don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

La critica delle strutture di dominio non cancella la paternità divina, che il cristiano riceve da Cristo e non dai modelli sociali

Negli ultimi anni la parola patriarcato è entrata con una forza crescente nel linguaggio pubblico. Viene utilizzata per interpretare la violenza contro le donne, le disuguaglianze tra i sessi, alcune strutture familiari e sociali, il modo in cui il potere si è storicamente distribuito tra uomini e donne; in altri contesti assume un significato molto più ampio e finisce per indicare quasi l’intera cultura occidentale, la differenza sessuale, l’autorità, la famiglia tradizionale e perfino il linguaggio religioso con cui il cristianesimo chiama Dio «Padre». Proprio questa oscillazione rende necessario distinguere, perché una parola capace di nominare fenomeni reali può trasformarsi facilmente in una categoria totale attraverso la quale ogni realtà viene interpretata nello stesso modo.

Nel testo che avevo scritto un anno fa tendevo a compiere l’operazione opposta, reagendo alla lettura ideologica del patriarcato attraverso una difesa altrettanto compatta della paternità. Arrivavo quasi a sostenere che l’attacco culturale al patriarcato conducesse inevitabilmente all’attacco contro Dio Padre. Oggi quella formulazione mi sembra troppo sbrigativa, perché mette sullo stesso piano una categoria sociologica e una verità rivelata che possiedono origini e significati profondamente differenti.

Il termine patriarcato, nella teoria femminista moderna, indica generalmente un sistema di rapporti nel quale il potere è strutturato in modo da attribuire agli uomini una posizione dominante rispetto alle donne. Kate Millett, in Sexual Politics, lo interpretava attraverso la categoria dei rapporti di potere tra i sessi; Gerda Lerner ne avrebbe successivamente ricostruito lo sviluppo storico, sostenendo che il predominio maschile non fosse una realtà naturale e immutabile, bensì il risultato di un processo sociale maturato lungo secoli. Possiamo discutere la capacità esplicativa di queste teorie e rifiutarne le generalizzazioni quando pretendono di interpretare ogni differenza sessuale come una relazione di dominio; sarebbe però difficile negare che la storia abbia conosciuto ordinamenti nei quali alle donne venivano attribuiti diritti minori, possibilità più limitate e una subordinazione giuridica o sociale molto concreta. (Kate Millett, Sexual Politics)

Il cristianesimo non ha alcun bisogno di difendere queste forme storiche per difendere la paternità.

Qui il Catechismo offre una distinzione che considero decisiva. Quando la fede chiama Dio «Padre», afferma che egli è origine prima di tutto e autorità trascendente e, nello stesso tempo, bontà e sollecitudine amorosa verso i suoi figli. Subito dopo aggiunge che la tenerezza di Dio può essere espressa anche attraverso immagini materne e che Dio trascende la distinzione umana tra i sessi: non è uomo né donna, è Dio; trascende inoltre la paternità e la maternità umane, delle quali rimane origine e misura. (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 238-239)

Questa precisazione cambia profondamente il modo in cui possiamo entrare nella discussione contemporanea. Il cristiano non chiama Dio Padre perché la società nella quale è nato è stata organizzata in modo patriarcale, né perché ritiene il maschio biologicamente più vicino a Dio della donna. Lo chiama Padre perché così lo ha rivelato Gesù Cristo. Il nome appartiene alla relazione eterna tra il Figlio e Colui dal quale egli è generato; noi possiamo pronunciarlo perché, nello Spirito, veniamo introdotti nella stessa relazione filiale del Figlio. Quando Paolo scrive che abbiamo ricevuto lo Spirito per mezzo del quale gridiamo «Abbà, Padre», non sta costruendo una teoria sociale dell’autorità maschile: sta descrivendo il mistero dell’adozione filiale mediante la quale il credente partecipa alla vita di Cristo.

È proprio qui che si trova la novità cristiana. Il Catechismo ricorda che molte religioni hanno utilizzato il titolo di padre riferendolo alla divinità e che lo stesso Antico Testamento chiama Dio Padre in quanto Creatore, autore dell’Alleanza e protettore del suo popolo. Gesù rivela però qualcosa di ulteriore: Dio è eternamente Padre perché eternamente genera il Figlio, e il Figlio vive eternamente nella relazione con il Padre. La paternità non viene quindi proiettata su Dio partendo da un’organizzazione familiare umana; accade piuttosto il contrario, perché ogni autentica esperienza umana della paternità può ricevere luce dalla relazione che Cristo ci manifesta. (Catechismo della Chiesa Cattolica)

Questo ci impedisce anche di sacralizzare troppo facilmente la figura concreta del padre. Il Catechismo osserva con realismo che l’esperienza dei genitori è fragile e che un uomo o una donna possono deformare il volto della paternità e della maternità. Esistono padri capaci di custodire, generare fiducia e sostenere la crescita dei figli; esistono anche paternità ferite, possessive, violente o semplicemente assenti. Chiamare Dio Padre non significa giustificare tutto ciò che un padre umano può fare, perché è Dio a essere misura della paternità umana e non la paternità umana a stabilire quale volto debba avere Dio.

A questo punto anche il rapporto con la critica del patriarcato diventa più libero. Quando la parola viene utilizzata per denunciare la violenza sulle donne, la loro considerazione come proprietà dell’uomo, la negazione di diritti fondamentali o una struttura sociale nella quale il potere maschile diventa dominio, il cristiano non ha motivo di sentirsi minacciato. Sono precisamente queste deformazioni dell’autorità che il Vangelo permette di giudicare con particolare severità, perché Cristo non presenta l’autorità come possesso dell’altro, bensì come servizio capace di donare se stesso.

