don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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IL VESCOVO SECONDO LEONE XIV: SERVO DELLA FEDE E PADRE DEL POPOLO

Cari amici, questa mattina Papa Leone XIV ha incontrato i vescovi ordinati nell’ultimo anno e i vescovi provenienti dai territori di missione. Era uno di quegli appuntamenti che potrebbero facilmente ridursi a un insieme di indicazioni sul ministero episcopale. Il Papa ha scelto invece di partire da una domanda più profonda: che cosa è un vescovo nella Chiesa?

La risposta è arrivata quasi subito.

«Il Vescovo è servo, il Vescovo è chiamato a servire la fede del popolo».

Credo che convenga fermarsi su queste parole, perché contengono una ecclesiologia molto precisa.

Il servizio del vescovo non è una qualità aggiunta a un ufficio che, nella sua sostanza, sarebbe potere. Non è lo stile gentile con cui un’autorità cerca di rendersi più accettabile. Leone XIV lo colloca dentro l’identità stessa del ministero episcopale.

Il vescovo riceve un’autorità proprio perché gli viene affidato un popolo da servire nella fede.

Questo permette di evitare immediatamente due deformazioni.

La prima riduce il vescovo a un amministratore diocesano di alto livello, chiamato a governare strutture, distribuire incarichi, gestire emergenze e assicurare il funzionamento della macchina ecclesiale.

La seconda ne fa una figura prevalentemente simbolica, una presenza chiamata a rappresentare l’unità mentre la vita reale della diocesi procede sostanzialmente altrove.

L’episcopato cattolico è molto più esigente.

Il vescovo è successore degli Apostoli. Riceve attraverso l’ordinazione la pienezza del sacramento dell’Ordine e viene posto a servizio di una Chiesa particolare affinché il Vangelo sia annunciato, i sacramenti siano celebrati e il popolo cresca nella comunione.

Leone XIV parte proprio da qui e richiama sant’Agostino, che parlando di chi presiede il popolo afferma che deve anzitutto comprendere di essere «servo di molti».

Il riferimento agostiniano non sorprende in questo Papa, e possiede una forza particolare perché Agostino conosceva molto bene il peso dell’episcopato.

Non aveva cercato quella responsabilità. Una volta ricevuta, comprese che essere vescovo significava portare davanti a Dio persone concrete, con le loro ferite, le loro incoerenze e la loro fame di verità.

Da qui nasce anche la nota formula che Leone XIV ha già fatto propria in altre occasioni: con voi sono cristiano, per voi sono vescovo.

Prima viene l’appartenenza comune a Cristo.

Dentro questa appartenenza viene affidato il ministero.

Il vescovo non appartiene a una specie cristiana differente dal popolo che gli è consegnato. Ha ricevuto lo stesso Battesimo, ascolta la stessa Parola, vive della stessa grazia e ha bisogno della stessa misericordia.

Proprio dentro questa fraternità battesimale assume una responsabilità che non deriva dalla comunità e che la comunità non potrebbe attribuirgli da sola.

È padre perché prima è figlio.

È pastore perché appartiene al gregge di Cristo.

È maestro perché anche lui rimane discepolo della Parola che annuncia.

Questo dà all’autorità episcopale una forma molto precisa.

Leone XIV ricorda ai nuovi vescovi la scena evangelica nella quale gli Apostoli discutono su chi sia il più grande. Gesù non elimina l’autorità. Purifica il desiderio di grandezza mostrando quale forma essa debba assumere nel suo Regno: chi vuole essere grande diventi servitore.

È una correzione che la Chiesa continua ad avere bisogno di ascoltare.

Il rischio del potere ecclesiastico non nasce soltanto quando qualcuno esercita l’autorità in modo duro. Può manifestarsi anche quando il ruolo diventa progressivamente il luogo nel quale una persona cerca conferme, protezione o identità.

Una diocesi può allora trasformarsi quasi impercettibilmente nel territorio del vescovo.

Le iniziative diventano le sue iniziative.

Il presbiterio viene letto attraverso la maggiore o minore sintonia con lui.

Le persone più vicine acquistano un peso sproporzionato.

La critica viene percepita come mancanza di comunione e il consenso come prova di fedeltà.

Gesù conosceva abbastanza bene il cuore umano da mettere in guardia i Dodici prima che cominciassero a governare qualcosa.

Leone XIV riprende quel richiamo e chiede ai vescovi di vigilare, camminando nell’umiltà e nella preghiera.

Il verbo vigilare è importante.

Nessuna ordinazione rende automaticamente immuni dalla tentazione del potere.

Il sacramento dona la grazia necessaria al ministero; chiede all’uomo che lo riceve una conversione quotidiana perché il dono sacramentale trovi una forma coerente nella sua umanità.

Qui il discorso diventa molto concreto.

Il Papa parla della vicinanza al popolo e riprende un’espressione di Francesco: non si tratta di una «strategia opportunista», bensì di una condizione essenziale del ministero.

Un vescovo non conosce realmente la propria diocesi soltanto attraverso relazioni, statistiche, consigli e riunioni.

Ha bisogno di incontrare.

Ha bisogno di ascoltare ciò che non arriva nei documenti ufficiali.

Ha bisogno di conoscere i sacerdoti anche quando non devono chiedergli un trasferimento, una nomina o un’autorizzazione.

Ha bisogno di entrare nelle comunità senza incontrare soltanto la rappresentanza accuratamente preparata per la visita episcopale.

Ha bisogno di accorgersi delle persone che non possiedono alcun incarico e nessuna particolare capacità di arrivare fino al suo ufficio.

La paternità episcopale comincia anche qui.

Un padre non conosce i figli attraverso una relazione annuale.

Conosce la loro voce.

Sa riconoscere quando una parola nasconde una fatica e quando un silenzio dura da troppo tempo.

