Quando la difesa della vita deve resistere anche alla tentazione di scegliere quale vita meriti di essere difesa
Cari amici, l’assassinio di Charlie Kirk ha lasciato negli Stati Uniti una ferita che va molto oltre la vicenda personale di un uomo conosciuto per il proprio impegno politico. Un uomo di trentuno anni è stato ucciso mentre parlava in un’università, davanti a migliaia di persone, lasciando una moglie e due figli piccoli. In queste ore un giovane è stato fermato come sospettato dell’omicidio e il presidente Donald Trump, parlando questa mattina, ha espresso la speranza che, qualora venga riconosciuto colpevole, riceva la pena di morte.
Proprio qui comincia per me una domanda che non riguarda soltanto la politica americana. Davanti a un omicidio così grave, la richiesta di giustizia è legittima e necessaria. Una società che non riconoscesse la gravità del delitto e non proteggesse i propri cittadini rinuncerebbe a una delle funzioni fondamentali dell’autorità pubblica. Il cristianesimo non chiede allo Stato di comportarsi come se il male fosse irrilevante e non trasforma il perdono in impunità. La questione nasce quando alla morte inflitta illegalmente da un assassino si risponde ritenendo necessaria un’altra morte inflitta legalmente dallo Stato.
Per un cattolico del 2025 questa domanda non può essere affrontata facendo finta che il Magistero non abbia compiuto un cammino.
La tradizione teologica conosce una lunga riflessione sulla pena capitale. San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, ammetteva che l’autorità pubblica potesse arrivare a togliere la vita a chi rappresentava un grave pericolo per la comunità, ragionando all’interno della concezione medievale del bene comune e delle possibilità concrete che allora esistevano per proteggere la società. Quel testo appartiene realmente alla storia della teologia cattolica e non abbiamo alcun bisogno di cancellarlo per difendere l’insegnamento attuale.
Proprio la storia successiva permette di comprendere lo sviluppo. San Giovanni Paolo II, soprattutto in Evangelium vitae, restrinse progressivamente le condizioni nelle quali la pena capitale avrebbe potuto essere considerata necessaria, osservando che le moderne possibilità dello Stato consentono di difendere efficacemente la società senza eliminare definitivamente il colpevole. Nel 2018 Papa Francesco approvò una nuova formulazione del numero 2267 del Catechismo, nella quale la pena di morte viene definita «inammissibile», perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona, e la Chiesa dichiara il proprio impegno per la sua abolizione nel mondo. La Congregazione per la Dottrina della Fede spiegò allora che non si trattava di una cancellazione arbitraria del Magistero precedente, bensì di uno sviluppo coerente maturato attraverso una comprensione più profonda della dignità umana e delle finalità della pena.
Questo sviluppo obbliga il cattolico a qualcosa di più difficile della scelta di uno schieramento. Può accadere infatti che la pena di morte venga difesa proprio da persone sinceramente impegnate nella tutela della vita nascente, della famiglia e della dignità dell’uomo contro molte derive della cultura contemporanea. La contraddizione diventa allora dolorosa. Se la vita possiede una dignità che viene da Dio, quella dignità continua ad appartenere anche all’uomo che ha commesso un crimine terribile. Il suo gesto può averlo reso colpevole e meritevole di una pena severissima; non gli ha tolto la condizione di creatura fatta a immagine di Dio.
È qui che il discorso cattolico diventa più esigente della semplice reazione emotiva. Il profeta Ezechiele mette sulle labbra di Dio una parola che attraversa tutta la storia biblica: «Io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva» (Ez 33,11). Questa frase non elimina la giustizia e non impedisce di chiamare il male con il proprio nome. Rivela però quale sia il desiderio ultimo di Dio davanti al peccatore: la conversione, non la sua eliminazione.
Se questa è la prospettiva cristiana, anche il condannato deve poter rimanere aperto alla possibilità del cambiamento. Pensiamo alla storia stessa della Chiesa. Quanti uomini hanno incontrato Dio dopo avere attraversato stagioni gravemente segnate dal peccato? Quante conversioni sono maturate lentamente, talvolta proprio in carcere, quando la persona non poteva più fuggire dalle conseguenze delle proprie azioni? Una pena che protegge la società e mantiene aperta la possibilità della conversione custodisce insieme la giustizia e la speranza. L’esecuzione chiude definitivamente quella possibilità sul piano terreno.
La vicenda di Charlie Kirk rende questa riflessione ancora più delicata perché intorno alla sua morte abbiamo visto riaffiorare un fenomeno inquietante: la difficoltà crescente a percepire l’avversario come una persona prima che come un simbolo politico. Negli Stati Uniti i vescovi e diversi responsabili cattolici hanno reagito all’assassinio parlando di un momento pericoloso per una società già profondamente polarizzata e invitando a ritrovare il rispetto della dignità umana, la pace e la responsabilità nel linguaggio pubblico.
