don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

Leone XIV, san Gaspare e la domanda che ogni carisma deve continuare a farsi

Questa mattina, 18 settembre, Papa Leone XIV ha incontrato in Sala Clementina i partecipanti ai Capitoli Generali e alle Assemblee di quattro famiglie religiose: i Missionari del Preziosissimo Sangue, la Società di Maria, i Frati Francescani dell’Immacolata e le Orsoline di Maria Immacolata.

Il discorso era rivolto a tutti e proprio per questo mi ha colpito il modo in cui il Papa ha accostato storie nate in epoche molto differenti. Non ha cercato di trovare tra esse una somiglianza artificiale. È andato più in profondità, osservando che ogni fondatore e ogni fondatrice ha saputo riconoscere dentro il proprio tempo una necessità alla quale lo Spirito chiedeva di rispondere.

Quando è arrivato a san Gaspare del Bufalo, Leone XIV ha ricordato le missioni popolari e la diffusione della devozione al Sangue di Cristo attraverso le quali egli affrontò quello «spirito di empietà e irreligione» che segnava la società del suo tempo. Il Papa lo ha collocato così dentro la dinamica propria della vita consacrata: uomini e donne che hanno osservato la realtà nella quale vivevano e, invece di limitarsi a lamentarne le ferite, hanno lasciato che il dono ricevuto diventasse risposta.

È un modo molto concreto di guardare anche al carisma.

San Gaspare non ricevette il Preziosissimo Sangue come un tema spirituale da aggiungere alla propria devozione personale. Quel mistero divenne progressivamente il luogo dal quale imparò a guardare l’uomo, la Chiesa e la missione. In una società ferita dalle conseguenze della Rivoluzione, dell’occupazione napoleonica e da una diffusa lontananza dalla vita cristiana, comprese che bisognava tornare al cuore della redenzione per ridestare la coscienza della dignità di ogni persona e della serietà della sua salvezza.

Da qui nacquero le missioni popolari.

Il Sangue di Cristo non teneva Gaspare lontano dalle strade. Ve lo mandava.

Questo particolare mi sembra importante anche per noi, perché ogni carisma corre il rischio di diventare, con il passare degli anni, più facilmente riconoscibile nei suoi simboli che nella forza dalla quale quei simboli sono nati. Possiamo custodire formule, feste e tradizioni, mentre diventa meno evidente quale ferita dell’uomo contemporaneo venga realmente raggiunta attraverso ciò che abbiamo ricevuto.

Leone XIV ci ha consegnato una chiave molto bella proprio alla fine del suo discorso.

Parlando delle origini degli Istituti religiosi, ha invitato a custodirne la memoria viva senza trasformarla in archeologia o nostalgia, tornando piuttosto a quella «scintilla ispiratrice» dalla quale nacquero le idealità e i progetti dei fondatori, così da riconoscerne anche le possibilità ancora inesplorate e metterle a servizio del «qui e adesso».

Mi sembra che questa espressione raggiunga direttamente anche noi Missionari del Preziosissimo Sangue.

Qual è oggi quella scintilla?

Se togliessimo al carisma tutto ciò che il tempo ha inevitabilmente costruito attorno ad esso, che cosa rimarrebbe capace di accendere ancora una vita?

Rimarrebbe anzitutto la Croce di Cristo e quel Sangue versato nel quale contempliamo un amore che non considera nessun uomo perduto. Il Preziosissimo Sangue proclama che la redenzione non è una teoria su Dio e sull’uomo. Ha avuto il prezzo concreto della vita consegnata del Figlio.

San Gaspare imparò da qui a guardare le persone.

L’uomo che aveva davanti poteva essere lontano dalla fede, moralmente ferito o prigioniero di una situazione apparentemente irrecuperabile; rimaneva sempre qualcuno per il quale Cristo aveva versato il proprio Sangue. La missione nasceva precisamente da questo sguardo.

Quando quella convinzione è viva, diventa difficile rassegnarsi davanti a una persona.

