don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

COMUNIONE SULLA LINGUA E SULLA MANO: RITROVARE IL CENTRO DELLA QUESTIONE

La disciplina della Chiesa e il senso spirituale del gesto

Cari amici, poche questioni liturgiche sono riuscite negli ultimi anni a caricarsi di un significato tanto superiore alla loro effettiva portata disciplinare quanto il modo di ricevere la santa Comunione. Un gesto che la Chiesa regola con indicazioni abbastanza precise è diventato progressivamente un segno attraverso il quale alcuni fedeli identificano la propria sensibilità ecclesiale, fino al punto che la Comunione sulla lingua viene talvolta interpretata come espressione di una particolare appartenenza tradizionale, mentre quella sulla mano viene letta come il segno di una diversa concezione della liturgia e della Chiesa.

Quando si arriva a questo punto, mi sembra utile tornare con calma alla disciplina effettiva, perché essa è molto meno ideologica delle nostre discussioni.

L’Ordinamento Generale del Messale Romano prevede che il fedele possa ricevere il Corpo del Signore in bocca e, nei luoghi nei quali questa modalità è stata autorizzata, anche sulla mano. L’istruzione Redemptionis sacramentum conferma espressamente il diritto del fedele a ricevere la Comunione sulla lingua e riconosce, nei Paesi nei quali la Conferenza Episcopale ha ottenuto l’approvazione necessaria, anche la possibilità della ricezione sulla mano. In Italia questa facoltà venne introdotta nel 1989 e la Conferenza Episcopale Italiana, nel presentarla, precisò con chiarezza che il modo consueto di ricevere la particola sulla lingua rimane pienamente conveniente e che i fedeli sono liberi di scegliere tra le due modalità ammesse.

Già questo dato dovrebbe aiutarci ad affrontare la questione con una maggiore serenità ecclesiale. Chi riceve la Comunione sulla lingua non sta esercitando una concessione tollerata per sensibilità nostalgiche; utilizza una modalità riconosciuta dalla Chiesa e conserva il diritto di farlo. Chi in Italia riceve la Comunione sulla mano secondo le indicazioni stabilite dalla disciplina ecclesiale compie a sua volta un gesto legittimo. La differenza tra le due forme esiste, possiede una storia e può anche essere oggetto di una riflessione teologica e pastorale, senza che da essa debba necessariamente nascere una classificazione dei fedeli.

La storia aiuta, tra l’altro, a comprendere quanto siano povere alcune ricostruzioni troppo lineari. Nei primi secoli cristiani esistono testimonianze della ricezione dell’Eucaristia sulle mani, inserita però dentro forme rituali caratterizzate da una venerazione molto intensa e appartenenti a un contesto ecclesiale profondamente diverso dal nostro. Nel corso della storia della Chiesa latina si sviluppò progressivamente la prassi della Comunione direttamente sulla lingua, che divenne la modalità ordinaria e rimase tale per molti secoli. Quando nel Novecento venne nuovamente consentita, in determinate condizioni, la ricezione sulla mano, non si tornò semplicemente a una pratica antica rimasta immutata nel tempo; una forma proveniente da un altro contesto venne assunta dentro una disciplina liturgica nuova e regolata dalla Chiesa.

Questo dato mi sembra importante anche per il modo in cui comprendiamo la Tradizione. La vita liturgica della Chiesa conosce sviluppi nei quali una forma può modificarsi, essere abbandonata, essere ripresa o ricevere un significato più preciso all’interno di una disciplina successiva. La continuità della Tradizione non consiste nella ripetizione materiale di ogni gesto delle prime comunità cristiane, perché la Chiesa attraversa la storia e matura anche nella maniera con cui esprime sacramentalmente la propria fede.

