don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Quando otto diocesi si scoprono un solo popolo in cammino

Cari amici, ieri l’Umbria è arrivata a Roma. È facile descrivere una giornata simile attraverso i numeri, e questa volta i numeri possiedono perfino una certa forza: circa seimilacinquecento pellegrini provenienti dalle otto diocesi della regione, accompagnati dai loro vescovi e da centocinquanta sacerdoti, hanno attraversato insieme via della Conciliazione, varcato la Porta Santa e riempito la Basilica di San Pietro. Eppure, tornando a casa, mi sembra che la cosa più importante da custodire non sia la dimensione dell’evento, quanto ciò che quel lungo cammino umano ha reso visibile per alcune ore.

L’Umbria ecclesiale, che normalmente vive distribuita tra diocesi differenti, territori con una storia propria, parrocchie e comunità che raramente si incontrano tutte insieme, ieri ha assunto davanti ai nostri occhi la forma concreta di un popolo.

Il pellegrinaggio giubilare possiede proprio questa capacità. Costringe il corpo a esprimere ciò che la fede proclama. Si parte da luoghi differenti e si procede verso la stessa meta; ciascuno porta la propria storia, le proprie intenzioni e le proprie fatiche, mentre il cammino lentamente raccoglie le differenze dentro una direzione comune. La Chiesa parla continuamente di comunione e qualche volta rischiamo di trasformare questa parola in un concetto ecclesiologico corretto e quasi disincarnato. Ieri la comunione aveva i passi di migliaia di persone che si muovevano nella stessa direzione.

Papa Leone XIV ha colto con grande semplicità proprio questo significato quando ci ha ricordato che il pellegrinaggio fisico rappresenta un itinerario spirituale di conversione e di rinnovamento. Il passaggio attraverso la Porta Santa, ha detto, segna nel perdono l’inizio di una vita nuova, mentre l’Eucaristia raccoglie tutto ciò che siamo nell’unico Corpo di Cristo.

Queste parole mi sembrano particolarmente adatte alla nostra regione. L’Umbria possiede una geografia ecclesiale singolare. È piccola nelle dimensioni e ricchissima di storie, di santi, di tradizioni locali che hanno dato forma per secoli alle comunità. Ogni città conserva una memoria religiosa propria, ogni valle possiede i suoi santuari e molti dei nostri borghi sono cresciuti attorno a una chiesa o a un monastero. Questa ricchezza può diventare una forza quando le differenti identità si riconoscono reciprocamente, perché nessuna Chiesa locale perde qualcosa quando entra più profondamente nella comunione con le altre.

Il Papa stesso ha guardato all’Umbria attraverso questa sua fisionomia particolare, ricordandone la bellezza e soprattutto i secoli di santità che l’hanno attraversata. Ha parlato di uomini e donne che, generazione dopo generazione, si sono consegnati la stessa eredità del Vangelo e ha letto la presenza simultanea delle nostre diocesi nella Basilica come immagine della molteplicità del Corpo di Cristo.

Mi sembra che qui ci sia una parola anche per il nostro presente ecclesiale. Da anni parliamo della necessità di ripensare strutture pastorali che sono diventate più fragili, di collaborare tra parrocchie, di costruire forme di corresponsabilità e di imparare a vivere il territorio in maniera meno frammentata. Nella nostra diocesi la scelta delle Pievanie nasce proprio dalla consapevolezza che la diminuzione numerica dei sacerdoti e i cambiamenti profondi delle comunità chiedono di superare progressivamente una pastorale costruita soltanto attorno alla singola parrocchia.

Una trasformazione di questo genere, se viene vissuta soltanto come risposta alla scarsità, rischia facilmente di essere percepita come ridimensionamento. Il pellegrinaggio di ieri ha mostrato una prospettiva diversa: la comunione può diventare una forma di vita ecclesiale prima ancora di essere una soluzione organizzativa.

Camminare insieme non significa semplicemente mettere in comune ciò che non riusciamo più a fare da soli. Significa scoprire che apparteniamo a qualcosa di più grande della realtà immediata nella quale siamo abituati a vivere.

La stessa esperienza si percepiva guardando i sacerdoti riuniti attorno ai vescovi nella Basilica di San Pietro. Centocinquanta presbiteri provenienti da diocesi diverse, con storie ministeriali molto differenti, si sono ritrovati davanti allo stesso altare. In un tempo nel quale il ministero sacerdotale può diventare facilmente isolato dentro le responsabilità quotidiane, anche questa immagine possiede un significato che va oltre la solennità della celebrazione.

Il sacerdote appartiene a un presbiterio e il presbiterio appartiene a una Chiesa. La fraternità sacerdotale viene spesso invocata nei documenti e negli incontri di formazione; giornate come quella di ieri permettono di ricordare che questa appartenenza possiede anche una forma visibile e può diventare una risorsa concreta per attraversare i cambiamenti che ci attendono.

