Leone XIV e la domanda decisiva: quando la liturgia smette di essere luogo di comunione e diventa strumento politico
L’intervista concessa da Papa Leone XIV a Elise Ann Allen e pubblicata oggi insieme alla biografia León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI ha inevitabilmente attirato l’attenzione sui temi che da anni producono le reazioni più immediate nella vita della Chiesa. Tra questi c’è la liturgia e, in particolare, la richiesta di molti fedeli di poter continuare a celebrare secondo il Messale Romano del 1962.
Le parole del Papa meritano di essere ascoltate con precisione, perché possono facilmente essere utilizzate per sostenere tesi opposte che egli, in realtà, non ha formulato.
Leone XIV ha osservato che una parte della questione relativa alla cosiddetta “Messa tradizionale in latino” è entrata dentro il più vasto processo di polarizzazione ecclesiale. Ha rilevato che alcune persone hanno utilizzato la liturgia come occasione per promuovere altre battaglie e che essa è arrivata, in determinati ambienti, a diventare uno «strumento politico». Ha definito questa trasformazione molto spiacevole e ha aggiunto di non aver ancora avuto la possibilità di sedersi realmente con un gruppo di persone che sostengono il rito tridentino, manifestando però la volontà di farlo e indicando nella sinodalità una possibile modalità di confronto. (Vatican News, intervista di Leone XIV)
Mi sembra importante partire proprio da qui, perché nella discussione ecclesiale tendiamo continuamente a saltare il passaggio più semplice: distinguere ciò che è stato detto da ciò che vorremmo che fosse stato detto.
Leone XIV non ha dichiarato che il Messale del 1962 sia teologicamente pericoloso, non ha condannato i fedeli che vi sono spiritualmente legati e non ha annunciato la sua abolizione. Ha posto invece una questione ecclesiale che riguarda il modo in cui una forma liturgica può essere caricata di significati ulteriori fino a diventare un segno di appartenenza contrapposta.
È una distinzione tutt’altro che secondaria.
La liturgia appartiene alla vita della Chiesa prima ancora di appartenere alle nostre sensibilità personali. Proprio per questo un rito non dovrebbe diventare il luogo nel quale costruiamo un’identità contro altri cattolici, come se il modo nel quale celebriamo potesse autorizzarci a stabilire chi appartenga alla Chiesa con maggiore autenticità e chi, invece, debba essere guardato con sospetto.
Il problema non riguarda soltanto chi è legato al Messale del 1962.
La stessa deformazione può verificarsi in direzione opposta quando la liturgia riformata dopo il Concilio viene utilizzata per segnare una distanza polemica dalla tradizione precedente, quasi che tutto ciò che apparteneva alla vita liturgica della Chiesa prima degli anni Sessanta debba essere considerato superato, incomprensibile o spiritualmente sospetto.
Se la liturgia diventa un sistema attraverso il quale classifichiamo gli altri, abbiamo già cominciato ad allontanarci dalla sua natura.
Benedetto XVI aveva cercato precisamente di evitare questa contrapposizione quando, nel 2007, accompagnò Summorum Pontificum con una lettera ai vescovi nella quale ricordava che nella storia della liturgia esistono crescita e progresso senza che ciò debba essere interpretato come rottura. Scrisse allora che ciò che era stato sacro per le generazioni precedenti continuava a rimanere sacro e grande anche per la Chiesa del presente, e che non poteva essere improvvisamente considerato dannoso. (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi su Summorum Pontificum)
Il suo intento era chiaramente ecclesiale.
Benedetto desiderava offrire spazio ai fedeli legati alla forma precedente della liturgia e, nello stesso tempo, chiedeva loro di riconoscere pienamente il valore e la santità dei libri liturgici promulgati dopo la riforma. La riconciliazione non poteva funzionare se una parte considerava illegittimo ciò che l’altra celebrava.
L’esperienza degli anni successivi mostrò però che quel progetto di pacificazione non produsse dappertutto gli effetti sperati.
Papa Francesco, nella lettera che accompagnava Traditionis custodes nel 2021, spiegò di aver ricevuto dai vescovi indicazioni secondo le quali l’uso del Messale del 1962 era diventato in alcuni ambienti strettamente connesso al rifiuto non soltanto della riforma liturgica, ma dello stesso Concilio Vaticano II e del Magistero successivo. Da quella valutazione nacque una disciplina più restrittiva, nella quale al vescovo diocesano veniva affidata la responsabilità di autorizzare e regolare quelle celebrazioni. (Francesco, Lettera ai Vescovi su Traditionis custodes)
Anche qui sarebbe sbagliato semplificare la storia.