Per questa ragione la Comunione sulla mano, quando viene consentita, possiede indicazioni precise che ne custodiscono il significato. La CEI chiede che il fedele presenti entrambe le mani, riceva il Corpo del Signore dal ministro e lo porti immediatamente alla bocca, facendo attenzione anche all’eventuale presenza di frammenti. La formulazione apparentemente semplice rivela qualcosa di teologicamente importante: anche quando l’ostia consacrata viene deposta sulla mano, il fedele continua a ricevere l’Eucaristia.

Il gesto conserva così la struttura del dono. Il Corpo di Cristo viene consegnato dal ministro e accolto dal fedele, mentre la formula «Il Corpo di Cristo» e la risposta «Amen» esprimono la confessione di fede che accompagna la ricezione sacramentale. L’Eucaristia arriva a noi attraverso la Chiesa e ci inserisce più profondamente nella comunione con Cristo e con il suo Corpo ecclesiale.

Mi sembra che proprio qui si trovi il punto capace di ricomporre molte discussioni. La modalità esterna possiede certamente importanza, perché il corpo partecipa alla preghiera e i gesti liturgici educano il credente. Il modo in cui ci inginocchiamo, stiamo in piedi, riceviamo l’Eucaristia o ci raccogliamo nel silenzio contribuisce nel tempo a formare anche la nostra percezione del mistero. Sarebbe quindi semplicistico considerare tutte le forme indifferenti, quasi che il gesto non avesse alcun rapporto con ciò che crediamo.

Allo stesso tempo, nessuna forma riesce da sola a garantire la disposizione interiore con cui il sacramento viene ricevuto. Una persona può accostarsi alla Comunione sulla lingua con un profondo senso di adorazione e un’altra può compiere lo stesso gesto in maniera distratta e abituale. La ricezione sulla mano può essere vissuta superficialmente oppure con una cura e una venerazione autentiche. La differenza esteriore rimane reale, mentre il giudizio sulla fede della persona non può essere ricavato automaticamente dalla modalità scelta.

È qui che la discussione dovrebbe tornare a incontrare la catechesi eucaristica. Negli ultimi decenni abbiamo dedicato una quantità sorprendente di energie alla questione della lingua e della mano, mentre appare molto più urgente domandarci quale consapevolezza della presenza reale accompagni oggi molti fedeli quando si avvicinano all’altare. Se viene meno la fede in ciò che l’Eucaristia realmente è, il problema supera inevitabilmente la modalità della ricezione, perché nessun gesto esteriore può sostituire una fede che non è stata formata.

Proprio per questo la CEI, quando introdusse in Italia la possibilità della Comunione sulla mano, chiese che la nuova prassi fosse accompagnata da un’adeguata catechesi. Non si trattava semplicemente di spiegare ai fedeli dove collocare le mani. Occorreva educare al significato del gesto, alla venerazione dovuta al Corpo del Signore e alla consapevolezza che ciò che viene ricevuto non può essere trattato come un alimento qualsiasi.

Guardando a distanza di molti anni, credo sia legittimo domandarsi se questa formazione sia stata realmente realizzata ovunque con la necessaria profondità. In alcuni luoghi il cambiamento è entrato rapidamente nella vita ordinaria delle comunità e la sua dimensione catechetica è rimasta più debole. Quando questo accade, il gesto rischia di perdere progressivamente il proprio spessore simbolico e di diventare semplicemente una modalità pratica. La reazione successiva può allora assumere la forma opposta, trasformando la Comunione sulla lingua nel segno visibile attraverso il quale recuperare la percezione del sacro che si ritiene indebolita.

Comprendo questa preoccupazione e credo che debba essere ascoltata. La risposta, però, acquista maggiore forza quando conduce a recuperare la fede eucaristica dell’intera comunità, perché il problema della riverenza verso il Santissimo Sacramento riguarda tutti i fedeli e attraversa entrambe le modalità consentite.