E forse è proprio qui che il nostro carisma incontra una delle ferite più profonde del presente.

Viviamo in una cultura che parla continuamente della dignità dell’uomo e insieme mostra una crescente difficoltà a riconoscerla quando la vita diventa fragile, dipendente o socialmente irrilevante. Il valore della persona rischia di essere misurato attraverso l’efficienza, l’autonomia e la capacità di affermarsi. Il Sangue di Cristo introduce dentro questa cultura un’altra misura: il valore di un uomo si comprende guardando ciò che Dio è stato disposto a dare per lui.

Non è una formula destinata soltanto alla predicazione religiosa.

Cambia il modo in cui guardiamo chi è ferito e anche il modo in cui entriamo nelle tensioni che attraversano la Chiesa. Se l’altro è qualcuno per il quale Cristo ha versato il proprio Sangue, la diversità può rimanere reale e il dissenso può perfino diventare severo, mentre la persona non può essere ridotta al ruolo di avversario.

Anche per questo mi sembra significativo che Leone XIV abbia parlato, nello stesso discorso, della vita comune.

Il Papa la presenta come luogo di santificazione e come fonte di forza apostolica, perché il dono ricevuto da uno cresce quando viene condiviso e il bene dell’altro può essere accolto come proprio.

Per una Congregazione missionaria questa parola possiede un peso particolare.

Possiamo essere molto impegnati nell’apostolato e scoprire che le relazioni dentro le nostre comunità sono diventate fragili. Possiamo parlare agli altri della riconciliazione e avere smarrito la pazienza necessaria per costruirla tra noi. Possiamo portare il Sangue di Cristo nella predicazione e non lasciare che la sua logica raggiunga il modo con cui attraversiamo le nostre divergenze.

A quel punto il problema non riguarda semplicemente la qualità della vita comunitaria. Tocca la credibilità stessa del carisma.

Il Sangue riconcilia perché ci conduce alla Croce, dove Cristo dona se stesso e raccoglie ciò che il peccato aveva disperso. Una comunità religiosa animata da questo mistero dovrebbe diventare lentamente un luogo nel quale la riconciliazione acquista una forma visibile, senza bisogno di fingere che non esistano differenze di carattere, sensibilità o giudizio.

La comunione cristiana non nasce dall’uniformità.

Nasce dall’appartenenza a Cristo che diventa più profonda della distanza che ci separa.

Anche l’obbedienza, sulla quale Leone XIV si è soffermato a lungo, entra dentro questa prospettiva. Il Papa ha riconosciuto con molta franchezza quanto questa parola sia diventata estranea alla sensibilità contemporanea, perché viene facilmente associata alla rinuncia alla libertà. L’ha ricondotta invece al suo significato cristiano più profondo: un ascolto che diventa disponibilità concreta e permette di morire a qualcosa di sé perché l’altro possa vivere. Per questo l’ha definita «una scuola di libertà nell’amore».

Dentro il carisma del Sangue questa intuizione acquista una profondità particolare.

La Croce di Cristo è la forma suprema di una libertà che si consegna. Nessuno toglie la vita al Figlio: egli la offre. Proprio per questo il sacrificio cristiano non coincide con una personalità annullata o con un’obbedienza vissuta senza discernimento. È la libertà che, avendo trovato un bene più grande di sé, diventa capace di appartenergli.

Forse anche qui il nostro tempo possiede una grande sete.

Viviamo immersi in una cultura che esalta la possibilità di cambiare continuamente e che incontra una difficoltà crescente davanti a ciò che domanda durata. Le relazioni diventano più fragili quando la fedeltà viene fatta dipendere esclusivamente dal sentimento presente. La vocazione, invece, introduce nella storia di un uomo qualcosa che chiede di essere nuovamente scelto anche quando il sentimento cambia.

Il Sangue di Cristo ci riporta a una fedeltà portata fino alla fine.