Questa polarizzazione produce effetti strani e insieme terribili. Quando muore una persona appartenente allo schieramento avversario, qualcuno riesce a trovare immediatamente una ragione per relativizzarne la morte, ricordandone le parole più controverse oppure suggerendo che, in fondo, abbia contribuito a creare il clima nel quale è stato ucciso. Sul versante opposto, il dolore per la vittima può trasformarsi rapidamente nel desiderio che l’autore venga eliminato. In entrambi i movimenti accade qualcosa di simile: l’uomo concreto scompare e rimane la funzione che gli abbiamo assegnato dentro il nostro conflitto.
È questa, più ancora della pena capitale in sé, l’apatia sociale che dovrebbe preoccuparci. Una cultura può abituarsi gradualmente alla morte. Può indignarsi soltanto quando la vittima appartiene al proprio campo, commuoversi secondo appartenenza politica e trovare giustificazioni quando a morire è qualcuno che percepisce come nemico. A quel punto la dignità umana non è più veramente universale. Diventa una concessione distribuita secondo affinità.
La fede cristiana spezza precisamente questa logica. L’uomo innocente assassinato possiede una dignità che chiede giustizia. La sua famiglia possiede il diritto al dolore e alla verità. L’uomo accusato dell’omicidio possiede a sua volta una dignità che nessun eventuale verdetto di colpevolezza potrà cancellare. Finché non sarà giudicato, esiste inoltre una presunzione di innocenza che una società giuridicamente seria deve rispettare anche quando l’emozione collettiva vorrebbe anticipare la sentenza.
Questa è una disciplina della coscienza prima ancora che del diritto. Il cristiano non ha bisogno di diminuire la gravità di un assassinio per rifiutare la pena di morte. Può dire con la massima chiarezza che chi ha ucciso deve rispondere del proprio delitto, che la società ha il dovere di proteggersi e che la pena deve essere proporzionata alla gravità del male compiuto. Può nello stesso tempo affermare che nessun uomo diventa proprietà dello Stato al punto che lo Stato possa decidere di eliminarlo come risposta penale.
Fratelli tutti lo formula con chiarezza: la società ha bisogno di norme e di pene proporzionate, mentre la pena non deve diventare vendetta. Papa Francesco ricorda che neppure l’omicida perde la propria dignità personale.
Qui emerge anche una differenza culturale che non andrebbe liquidata frettolosamente. Negli Stati Uniti la pena capitale è rimasta legata a una lunga tradizione giuridica e politica nella quale la giustizia retributiva possiede un peso molto forte. In una parte del cristianesimo evangelicale la sua accettazione continua a convivere senza particolare tensione con la difesa della vita nascente. Nel cattolicesimo contemporaneo, invece, il Magistero ha portato la riflessione verso una coerenza sempre più ampia della tutela della vita, chiedendo che la dignità venga riconosciuta anche nel colpevole.
Questo non significa che l’Europa abbia qualche titolo per impartire lezioni morali all’America. Le nostre società hanno semplicemente altre contraddizioni. Siamo capaci di rifiutare con forza la pena capitale e nello stesso tempo di accettare con crescente facilità altre forme attraverso le quali la vita fragile viene considerata disponibile. L’aborto, l’eutanasia e la selezione della vita secondo criteri di efficienza mostrano quanto sarebbe ingenuo immaginare che l’abolizione della pena di morte basti a costruire una cultura della vita.
La questione cattolica attraversa entrambe le sensibilità. Chiede al conservatore che difende il nascituro di riconoscere la stessa origine divina della dignità nel condannato. Chiede al progressista che rifiuta la pena capitale di riconoscere che la dignità non comincia quando la persona raggiunge una determinata autonomia. La vita umana non diventa sacra perché ci commuove e non perde la propria sacralità perché ci ripugna.
È proprio qui che la fede diventa scomoda per tutti. Davanti all’uccisione di Charlie Kirk, dunque, possiamo chiedere giustizia senza desiderare vendetta. Possiamo condannare il delitto senza partecipare alla disumanizzazione di chi ne sarà eventualmente riconosciuto autore. Possiamo pregare per la vittima e per la sua famiglia e, nello stesso tempo, pregare perché chi ha compiuto quel gesto possa incontrare la verità, riconoscere il male e convertirsi.
Questa seconda preghiera è certamente più difficile. Ed è proprio per questo che è cristiana.
Il sangue versato non viene onorato aggiungendo altro sangue. Viene onorato quando una società riesce a difendere la vita anche nel momento in cui la rabbia le suggerisce che una vita particolare non meriti più di essere difesa.
Forse è questo il punto nel quale la pena di morte smette di essere soltanto una questione giuridica e diventa una domanda spirituale. Che cosa crediamo davvero quando diciamo che ogni uomo è creato a immagine di Dio?
Se la risposta vale soltanto per l’innocente, abbiamo detto qualcosa di vero e ancora incompleto. Il Vangelo ci conduce fino al colpevole. Ed è proprio lì che la dignità umana mostra se, per noi, è davvero un dono di Dio oppure soltanto un giudizio che concediamo agli uomini che riteniamo degni di riceverlo.
Rispondi