Questo vale in modo particolare nel rapporto con i sacerdoti.

Leone XIV parla del vescovo come padre e fratello per i presbiteri.

Sono parole che sarebbe facile lasciare nella retorica ecclesiastica, dove peraltro vivono abbastanza comodamente da secoli.

Diventano serie quando assumono una forma umana.

Un sacerdote deve poter percepire che il proprio vescovo conosce qualcosa della sua vita oltre l’incarico che ricopre.

Deve poter attraversare una difficoltà senza temere immediatamente che la propria fragilità venga registrata come inaffidabilità.

Deve sapere che potrà essere corretto quando necessario e ascoltato quando la fatica diventa pesante.

La paternità non coincide con l’indulgenza.

Un padre può dover dire parole esigenti.

Proprio perché ama, non lascia che il figlio si perda tranquillamente.

Anche l’autorità episcopale comprende la correzione, il governo e decisioni che possono ferire o risultare incomprese. La loro qualità evangelica dipende però dal luogo dal quale nascono.

Una decisione può essere canonicamente impeccabile e pastoralmente fredda.

Può essere necessaria e venire comunicata in modo umiliante.

Può tutelare un’istituzione e dimenticare la persona sulla quale quella decisione ricadrà.

Servire la fede del popolo significa allora imparare a governare senza smettere di vedere i volti.

Nel discorso di oggi Leone XIV collega questa identità episcopale alla situazione concreta della Chiesa.

Parla apertamente della crisi della fede e della sua trasmissione, delle difficoltà di appartenenza ecclesiale e della diminuzione della pratica religiosa. Nello stesso tempo osserva che persone apparentemente lontane tornano a bussare alla porta della Chiesa o manifestano una ricerca spirituale alla quale le forme pastorali abituali non sempre riescono a rispondere.

Il vescovo viene inviato dentro questa realtà.

Non governa una Chiesa immaginaria.

Non riceve il compito di amministrare il ricordo di ciò che una diocesi è stata.

È chiamato a custodire la fede apostolica e a cercare il modo perché quella stessa fede possa essere annunciata agli uomini che oggi abitano il suo territorio.

Questo richiede libertà.

La nostalgia può diventare una prigione pastorale tanto quanto l’ansia della novità.

Se il vescovo cerca semplicemente di ricostruire il passato, rischia di parlare a un mondo che non esiste più.

Se rincorre continuamente il presente, finirà per perdere ciò che avrebbe dovuto consegnargli.

Servire la fede significa ricevere il Vangelo e permettergli di raggiungere questo tempo.

In questo senso mi sembra molto significativa l’espressione scelta da Leone XIV: servire la fede del popolo.

Il vescovo non serve anzitutto il proprio progetto pastorale.

Non serve una sensibilità ecclesiale.

Non serve una parte della diocesi contro l’altra.

Serve la fede del popolo che Cristo gli affida.

Questo gli chiede di custodire ciò che ha ricevuto dagli Apostoli e, nello stesso tempo, di conoscere realmente le persone alle quali deve consegnarlo.

È qui che autorità e paternità si incontrano.

Un vescovo che fosse soltanto padre rischierebbe di ridurre il ministero a una vicinanza affettiva incapace di indicare una direzione.

Un vescovo che fosse soltanto autorità potrebbe custodire formalmente l’ordine e lasciare dietro di sé una diocesi intimorita, stanca o interiormente distante.

La paternità apostolica contiene entrambe le dimensioni.

Genera nella fede e custodisce ciò che genera.

Forse proprio per questo Leone XIV parla ai nuovi vescovi di gioia.

Chiede che la gioia della loro ordinazione possa diffondersi come un profumo anche sulle persone che saranno chiamati a servire.

È un’immagine delicata.

Un ministero episcopale può infatti lasciare un clima.

Ci sono pastori la cui presenza apre spazi, rende possibile parlare, incoraggia i sacerdoti a dare il meglio e fa percepire ai fedeli che la Chiesa è una casa nella quale possono respirare.

Altri, anche senza volerlo, producono lentamente paura, prudenza e distanza.

Il potere ecclesiale ha questa capacità singolare: modifica l’aria delle comunità.

Per questo la spiritualità del vescovo non è un fatto privato.

Il modo con cui prega entra nel modo con cui governa.

Il rapporto che possiede con Cristo entra nel modo con cui tratta un sacerdote.

La libertà interiore che ha maturato entra nel modo con cui ascolta una critica.

La pace che riceve da Dio entra nel modo con cui attraversa un conflitto.

Un vescovo porta sempre qualcosa di ciò che abita il proprio cuore nella Chiesa che gli viene affidata.

Il discorso di Leone XIV ai nuovi vescovi mi sembra allora consegnare una immagine molto sobria dell’episcopato.

Niente principe ecclesiastico.

Niente amministratore spirituale.

Un uomo scelto tra gli uomini, consacrato nella successione degli Apostoli e mandato a custodire un popolo che appartiene a Cristo.

Deve servire la sua fede, accompagnarne il cammino e guidarlo quando occorre prendere una direzione.

Deve conoscere le ferite senza lasciare che siano le ferite a decidere il Vangelo.

Deve stare vicino abbastanza da sentire il respiro del popolo e radicato abbastanza in Cristo da non confondere la voce del popolo con la voce di Dio.

Forse tutta la grandezza del ministero episcopale si trova proprio qui.

Il vescovo riceve molto potere nella Chiesa.

Cristo gli chiede di trasformarlo interamente in servizio.

E quando questo accade, l’autorità smette di occupare spazio e comincia a generare fede.

Papa Leone XIV, Discorso ai vescovi ordinati nell’ultimo anno e ai vescovi dei territori di missione, 11 settembre 2025

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