Nel 179° anniversario dell’apparizione, rileggere il messaggio senza smarrirlo nelle curiosità profetiche
Il 19 settembre 1846, sulle montagne sopra il piccolo villaggio francese di La Salette, due giovani pastori, Massimino Giraud e Mélanie Calvat, raccontarono di avere incontrato una «Bella Signora» circondata di luce, che videro dapprima seduta con il volto tra le mani e in lacrime, poi in piedi mentre parlava loro a lungo del Figlio e della condizione spirituale del popolo cristiano. Massimino aveva undici anni, Mélanie quattordici; appartenevano a quel mondo semplice e povero delle montagne francesi nel quale la vita dipendeva ancora direttamente dai raccolti, dalle stagioni e da una precarietà che oggi facciamo fatica a immaginare. Cinque anni più tardi, il 19 settembre 1851, il vescovo di Grenoble, mons. Philibert de Bruillard, dopo l’indagine canonica, riconobbe l’apparizione e autorizzò il culto ad essa collegato.
A distanza di centosettantanove anni, credo che il modo migliore per tornare a La Salette consista proprio nel recuperare la semplicità del suo messaggio, liberandolo da quella sovrapposizione di curiosità profetiche, interpretazioni apocalittiche e discussioni sui cosiddetti segreti che, nel corso del tempo, hanno spesso finito per attirare più attenzione delle parole rivolte ai due ragazzi. La storia delle comunicazioni personali affidate a Massimino e Mélanie esiste ed è documentariamente complessa; proprio per questo non può essere utilizzata con leggerezza come una specie di mappa anticipata della storia futura della Chiesa. Per comprendere il significato spirituale dell’apparizione è sufficiente, e forse molto più fruttuoso, rimanere davanti al messaggio pubblico che la tradizione salettina ha custodito e che il santuario continua a proporre essenzialmente come appello alla conversione e alla riconciliazione. (Santuario di La Salette, storia dell’apparizione)
Una precisazione teologica aiuta a collocare tutto questo nel suo giusto posto. La fede cristiana non dipende da La Salette, così come non dipende da Lourdes o da Fatima, perché la Rivelazione definitiva di Dio è Gesù Cristo e in lui è stato consegnato alla Chiesa ciò che appartiene al deposito della fede. Il Catechismo insegna che le rivelazioni private, anche quando vengono riconosciute dall’autorità ecclesiastica, non aggiungono un nuovo contenuto alla Rivelazione e non sono chiamate a completarla; possono piuttosto aiutare i credenti a vivere più profondamente il Vangelo dentro una determinata stagione storica. Questa distinzione non impoverisce le apparizioni riconosciute, perché le libera dalla pretesa di diventare una sorta di rivelazione parallela e permette di giudicarne il valore precisamente dalla loro capacità di ricondurre a Cristo. (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 67)
È questo che rende particolarmente eloquente l’immagine iniziale di La Salette. La «Bella Signora» viene vista in lacrime, con un grande crocifisso sul petto dal quale, secondo la testimonianza dei ragazzi, proveniva la luce che avvolgeva l’intera figura. La scena ha una forza simbolica enorme, purché venga letta dentro la fede della Chiesa. Non siamo davanti a una Madre che tenta di placare un Dio esasperato e pronto alla vendetta, come certe predicazioni popolari del passato potrebbero far pensare; il cuore della scena rimane il Crocifisso, perché è attraverso Cristo che comprendiamo sia il dolore per il peccato sia la misericordia che continua a cercare l’uomo. (Santuario di La Salette)
Le lacrime di Maria possono allora essere comprese come espressione della serietà con cui la fede guarda il peccato. Il peccato non è una semplice imperfezione morale che Dio osserva dall’esterno; ferisce realmente l’uomo, deteriora le relazioni, indebolisce la capacità di riconoscere il bene e, quando diventa abitudine collettiva, modifica anche il tessuto di una società. Maria piange perché vede ciò che accade quando l’uomo si allontana dal Figlio, e il suo dolore possiede la stessa logica evangelica della Madre che a Cana conduce i servi verso Gesù dicendo loro di fare ciò che egli dirà. Anche a La Salette il movimento non si arresta sulla sua persona: tutto converge verso il rapporto con Cristo.
