don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce ci riporta al cuore del cristianesimo: ciò che agli occhi del mondo appare sconfitta diventa vittoria, ciò che sembra follia diventa sapienza, ciò che pare segno di morte si rivela sorgente di vita. Il paradosso della Croce illumina la fede personale e anche il tempo storico che abitiamo, segnato da guerre, omicidi, ideologie che dividono e culture che avvelenano.

Il deserto di Israele, attraversato dai serpenti brucianti, diventa immagine delle nostre società ferite. Mormorazioni, sfiducia e sospetto reciproco creano un clima nel quale il veleno circola con rapidità: violenze nelle strade, parole che feriscono sui social, contrapposizioni politiche trasformate in odio. Dio comanda a Mosè di innalzare un serpente di bronzo: chi guarda con fede vive. Il male non viene negato; viene esposto perché il popolo impari a rivolgere lo sguardo verso il segno della salvezza.

Il Vangelo di Giovanni porta questo segno a compimento: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo». La Croce è il luogo in cui l’odio viene disinnescato da un amore che non cede alla vendetta. In un mondo che risponde spesso alla violenza con altra violenza e all’insulto con un insulto più forte, Cristo mostra una forza diversa: l’amore che si offre senza diventare complice del male.

San Paolo contempla il Figlio che «svuotò se stesso» fino alla morte di croce. La kenosi non è debolezza. È la forma di una potenza che genera futuro perché rinuncia alla logica del dominio. Il dibattito pubblico, invece, scivola facilmente nella pretesa di imporre la propria ragione e nella costruzione di fronti contrapposti. La Croce ricorda che l’altro non è semplicemente un avversario da eliminare, ma una persona la cui dignità resta intatta anche dentro il conflitto.

Il segno della Croce, così semplice, possiede una forza sorprendente. Farsi il segno di croce con consapevolezza significa lasciarsi ricollocare dentro l’ordine dell’amore: ricordare che l’uomo non è riducibile a produttore o consumatore, che il dolore non ha l’ultima parola e che la dignità della vita non dipende dall’utilità o dal consenso.

Quando il mondo si lacera tra guerre e ideologie, la Croce chiede ai cristiani di innalzare segni di guarigione nella vita concreta. Interrompere la catena dei torti in una famiglia, rinunciare a un vantaggio per custodire una coscienza, offrire tempo e ascolto a chi è prigioniero del rancore: gesti apparentemente piccoli possono diventare luoghi nei quali la logica del Crocifisso comincia già a trasformare la storia.

La tradizione cristiana ha contemplato la Croce come il trono dal quale Cristo regna donando se stesso. San Tommaso d’Aquino vede nella Passione di Cristo merito, soddisfazione, sacrificio ed esempio. In un’epoca affascinata dal potere e dal successo, la Croce rimane un criterio severo e liberante: misura l’amore sulla capacità di consegnarsi e impedisce di identificare la verità con la semplice vittoria del più forte.

Per questo la consegna della Croce resta attuale. Essa domanda conversione dello sguardo e perseveranza nell’intercessione. La società ferita non guarisce soltanto attraverso nuovi equilibri di potere; ha bisogno di uomini e donne capaci di introdurre una logica diversa, quella che nasce dall’amore del Figlio e dal Sangue versato sul legno santo.

Per crucem ad lucem. Attraverso la Croce verso la luce. Così l’antica invocazione può continuare a risuonare come preghiera e come responsabilità: «O crux ave, spes unica».

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