Anche Redemptionis sacramentum offre un criterio significativo quando ricorda che, qualora esista un reale pericolo di profanazione, la Comunione sulla mano non deve essere distribuita. La disciplina ecclesiale riconosce quindi la libertà del fedele dentro una responsabilità più grande, che riguarda la tutela del Sacramento. Questo permette di comprendere che il diritto a scegliere una modalità non vive isolato dal contesto concreto nel quale l’Eucaristia viene celebrata e custodita.

Il ministro della Comunione, da parte sua, è chiamato a servire questa disciplina senza sostituirvi le proprie preferenze. Un sacerdote può avere una sensibilità personale e ritenere che una determinata modalità esprima meglio la propria comprensione della riverenza eucaristica; ciò che gli viene affidato nell’azione liturgica appartiene però alla Chiesa, e la sua responsabilità consiste nel rispettare le possibilità che essa riconosce ai fedeli.

Anche il fedele può scegliere una forma che sente maggiormente corrispondente alla propria spiritualità, senza trasformare quella scelta in un criterio attraverso il quale valutare la vita eucaristica degli altri. Questo passaggio mi sembra particolarmente importante, perché l’Eucaristia è il sacramento della comunione e sarebbe singolare se proprio il modo di riceverla diventasse uno degli strumenti attraverso i quali dividiamo il Corpo ecclesiale in categorie contrapposte.

San Paolo, parlando dell’Eucaristia alla comunità di Corinto, richiama con grande severità il rapporto tra il sacramento celebrato e la comunione vissuta. Il pane è uno e coloro che ne partecipano vengono raccolti nell’unico Corpo di Cristo; ciò che accade attorno alla mensa eucaristica dovrebbe quindi rendere visibile, anche nelle differenze legittime, l’appartenenza alla stessa Chiesa.

Questo non impedisce di discutere seriamente delle forme liturgiche. Possiamo approfondire la storia della Comunione, domandarci quali gesti esprimano meglio la fede eucaristica nel contesto culturale contemporaneo e valutare con onestà gli effetti pastorali delle scelte compiute nel corso degli ultimi decenni. Una simile riflessione può essere persino necessaria, purché rimanga ecclesiale e non trasformi la propria preferenza in una misura assoluta della fede altrui.

Forse allora il problema può essere posto in termini diversi. La questione principale riguarda il modo con cui le forme ammesse dalla Chiesa riescono oggi a custodire e alimentare la consapevolezza del mistero eucaristico. Se una persona sceglie di ricevere sulla lingua perché quella modalità l’aiuta a esprimere la propria adorazione, la sua scelta merita rispetto. Se un’altra riceve sulla mano con raccoglimento, attenzione e piena adesione alla disciplina ecclesiale, anche quella scelta appartiene alla libertà riconosciuta dalla Chiesa.

Entrambe rimangono chiamate alla stessa fede. Quando il sacerdote presenta l’ostia consacrata e pronuncia «Il Corpo di Cristo», tutta la discussione sulle modalità dovrebbe trovare lì il proprio criterio più profondo. Il fedele che risponde «Amen» dichiara di credere che ciò che gli viene consegnato è realmente il Corpo del Signore e, attraverso quella comunione, consegna nuovamente se stesso a Cristo e alla Chiesa.

Forse è proprio quell’«Amen» ciò che abbiamo maggiormente bisogno di recuperare. Pronunciarlo con consapevolezza significa riconoscere il dono ricevuto, la fede della Chiesa che ce lo consegna e la comunione alla quale quel Corpo ci incorpora. Quando questa coscienza torna ad essere viva, anche il gesto acquista una densità diversa e smette di essere il segno di una fazione ecclesiale.

La lingua e la mano possono allora rimanere due modalità previste dalla disciplina della Chiesa, vissute secondo le norme che essa stabilisce e illuminate dalla stessa fede. Il centro torna finalmente al suo posto: non la nostra preferenza liturgica, bensì Cristo che si consegna al suo popolo nell’Eucaristia e che chiede di essere ricevuto con una fede capace di trasformare anche il modo con cui guardiamo i fratelli che si accostano alla stessa mensa.

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