Il messaggio affidato ai ragazzi tocca per questo realtà molto concrete della vita cristiana. Viene richiamata la santificazione della domenica, viene denunciato l’uso irriverente del nome di Dio e viene chiesto ai due pastorelli quale spazio abbia la preghiera nella loro giornata. La risposta di Massimino e Mélanie è disarmante nella sua sincerità: pregano poco. L’indicazione che ricevono non li conduce verso pratiche straordinarie o formule riservate a pochi eletti; viene chiesto loro di imparare la fedeltà possibile, pregando al mattino e alla sera e mantenendo vivo quel rapporto con Dio che rischia di consumarsi lentamente quando viene sempre rimandato. (Missionari di Nostra Signora de La Salette, testo del messaggio)
Questo aspetto, a quasi due secoli di distanza, conserva una sorprendente attualità. La nostra epoca dispone di strumenti di formazione religiosa che le generazioni precedenti non avrebbero potuto neppure immaginare: Bibbie accessibili ovunque, testi del Magistero, corsi, lezioni, conferenze e una quantità quasi sterminata di contenuti spirituali. Tutto questo può diventare una ricchezza reale, mentre rimane perfettamente possibile accumulare conoscenze sulla fede e perdere progressivamente l’abitudine della preghiera personale. La domanda rivolta a due ragazzi di montagna, «Pregate bene?», attraversa quindi il tempo molto meglio di parecchie interpretazioni spettacolari costruite successivamente intorno all’apparizione.
Anche il richiamo alla domenica merita di essere ascoltato senza trasformarlo in una lamentazione nostalgica. Nell’Europa del 1846 la società possedeva ancora un volto esteriormente cristiano molto più riconoscibile del nostro, eppure La Salette testimonia che già allora esistevano disaffezione religiosa, trascuratezza della pratica e una crescente distanza tra appartenenza culturale e vita cristiana concreta. Questo dato dovrebbe impedirci di immaginare che la crisi religiosa dell’Occidente sia nata improvvisamente dopo il Concilio Vaticano II, come se prima degli anni Sessanta tutto appartenesse a un’età sostanzialmente integra. Le radici della secolarizzazione europea sono molto più antiche e penetravano già dentro società nelle quali chiese, processioni e tradizioni continuavano a occupare uno spazio pubblico considerevole.
Proprio per questo eviterei di utilizzare La Salette come una freccia da scagliare nelle nostre controversie ecclesiali. Nell’articolo originario avevo cercato anche qui una prova del fatto che la crisi della Chiesa precedesse il Concilio, ed è certamente vero che l’Ottocento conosceva già fenomeni profondi di scristianizzazione; tuttavia non abbiamo bisogno di trasformare un’apparizione mariana in una testimone convocata a favore di una delle nostre tesi. Il messaggio è molto più esigente, perché mostra che una società può conservare forme cristiane visibili mentre la relazione reale con Dio si indebolisce e il Vangelo scivola progressivamente verso la periferia dell’esistenza.
È una considerazione che mette in discussione tanto la nostalgia quanto la presunzione del presente. Una Chiesa può conservare forme solenni, un linguaggio perfettamente ortodosso e una struttura sociale ancora fortemente religiosa, mentre i fedeli pregano sempre meno e il giorno del Signore perde il proprio significato. Allo stesso modo, una comunità può possedere strumenti pastorali moderni, linguaggi aggiornati e una grande capacità organizzativa senza che tutto questo produca automaticamente una vita più radicata in Cristo. La questione decisiva rimane quella che La Salette poneva già allora: quale posto reale occupa Dio nella vita delle persone che continuano a dirsi cristiane?