Il problema nasce quando da questa critica storica si passa a una teoria antropologica nella quale la differenza sessuale viene considerata in se stessa sospetta, la paternità viene assimilata al dominio e ogni forma di autorità viene letta come semplice maschera del potere. In quel momento il termine patriarcato smette di descrivere determinate strutture e comincia a funzionare come una spiegazione totale della realtà. È questo passaggio che merita una valutazione critica, perché l’esperienza umana contiene rapporti di potere e conosce anche relazioni che non possono essere comprese interamente attraverso quella categoria: generazione, appartenenza, dono, responsabilità, cura e dipendenza reciproca.

La paternità appartiene precisamente a questo secondo ordine quando è vissuta nella sua verità. Essere padre non significa semplicemente possedere autorità sopra qualcuno. Significa ricevere la responsabilità di una vita che non ci appartiene, accompagnarla mentre cresce e accettare progressivamente di esercitare quella responsabilità in modo diverso, fino a vedere il figlio diventare capace di libertà. Una paternità che mantiene il figlio permanentemente subordinato per sentirsi necessaria ha già tradito qualcosa della propria vocazione; quella autentica genera una libertà che, con il tempo, non avrà più bisogno dello stesso grado di protezione.

Per questo considero importante non lasciare la parola padre nelle mani di due estremismi contrapposti. Da una parte esiste la tentazione di considerarla il simbolo stesso di un ordine oppressivo da superare; dall’altra possiamo reagire trasformando qualunque modello tradizionale di autorità paterna in una realtà quasi sacra, come se la sua critica mettesse immediatamente in pericolo la fede. Entrambe le reazioni finiscono per ridurre una parola molto più ricca della battaglia culturale nella quale viene inserita.

La Scrittura mostra, del resto, che la paternità divina non è comprensibile attraverso la sola categoria del potere. Il Padre del quale parla Gesù vede nel segreto, nutre gli uccelli, conosce ciò di cui i figli hanno bisogno, fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, corre incontro al figlio che ritorna nella parabola della misericordia. L’autorità e la tenerezza non vengono distribuite tra un principio paterno e uno materno, come se Dio possedesse due metà psicologiche; appartengono entrambe alla perfezione del suo amore.

È in questo contesto che possiamo comprendere correttamente anche la celebre frase di Giovanni Paolo I pronunciata all’Angelus del 10 settembre 1978. Ricordando l’immagine di Isaia della madre che non dimentica il proprio figlio, il Papa disse che Dio «è papà; più ancora è madre». Non stava correggendo il nome rivelato del Padre e non proponeva di sostituirlo con un linguaggio neutro. Cercava di esprimere, attraverso un’immagine biblica, la tenerezza di un amore divino che supera ciò che riusciamo a conoscere tanto nella paternità quanto nella maternità umane. (Giovanni Paolo I, Angelus del 10 settembre 1978)

La Chiesa può quindi custodire senza imbarazzo il linguaggio con il quale Cristo ci ha insegnato a pregare: «Padre nostro». Non ha bisogno di cancellarlo per dialogare con la sensibilità contemporanea e non ha neppure bisogno di difendere strutture sociali ingiuste per mantenerlo intatto.

Questa distinzione è particolarmente importante oggi, perché il linguaggio tende facilmente a diventare territorio di appartenenza ideologica. Una parola viene caricata di significati ulteriori e chi la utilizza viene immediatamente collocato in uno schieramento. Patriarcato può diventare il nome nel quale raccogliere ogni male legato alla relazione tra uomo e donna; paternità può trasformarsi, per reazione, nella bandiera di chi vuole difendere un intero ordine culturale. In entrambi i casi perdiamo la possibilità di distinguere.

La fede cristiana dovrebbe invece renderci capaci proprio di questo. Possiamo riconoscere che alcune forme storiche di predominio maschile hanno ferito la dignità delle donne e che la loro critica appartiene a una crescita autentica della coscienza umana. Possiamo nello stesso tempo contestare quelle teorie nelle quali la differenza sessuale viene ridotta a costruzione di potere e la paternità considerata strutturalmente oppressiva. E possiamo fare entrambe le cose senza mettere in discussione il nome con cui Gesù ci introduce nel mistero di Dio.

Forse il punto decisivo consiste nel ricordare che Dio non è Padre perché il mondo è stato patriarcale. Se la fede dipendesse da quella struttura sociale, il mutamento della società finirebbe inevitabilmente per trascinare con sé anche il linguaggio cristiano.

La relazione va pensata nella direzione opposta. È la paternità di Dio, rivelata nel Figlio, a offrire al credente un criterio attraverso il quale giudicare ogni paternità umana e ogni forma di autorità. Quando il padre genera senza possedere, custodisce senza soffocare, educa alla libertà e sa persino ritirarsi perché il figlio possa camminare, qualcosa della parola pronunciata da Gesù diventa leggibile nella carne della storia. Quando invece l’autorità diventa dominio e la relazione viene trasformata in subordinazione, non stiamo difendendo la paternità: ne stiamo mostrando una deformazione.

Anche per questo la discussione sul patriarcato può diventare, paradossalmente, un’occasione utile per i cristiani. Ci costringe a domandarci quali immagini concrete abbiamo associato alla parola padre e se esse siano davvero evangeliche. Ci chiede di purificare la paternità umana da tutto ciò che la rende caricatura del potere e, nello stesso tempo, di custodire senza timore quella relazione filiale che appartiene al cuore stesso della fede.

Il cristiano non deve scegliere tra la dignità della donna e la paternità di Dio. Deve imparare a comprenderle abbastanza profondamente da riconoscere che non sono mai state nemiche.

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