’uomo da Dio. Il Vangelo ci mostra però che la risposta cristiana non consiste nel vivere continuamente rivolti verso di lui. Consiste nel rimanere con Cristo.
Quando il cristiano frequenta i sacramenti, custodisce la preghiera, combatte il peccato e cresce nella carità, vive già dentro quella libertà che Cristo ha conquistato. Se una situazione straordinaria richiederà il ministero dell’esorcismo, la Chiesa possiede gli strumenti e l’autorità per affrontarla. Nel resto della vita, la santità quotidiana rimane la forma più concreta della lotta spirituale.
Forse abbiamo bisogno proprio di questa sobrietà.
Credere senza ingenuità, discernere senza paura, affidarsi all’autorità della Chiesa e ricordare che tutta la potenza del male rimane infinitamente più piccola della signoria di Cristo.
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