Anche i riferimenti ai raccolti deteriorati e alla carestia appartengono a questo orizzonte e devono essere letti con la prudenza che il Vangelo stesso ci insegna. Maria parla ai ragazzi del grano, delle patate e di ciò che sosteneva materialmente la vita delle famiglie, utilizzando il linguaggio concreto di una società agricola nella quale una cattiva stagione poteva significare fame. Non sarebbe corretto dedurne un principio secondo cui ogni disgrazia naturale costituisce una punizione direttamente collegata a uno specifico peccato, perché Gesù stesso rifiuta la facile equazione tra sofferenza e colpa personale. Rimane però vero che la fragilità dell’esistenza può spezzare l’illusione dell’autosufficienza e ricordare all’uomo quanto sia ingannevole costruire la propria vita come se nulla gli fosse stato ricevuto in dono. (Missionari di Nostra Signora de La Salette, il messaggio)
Da questo punto di vista La Salette continua a parlare anche a noi, perché abbiamo moltiplicato enormemente la capacità di controllare l’ambiente e organizzare l’esistenza, senza avere eliminato la fragilità che accompagna la condizione umana. Basta una malattia, una crisi familiare o una perdita improvvisa perché molte delle sicurezze sulle quali avevamo costruito la giornata mostrino tutta la loro precarietà. La conversione cristiana non nasce dalla paura di queste possibilità, bensì dal riconoscimento che la vita possiede un centro che non possiamo produrre da soli e che nessun progresso tecnico riesce a sostituire.
In questo senso anche le lacrime della Madre acquistano una profondità diversa. Non annunciano semplicemente sciagure future e non sono un espediente destinato a spaventare due adolescenti. Manifestano il dolore di una maternità che guarda l’uomo allontanarsi da ciò che potrebbe renderlo veramente vivo. È lo stesso movimento che troviamo nel Vangelo quando Gesù piange su Gerusalemme: il pianto nasce davanti a una città che non ha riconosciuto il tempo della propria visita e che continua a costruire la propria sicurezza ignorando la presenza di Dio.
La parola della riconciliazione, diventata poi centrale nella spiritualità e nella missione legate al santuario, permette di raccogliere tutto questo senza forzature. Riconciliarsi con Dio significa permettere che la sua presenza torni a entrare concretamente nel tempo, nelle parole, nelle scelte e nelle relazioni; significa anche riconoscere che la conversione non appartiene soltanto alle biografie dei grandi peccatori, perché riguarda ogni credente nel momento in cui la fede rischia di trasformarsi in abitudine e la familiarità con le cose di Dio finisce per renderle quasi invisibili. (Santuario di La Salette)
È qui che La Salette acquista, a mio avviso, il suo significato più limpido. La Madre non porta una nuova dottrina e non consegna alla Chiesa una chiave segreta per decifrare la storia futura. Piange con il Crocifisso sul petto e conduce due ragazzi verso le realtà elementari della vita cristiana, ricordando loro che Dio deve essere cercato nella preghiera, riconosciuto nel giorno che gli appartiene e rispettato perfino nel modo in cui il suo Nome viene pronunciato. È un messaggio molto meno spettacolare di certe profezie attribuite successivamente ai veggenti, e proprio per questo molto più difficile da eludere.
Ogni generazione può infatti discutere all’infinito sull’Anticristo, sui segreti e sulla cronologia degli eventi futuri senza dover cambiare nulla della propria vita. Diventa più complicato sottrarsi a una domanda sulla preghiera quotidiana, sulla domenica vissuta distrattamente o sul rapporto reale con Cristo.
Forse è questa la ragione per cui, nel 179° anniversario dell’apparizione, tornerei a La Salette lasciando sullo sfondo tutto ciò che alimenta soltanto curiosità e riportando in primo piano ciò che appartiene alla conversione. Le lacrime di Maria non aggiungono nulla alla Rivelazione ricevuta in Cristo e non hanno bisogno di farlo; acquistano il loro significato quando ci aiutano a vedere con maggiore serietà ciò che il Vangelo ci ha già consegnato. (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 67)
Sul monte, quasi centottant’anni fa, due ragazzi dissero di avere incontrato una Madre in lacrime che li rimandava a suo Figlio. È sufficiente rimanere lì per comprendere che La Salette conserva ancora qualcosa da dire alla Chiesa.
E forse proprio ciò che appare più semplice è anche ciò che continuiamo a rimandare più facilmente: tornare a pregare, permettere a Dio di riprendere posto nella nostra vita e riconoscere che la conversione, prima di diventare una parola rivolta al mondo, riguarda sempre noi.
Rispondi