don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

IL SENTIMENTALISMO PROGRESSISTA E QUELLO TRADIZIONALISTA

Quando il sentimento religioso prende il posto del discernimento della fede

Cari amici, nella vita cristiana i sentimenti hanno un posto reale e prezioso. La fede coinvolge l’uomo intero e quindi raggiunge anche la sensibilità, la memoria, gli affetti, il desiderio. Una liturgia può commuoverci, una pagina del Vangelo può aprire improvvisamente una ferita che pensavamo chiusa, un canto può riportarci alla preghiera di molti anni prima. Sarebbe molto povera una vita cristiana vissuta come se tutto questo fosse sospetto. Dio ci incontra nella nostra umanità concreta e la grazia non ci chiede di diventare creature senza emozioni.

Il problema nasce quando il sentimento smette di accompagnare la fede e comincia lentamente a misurarla.

È una tentazione molto più diffusa di quanto sembri, e attraversa sensibilità ecclesiali che amano presentarsi come opposte. Da una parte esiste un sentimentalismo progressista, che tende a riconoscere come evangelico soprattutto ciò che appare accogliente, inclusivo e immediatamente rassicurante; dall’altra esiste un sentimentalismo tradizionalista, che tende a riconoscere come autenticamente cattolico soprattutto ciò che suscita una percezione di solennità, continuità, sicurezza e sacralità. Le parole cambiano, le estetiche sono diversissime, eppure il meccanismo interiore può diventare sorprendentemente simile: ciò che mi fa sentire dalla parte del Vangelo finisce per essere assunto come criterio di ciò che il Vangelo realmente dice.

Il sentimentalismo progressista nasce spesso da una preoccupazione umanamente comprensibile e cristianamente seria. Nessuno dovrebbe sentirsi respinto dalla Chiesa prima ancora di avere potuto incontrare Cristo. La misericordia appartiene al cuore del Vangelo e Gesù attraversa continuamente i confini dentro i quali il giudizio religioso aveva collocato le persone. La difficoltà comincia quando la misericordia viene identificata con l’assenza di ogni parola capace di inquietare, correggere o chiedere una conversione.

A quel punto ciò che consola viene facilmente percepito come evangelico e ciò che domanda un cambiamento rischia di apparire rigido.

Il Vangelo, però, non costruisce la propria forza sull’approvazione emotiva di chi ascolta. Gesù sa accogliere con una delicatezza che disarma e pronuncia anche parole che costringono l’uomo a decidere. La stessa misericordia che rialza apre una strada nuova. Quando questa seconda dimensione scompare, l’accoglienza rischia di diventare una forma religiosa di conferma nella quale Dio accompagna la persona senza poter più giudicare ciò che nella sua vita chiede guarigione.

Esiste poi un sentimentalismo di segno apparentemente opposto.

Molti cristiani, feriti da celebrazioni povere, da linguaggi ecclesiali confusi o dalla sensazione che una parte del patrimonio cattolico sia stata trattata con leggerezza, hanno riscoperto forme antiche di preghiera, il latino, il canto gregoriano, la devozione e una liturgia celebrata con maggiore solennità. In questa riscoperta può esserci un bene reale. La Chiesa vive anche di memoria e una generazione non ha il diritto di comportarsi come se la fede fosse cominciata insieme a lei.

Anche qui, però, la sensibilità religiosa può diventare un criterio assoluto.

Una celebrazione può apparire più sacra perché utilizza una lingua antica, un certo orientamento dell’altare, determinati paramenti o una forma rituale capace di parlare profondamente alla nostra sensibilità. Tutto questo possiede una sua consistenza e merita di essere compreso seriamente. Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, garantisce però la qualità della fede di chi celebra o di chi partecipa.

Il senso del sacro è prezioso. Può diventare ingannevole quando viene identificato con il sacro stesso.

La liturgia cattolica possiede una oggettività che precede le nostre preferenze. È azione di Cristo e della Chiesa, non la proiezione religiosa della sensibilità di chi vi partecipa. Per questo anche una celebrazione capace di emozionarmi profondamente deve rimanere sotto il giudizio della fede e della disciplina ecclesiale. La commozione può accompagnare l’incontro con il mistero; non ne costituisce la prova.

