Leone XIV, il Credo ecumenico e la distinzione tra fede professata e formula liturgica
La celebrazione ecumenica presieduta da Papa Leone XIV domenica scorsa nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, durante la commemorazione dei martiri e testimoni della fede del XXI secolo, ha prodotto anche una piccola polemica intorno al Credo. Alcuni osservatori hanno fatto notare che, nella professione di fede, non veniva pronunciata la formula latina secondo cui lo Spirito Santo «procede dal Padre e dal Figlio», il celebre Filioque che da secoli costituisce uno dei punti più conosciuti del confronto tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse.
Il libretto ufficiale della celebrazione permette di partire almeno da un dato sicuro, evitando che l’interpretazione preceda il fatto. La professione di fede era presentata come formulata «secondo la versione ecumenica» e riprendeva il Simbolo niceno-costantinopolitano nella forma: «Crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre». Non si trattava quindi di una modifica improvvisata durante la celebrazione, né di una parola saltata accidentalmente dal Papa. Il testo era stato predisposto in quella forma e collocato dentro una celebrazione alla quale partecipavano rappresentanti di diverse Chiese e Comunità cristiane. (Libretto ufficiale della celebrazione ecumenica del 14 settembre 2025)
A questo punto nasce la domanda teologica vera: pronunciare il Credo senza il Filioque significa negare la fede cattolica sulla processione dello Spirito Santo?
La risposta, alla luce dello stesso Magistero della Chiesa, è no.
Questo non significa che il Filioque sia una formula irrilevante o una semplice consuetudine che la Chiesa latina potrebbe trattare come un dettaglio secondario. La dottrina che esso esprime appartiene realmente alla fede cattolica. Il Catechismo ricorda che la tradizione latina confessa che lo Spirito Santo procede «dal Padre e dal Figlio» e riprende l’insegnamento del Concilio di Firenze secondo cui lo Spirito ha eternamente dal Padre e dal Figlio la propria natura e sussistenza e procede da entrambi «come da un solo principio e per una sola spirazione». (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 246-248)
Questa affermazione deve essere conservata integralmente.
Il problema nasce quando si identifica senza ulteriori distinzioni il contenuto dottrinale con la presenza materiale della parola Filioque dentro ogni possibile recita del Credo. La storia della Chiesa mostra che le due cose, pur strettamente connesse nella tradizione latina, non coincidono semplicemente.
Il Simbolo elaborato a Costantinopoli nel 381 non conteneva infatti l’espressione «e dal Figlio». Confessava lo Spirito Santo «che procede dal Padre», riprendendo il linguaggio di Giovanni 15,26. Roma conobbe e accolse quel Simbolo in occasione del Concilio di Calcedonia del 451, mentre in Occidente esisteva già una tradizione teologica che sottolineava la relazione dello Spirito anche con il Figlio. Solo progressivamente la formula Filioque entrò nella recita liturgica latina del Credo e Roma la ammise stabilmente nella propria liturgia nel 1014. (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 246-248)
Questa storia è importante perché impedisce di costruire un’alternativa troppo semplice.
Non abbiamo, da una parte, un Credo cattolico con il Filioque e, dall’altra, un Credo non cattolico senza di esso. Esiste anzitutto il Simbolo niceno-costantinopolitano della Chiesa indivisa, che la Chiesa cattolica continua a riconoscere come espressione normativa della fede comune. Esiste poi la tradizione latina, che ha esplicitato nella propria formula liturgica una dimensione della dottrina trinitaria che riteneva necessario confessare con maggiore chiarezza.
Il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani affrontò precisamente questa questione nel 1995, in un chiarimento dedicato alle tradizioni greca e latina sulla processione dello Spirito Santo. Il documento ricordava che la Chiesa cattolica riconosce il valore ecumenico, normativo e irrevocabile del Simbolo professato in greco dal Concilio di Costantinopoli e affermava che nessuna professione di fede propria di una particolare tradizione liturgica può contraddire quella confessione della Chiesa indivisa. (Le tradizioni greca e latina riguardo alla processione dello Spirito Santo, 1995)
Il punto diventa ancora più interessante quando si guarda al linguaggio teologico.
La tradizione orientale sottolinea anzitutto il Padre come origine prima dello Spirito. Il Catechismo spiega che, confessando lo Spirito «che procede dal Padre», l’Oriente afferma che egli viene dal Padre attraverso il Figlio. La tradizione occidentale mette maggiormente in luce la comunione consostanziale tra Padre e Figlio, confessando che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio. Le due formulazioni nascono da linguaggi teologici differenti e, quando vengono comprese correttamente, possono esprimere aspetti complementari dello stesso mistero. (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 248)
Giovanni Paolo II lo disse con notevole chiarezza in un’udienza del 1998, osservando che la diversità tra latini e orientali, sul punto specifico del Filioque, può essere compresa come una differenza di espressione che non compromette «l’identità della fede nella realtà del medesimo mistero confessato». (Giovanni Paolo II, Udienza generale del 29 luglio 1998)
Questo non significa che la controversia storica sia stata semplicemente un enorme equivoco linguistico e che mille anni di separazione possano essere liquidati con una nota filologica. Sarebbe ingenuo. La questione del Filioque ha coinvolto problemi teologici reali, la comprensione dell’autorità nella Chiesa, il rapporto tra Roma e l’Oriente e perfino la legittimità dell’inserimento di una formula in un Simbolo ricevuto da un Concilio ecumenico. La riconciliazione tra le Chiese non può essere costruita fingendo che queste questioni non siano mai esistite.