Non tutti coloro che partecipano alla liturgia secondo il Messale del 1962 rifiutano il Concilio. Esistono fedeli che vi trovano un linguaggio spirituale capace di nutrire la loro preghiera, giovani che non hanno vissuto le battaglie degli anni Sessanta e persone che desiderano semplicemente una celebrazione caratterizzata da silenzio, solennità e continuità con una forma liturgica che ha accompagnato per secoli la vita della Chiesa latina.
Ignorare questa realtà significherebbe trasformare un problema pastorale in una caricatura.
Nello stesso tempo sarebbe altrettanto ingenuo negare che intorno al rito antico siano cresciuti ambienti nei quali la preferenza liturgica è diventata progressivamente una visione complessiva della Chiesa. In questi casi il Messale del 1962 non è più soltanto amato per ciò che offre spiritualmente; diventa il segno visibile di un giudizio negativo sulla riforma liturgica, sul Vaticano II e, talvolta, sull’intero sviluppo ecclesiale successivo.
È qui che le parole di Leone XIV acquistano il loro peso.
Quando la liturgia diventa «strumento politico», ciò che viene deformato non è soltanto il dibattito ecclesiale. Viene deformata la liturgia stessa, perché l’altare finisce per portare il peso di battaglie che non gli appartengono.
La Messa non nasce per dire contro chi siamo.
Nasce dall’azione di Cristo e della Chiesa e ci introduce nel mistero della sua Pasqua. Ogni forma liturgica vissuta nella comunione ecclesiale dovrebbe quindi condurre verso una appartenenza più profonda al Corpo di Cristo, non verso una identità sempre più costruita attraverso la distanza dagli altri.
Questo vale anche per coloro che guardano con sospetto chi ama il rito precedente.
Un giovane che desidera partecipare alla liturgia secondo il Messale del 1962 non diventa automaticamente un avversario del Concilio. Un sacerdote che riconosce la ricchezza di quella tradizione non sta necessariamente coltivando nostalgia per una Chiesa immaginaria. Anche qui occorre quella capacità di discernere le persone e le situazioni che nella vita ecclesiale sembra diventare improvvisamente difficilissima proprio quando discutiamo di liturgia.
Leone XIV, nell’intervista, sembra voler evitare entrambe le semplificazioni.
Non accetta che la liturgia venga utilizzata come arma ideologica e, nello stesso tempo, non chiude la porta al confronto con coloro che chiedono uno spazio per il rito tridentino. Il suo riferimento alla possibilità di sedersi insieme e parlare appare particolarmente significativo, perché sposta la questione dal terreno delle tifoserie a quello dell’ascolto ecclesiale. (Vatican News, intervista di Leone XIV)
Forse è precisamente ciò che manca da molti anni.
Sulla liturgia abbiamo prodotto un linguaggio nel quale quasi ogni parola viene immediatamente interpretata come un segnale di appartenenza. Basta parlare di tradizione perché qualcuno tema una restaurazione; basta parlare di riforma perché qualcun altro immagini un nuovo tentativo di cancellare il passato. In questo clima, perfino l’Eucaristia può finire dentro il meccanismo delle polarizzazioni che dovrebbe invece contribuire a guarire.
Il problema, naturalmente, non può essere risolto fingendo che tutte le questioni liturgiche siano soltanto differenze di gusto.
La Chiesa possiede un’autorità reale sulla propria liturgia e il Concilio Vaticano II ha chiesto una riforma che Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno attuato attraverso i nuovi libri liturgici. Traditionis custodes stabilisce oggi una disciplina precisa sull’uso del Messale del 1962 e affida al vescovo la responsabilità di verificare che i gruppi che lo utilizzano riconoscano la validità e la legittimità della riforma liturgica, del Concilio e del Magistero dei Pontefici. (Traditionis custodes)
Questa dimensione non può essere semplicemente ignorata in nome della preferenza personale.