Non chiede una spiritualità cupa del sacrificio. Ci porta davanti alla serietà di un amore che rimane.

E poi ci sono i segni dei tempi.

Leone XIV ha ricordato che nessuna delle Congregazioni presenti sarebbe nata se i fondatori non avessero saputo guardare con attenzione le necessità reali dei loro contemporanei, riconoscendo proprio nelle povertà incontrate la voce di Dio. Essi seppero osservare e lasciarsi muovere da ciò che avevano visto, fino a pagare personalmente il prezzo della risposta.

Questo passaggio mi sembra decisivo.

Celebrare san Gaspare non può significare domandarsi soltanto che cosa abbia fatto nel 1815 o come abbia predicato nelle missioni popolari del suo tempo. La fedeltà a san Gaspare ci chiede anche di guardare il 2025 con la stessa libertà con cui egli guardò il proprio presente.

Dove si trova oggi quella «empietà e irreligione» alla quale il Papa ha fatto riferimento?

Probabilmente assume forme molto diverse da quelle dell’Ottocento. L’uomo contemporaneo può vivere senza una polemica esplicita contro Dio e semplicemente non sentirne più la necessità. Può portare dentro di sé una profonda domanda di senso e non possedere più il linguaggio religioso attraverso il quale formularla. Può cercare riconciliazione, speranza e una ragione per cui valga la pena affidare la propria vita, senza immaginare che il Vangelo abbia qualcosa da dire proprio a quella sete.

È lì che il carisma deve tornare missionario.

La missione popolare non è anzitutto la ripetizione di una modalità apostolica del passato. È la disponibilità a raggiungere l’uomo là dove realmente vive e a riportarlo davanti al mistero di una redenzione capace di toccare la sua esistenza concreta.

Il Sangue di Cristo possiede ancora questa forza perché parla della vita donata e del perdono possibile, raggiungendo l’uomo precisamente nel luogo in cui sperimenta che da solo non riesce a ricomporre tutto.

Penso allora che la domanda posta oggi dal Papa alla vita consacrata riguardi profondamente anche la nostra Congregazione.

Custodire il carisma significa sapere da dove veniamo. La memoria diventa veramente fedele quando ci rende nuovamente disponibili a partire.

Se la devozione al Preziosissimo Sangue ci conducesse soltanto a ripetere ciò che san Gaspare ha fatto, avremmo conservato con rispetto la sua opera e forse perduto qualcosa del suo spirito. Egli stesso non imitò semplicemente i missionari che lo avevano preceduto. Guardò il proprio tempo e cercò dentro la ricchezza della Tradizione della Chiesa la risposta che Dio gli chiedeva di offrire.

È questa la scintilla che Leone XIV ci invita a ritrovare.

Il Sangue di Cristo rimane lo stesso. È il Sangue della nuova ed eterna alleanza, versato per la remissione dei peccati e consegnato alla Chiesa nell’Eucaristia. Cambia il mondo nel quale siamo chiamati ad annunciarlo, e proprio per questo la fedeltà esige uno sguardo capace di vedere.

Forse oggi il beneficio più grande che il nostro carisma può offrire alla Chiesa nasce da qui: ricordarle, attraverso la vita prima ancora che attraverso le parole, quanto vale un uomo agli occhi di Dio.

Da questa certezza possono nascere ancora missione e riconciliazione, una vita fraterna più vera e quella fedeltà che attraversa il tempo senza diventare rigida.

San Gaspare guardò un mondo segnato dall’«empietà e irreligione» e non si limitò a rimpiangere quello che era stato perduto. Vide un campo di missione.

Due secoli dopo la domanda rimane sorprendentemente simile.

Possiamo continuare a raccontare con gratitudine la storia del carisma che abbiamo ricevuto. Il compito più esigente comincia quando ci chiediamo quale storia il Sangue di Cristo voglia ancora scrivere attraverso di noi.

È lì che la memoria torna a essere viva.

Ed è lì che la scintilla può accendersi di nuovo.

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