La Chiesa cattolica, però, ha maturato nel dialogo una consapevolezza importante: la formula orientale «dal Padre attraverso il Figlio» e quella occidentale «dal Padre e dal Figlio» non devono essere necessariamente interpretate come due professioni di fede incompatibili.
È qui che la celebrazione di domenica trova il proprio significato.
In una commemorazione ecumenica, davanti a cristiani appartenenti a Chiese che condividono il Simbolo del 381 e che ancora non condividono la formulazione latina aggiunta nei secoli successivi, è stata utilizzata la professione di fede comune. Il libretto stesso la definiva «versione ecumenica» e richiamava ciò che era stato proclamato dai Padri dei Concili di Nicea e Costantinopoli. (Libretto ufficiale, 14 settembre 2025)
Da un punto di vista cattolico, questo gesto non comporta la negazione del Filioque.
Papa Leone XIV non ha dichiarato falsa la dottrina della processione dello Spirito dal Padre e dal Figlio e non ha modificato il Catechismo. Ha partecipato alla recita di un testo del Credo che la stessa Chiesa cattolica riconosce come autentica e normativa professione della fede della Chiesa indivisa.
La distinzione può sembrare sottile, mentre in realtà è essenziale.
Se un cattolico affermasse che lo Spirito Santo non possiede alcuna relazione eterna con il Figlio e che la dottrina professata dalla tradizione latina è falsa, entreremmo in una questione dottrinale seria. Se invece, in un contesto ecumenico, viene recitata la forma originaria del Simbolo costantinopolitano senza l’aggiunta latina, siamo davanti a un fatto completamente diverso.
La storia offre perfino precedenti che impediscono di trasformare la questione in un test immediato di ortodossia.
Il chiarimento del 1995 ricorda che papa Leone III, all’inizio del IX secolo, pur difendendo la verità teologica che sarebbe stata espressa dal Filioque, resistette all’introduzione della formula nel testo del Credo, proprio perché desiderava custodire l’unità con l’Oriente e la forma ricevuta del Simbolo. Roma avrebbe accolto l’aggiunta nella propria recita liturgica solo due secoli dopo. (Le tradizioni greca e latina riguardo alla processione dello Spirito Santo)
Anche Benedetto XIV, nel XVIII secolo, ricordava che la disciplina romana non era stata sempre uniforme e che, in determinate condizioni, agli orientali cattolici poteva essere consentito di recitare il Simbolo senza il Filioque, purché fosse chiaro che essi accettavano la fede cattolica sulla processione dello Spirito e riconoscevano la legittimità della formulazione latina. (Benedetto XIV, Allatae sunt, 26 luglio 1755)
Questa tradizione ci permette di porre il problema pastorale in maniera più precisa.
È certamente possibile che un fedele poco formato, vedendo il Papa recitare una versione del Credo diversa da quella che ascolta ogni domenica nella propria parrocchia, si domandi se la Chiesa abbia cambiato insegnamento. La risposta a questa difficoltà non consiste però nell’accusare immediatamente il Papa di avere omesso un dogma. Consiste nel fare ciò che avremmo dovuto fare molto prima: spiegare ai fedeli la storia del Credo, la differenza tra la formulazione greca e quella latina e il significato teologico del Filioque.
Questa vicenda rivela infatti una fragilità della nostra catechesi.
Molti cattolici recitano ogni domenica «procede dal Padre e dal Figlio» senza avere mai ricevuto una spiegazione su ciò che quelle parole significano. Di conseguenza, quando incontrano una formulazione diversa, possono oscillare facilmente tra due estremi: pensare che nulla abbia importanza oppure immaginare che ogni variazione equivalga alla perdita della fede.
Entrambe le reazioni nascono da una formazione insufficiente.
La dottrina cattolica può essere custodita senza trasformare ogni gesto ecumenico in un sospetto di apostasia. E il dialogo con l’Oriente può essere coltivato senza considerare il Filioque una formula imbarazzante da nascondere.
La vera questione è comprendere che cosa ciascuna tradizione intenda confessare.
L’Oriente ricorda con forza che il Padre è la sorgente senza sorgente della vita trinitaria. L’Occidente custodisce la consustanziale comunione del Padre e del Figlio nell’eterna processione dello Spirito. Quando queste due prospettive vengono lasciate dialogare dentro la fede della Chiesa indivisa, possono aiutarci a contemplare un mistero che nessuna formula umana esaurisce.
Questo non diminuisce l’importanza delle formule dogmatiche.
Le rende, se possibile, ancora più serie, perché ci ricorda che il loro compito non è fornire parole da utilizzare come bandiere contro qualcuno, bensì custodire la verità del mistero che la Chiesa ha ricevuto.
Perciò la domanda posta dalla celebrazione di San Paolo fuori le Mura non dovrebbe essere semplicemente: «Perché il Papa non ha detto Filioque?».
Dovremmo domandarci anche se sappiamo davvero che cosa significa quando lo diciamo.
Solo allora potremo comprendere perché la Chiesa latina possa confessare pienamente che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio e, nello stesso tempo, riconoscere come autentica professione della fede comune il Simbolo di Costantinopoli che dice semplicemente: «procede dal Padre».
Non è relativismo dottrinale.
È la distinzione, molto cattolica, tra la verità che deve essere custodita e la storia delle parole attraverso le quali la Chiesa ha imparato a confessarla.
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