Nello stesso tempo, l’esistenza di una disciplina non impedisce di interrogarsi pastoralmente sul modo in cui essa viene applicata, sulla situazione concreta dei fedeli e su come custodire la comunione senza trasformare il diritto liturgico in un ulteriore strumento di contrapposizione.
È forse questo lo spazio nel quale Leone XIV sembra voler entrare.
Il Papa non ha annunciato una nuova normativa e sarebbe prematuro leggere nell’intervista ciò che non contiene. Ha riconosciuto l’esistenza di una questione, ne ha individuato la deformazione politica e ha manifestato disponibilità ad ascoltare chi è direttamente coinvolto.
Non è poco.
In una Chiesa nella quale spesso chiediamo al Papa di decidere immediatamente dalla parte che riteniamo giusta, la scelta di ascoltare può essere interpretata come indecisione. Potrebbe invece essere precisamente il modo attraverso il quale distinguere problemi reali, esperienze spirituali autentiche e costruzioni ideologiche che negli anni si sono sovrapposte fino a diventare difficili da separare.
Il rito del 1962 merita di essere guardato con questa libertà.
Non deve essere demonizzato perché appartiene alla storia liturgica della Chiesa, alla preghiera di generazioni di santi e a un patrimonio spirituale che nessuna riforma successiva può trasformare retroattivamente in qualcosa di cattivo. Benedetto XVI aveva ragione nel ricordarlo. (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi)
Nello stesso tempo non può diventare il punto dal quale misurare l’autenticità della Chiesa contemporanea.
Una forma liturgica può custodire una grande bellezza e venire ugualmente utilizzata in maniera ideologica. La sacralità del rito non santifica automaticamente ogni interpretazione ecclesiologica costruita intorno ad esso.
Lo stesso criterio vale, naturalmente, per la liturgia riformata.
Il fatto che essa rappresenti oggi la forma normativa della celebrazione nel Rito Romano non rende automaticamente buona ogni celebrazione concreta. Sciatteria, creatività arbitraria, banalizzazione dei segni e trasformazione dell’altare in un palcoscenico rimangono problemi reali e possono spiegare, almeno in parte, perché alcuni fedeli cerchino altrove quel senso del sacro che non riescono più a trovare nelle proprie comunità.
Una pastorale seria dovrebbe avere il coraggio di riconoscere anche questo.
Se vogliamo comprendere perché una parte dei giovani sia attratta dalla liturgia precedente alla riforma, non basta rispondere che sono stati manipolati da ambienti tradizionalisti. Talvolta quella ricerca nasce dall’incontro con una forma rituale nella quale percepiscono silenzio, trascendenza e continuità. La risposta ecclesiale non dovrebbe limitarsi a controllare il fenomeno; dovrebbe anche domandarsi che cosa esso stia rivelando sulla qualità delle nostre celebrazioni.
Allo stesso modo, chi ama il rito antico dovrebbe interrogarsi quando attorno a quel rito cresce un linguaggio nel quale il disprezzo per la Chiesa attuale, per il Concilio o per il Papa diventa quasi un elemento identitario.
È qui che tutti veniamo ricondotti al centro.
La liturgia non appartiene ai progressisti e non appartiene ai tradizionalisti. Non è un possesso di chi celebra secondo il Messale attuale e neppure di chi è legato alla forma precedente. Appartiene alla Chiesa e riceve il proprio significato dal mistero di Cristo che vi si rende presente.
Quando dimentichiamo questo, il rito diventa facilmente una bandiera.
E una bandiera serve soprattutto a distinguere un campo dall’altro.
L’altare dovrebbe fare esattamente il contrario: radunare intorno al sacrificio di Cristo uomini e donne che non hanno scelto autonomamente di appartenersi, ma che sono stati convocati dallo stesso Signore.
Forse è questa la domanda più importante che le parole di Leone XIV ci consegnano.
Prima ancora di domandarci quale decisione prenderà sul Messale del 1962, potremmo chiederci che cosa abbiamo fatto della liturgia quando siamo riusciti a trasformarla in uno dei luoghi più ferocemente divisivi della vita ecclesiale.
Se la Messa diventa il terreno sul quale combattiamo per dimostrare quale parte possieda la vera Chiesa, qualcosa si è già spostato dal proprio posto.
Il cuore può avere le sue preferenze e la storia può averci consegnato sensibilità differenti.
L’altare, però, deve rimanere più grande delle nostre battaglie.
Rispondi