Mons. Renato Boccardo, nell’omelia pronunciata durante l’Eucaristia, ha utilizzato l’immagine della porta in modo particolarmente efficace. Dopo avere ricordato la Porta Santa attraversata dai pellegrini, ha parlato di un’altra porta, quella che ciascuno porta dentro di sé e che può rimanere chiusa proprio davanti a Dio. Il Giubileo, in questa prospettiva, non termina nell’atto esteriore del passaggio attraverso una soglia; chiede di aprire nuovamente la vita al Signore, perché la quotidianità non diventi una successione stanca di giornate tutte uguali.

È una precisazione preziosa, perché impedisce di trasformare anche il pellegrinaggio in un evento da ricordare soltanto attraverso le fotografie. Il Giubileo diventa fecondo quando qualcosa del cammino continua dopo il ritorno.

I pullman ieri sera sono rientrati nelle città e nei paesi dell’Umbria. Le persone sono tornate alle loro famiglie, i sacerdoti alle parrocchie, i vescovi alle responsabilità quotidiane. La Basilica si è svuotata e la grande assemblea si è sciolta. Proprio allora comincia la verifica più seria del pellegrinaggio, perché ciò che abbiamo celebrato deve lentamente trovare una forma nei luoghi dai quali siamo partiti.

La domanda che rimane riguarda il modo con cui torniamo nelle nostre comunità. Possiamo rientrare conservando soltanto la memoria di una giornata bella, oppure possiamo lasciarci interrogare dal fatto di avere visto per alcune ore una Chiesa più grande dei nostri confini abituali. Il Giubileo ci ha fatto attraversare una Porta e ci chiede ora di non richiudere quelle piccole porte interiori attraverso le quali lasciamo entrare gli altri nella nostra vita ecclesiale.

Penso soprattutto alle parrocchie vicine che faticano ancora a collaborare, ai sacerdoti che rischiano di vivere il ministero come un compito individuale e alle comunità che guardano ogni cambiamento con la paura di perdere qualcosa della propria identità. Una Chiesa viva non cancella le proprie storie locali, impara a consegnarle dentro una comunione più ampia.

Anche i doni portati al Papa contenevano, nella loro semplicità, qualcosa di questa identità umbra. Le diocesi hanno offerto un ulivo, una brocca di Deruta con l’olio e centinaia di litri destinati alle mense della carità pontificia. Il gesto univa la terra dalla quale provenivamo alla cura concreta dei poveri, quasi ricordando che la memoria di una regione cristiana conserva il proprio significato quando continua a generare carità.

Il pomeriggio, nell’Aula Paolo VI, don Fabio Rosini ha riportato ancora una volta il pellegrinaggio alla sua radice spirituale, parlando del cammino cristiano come riscoperta del senso stesso dell’essere discepoli. Anche questo passaggio mi sembra importante. Una Chiesa può organizzare bene un pellegrinaggio e può riempire una basilica; il frutto evangelico nasce quando le persone tornano a interrogarsi sul modo concreto con cui seguono Cristo.

Papa Leone XIV ha concluso il suo saluto chiedendo agli umbri di partire dall’altare come «missionari d’amore e di pace». La frase acquista una particolare densità se la collochiamo dentro ciò che abbiamo vissuto. Il cammino verso Roma non possedeva infatti il proprio compimento nell’arrivo a San Pietro. Dall’altare cominciava già un altro viaggio, quello del ritorno verso le nostre città e le nostre case, dove la comunione celebrata deve diventare una forma della vita cristiana.

Forse è proprio questo il segno più bello che porto con me dalla giornata di ieri. Ho visto una regione ecclesiale capace di camminare insieme e di riconoscersi attorno a Pietro, senza perdere la ricchezza delle proprie Chiese locali. Ho visto sacerdoti e fedeli provenienti da storie diverse raccogliersi attorno allo stesso altare, mentre il Papa ricordava che l’armonia del Corpo di Cristo nasce proprio dalla varietà delle sue membra.

In un tempo nel quale siamo abituati a raccontare soprattutto ciò che nella Chiesa diminuisce, si divide o fatica, una giornata come questa non autorizza ingenuità e non cancella le difficoltà reali. Ci permette semplicemente di vedere anche un altro dato della realtà: esiste ancora un popolo che desidera camminare, pregare e riconoscersi dentro una comunione più grande della propria esperienza immediata.

Vale la pena custodire questa immagine, perché forse una parte del futuro delle nostre Chiese umbre dipenderà proprio dalla capacità di trasformarla in una forma ordinaria della vita ecclesiale.

Il pellegrinaggio è terminato quando siamo tornati a casa. Il cammino, quello vero, continua qui.

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