Qui i due sentimentalismi finiscono per avvicinarsi più di quanto siano disposti ad ammettere.

Il progressista può dire: questa scelta deve essere giusta perché fa sentire accolte le persone. Il tradizionalista può pensare: questa forma deve essere quella più vera perché mi fa percepire immediatamente il sacro. Entrambi partono da esperienze che possono contenere elementi autentici e finiscono per attribuire alla propria reazione affettiva un’autorità che essa non possiede.

La tradizione spirituale della Chiesa conosce bene questa fragilità.

I maestri della vita interiore hanno sempre saputo che una consolazione può accompagnare la grazia e che la sua assenza non significa automaticamente lontananza da Dio. Esistono momenti nei quali pregare produce pace e altri nei quali la fedeltà consiste nel rimanere davanti al Signore senza sentire quasi nulla. Se identificassimo la presenza di Dio con la consolazione provata, trasformeremmo progressivamente la vita spirituale nella ricerca di uno stato interiore.

La stessa cosa può accadere alla vita ecclesiale.

Una comunità può sentirsi viva perché possiede una liturgia intensa e nello stesso tempo essere attraversata da durezza, giudizio e incapacità di comunione. Un’altra può percepirsi evangelicamente aperta perché utilizza un linguaggio inclusivo e contemporaneamente perdere la capacità di annunciare la chiamata alla conversione. In entrambi i casi una percezione positiva di sé impedisce di vedere ciò che il Vangelo sta ancora chiedendo.

La fede cattolica offre una libertà più grande.

Non ci obbliga a diffidare dei sentimenti e non ci permette neppure di consegnare loro il governo della coscienza. Li accoglie dentro un cammino nel quale l’intelligenza viene illuminata dalla verità ricevuta, la volontà viene educata al bene e gli affetti imparano progressivamente ad amare ciò che è veramente degno di essere amato.

Il Catechismo, parlando delle passioni, ricorda che in se stesse esse non sono né buone né cattive; ricevono una qualificazione morale nella misura in cui dipendono dalla ragione e dalla volontà. È una visione molto concreta dell’uomo. La vita cristiana non elimina la sensibilità: la integra e la educa.

Questa educazione diventa particolarmente necessaria in un tempo nel quale la comunicazione vive della reazione immediata.

Un’immagine liturgica suscita indignazione e nel giro di pochi minuti diventa la prova della rovina della Chiesa. Un gesto pastorale commuove e viene immediatamente assunto come dimostrazione che finalmente il Vangelo è tornato comprensibile. La velocità con cui reagiamo rende difficile quello spazio interiore nel quale una prima impressione può essere verificata.

La fede ha bisogno di questo spazio.

Qualche volta ciò che inizialmente ci disturba può obbligarci a comprendere meglio. Qualche volta ciò che ci entusiasma può rivelarsi, dopo un esame più attento, molto più ambiguo di quanto avessimo percepito. Il discernimento comincia precisamente quando accettiamo che la realtà possa correggere la nostra prima reazione.

Anche il rapporto con la Tradizione ha bisogno di questa libertà.

La Tradizione non coincide con tutto ciò che appartiene al passato e non coincide neppure con tutto ciò che una determinata generazione considera oggi pastoralmente efficace. È la vita della Chiesa che riceve e trasmette la fede apostolica attraverso il tempo. Per questo può custodire forme antiche senza trasformarle in assoluti e può accogliere sviluppi nuovi senza considerarli veri semplicemente perché nuovi.

Il cattolico non dovrebbe avere bisogno di sentirsi progressista o tradizionalista per sapere dove stare.

Può riconoscere la bellezza di una liturgia antica e rimanere pienamente dentro la disciplina della Chiesa. Può desiderare una pastorale capace di raggiungere chi è lontano e continuare a credere che l’incontro con Cristo conduca a una vita trasformata. Può soffrire per alcuni sviluppi ecclesiali senza costruire una Chiesa ideale separata da quella reale. Può criticare una rigidità senza identificare la dottrina con la rigidità stessa.

Questa libertà nasce quando Cristo torna a essere il criterio.

Davanti a Lui anche i sentimenti più sinceri hanno bisogno di essere purificati. Alcune cose che ci consolano possono essere semplicemente abitudini alle quali siamo affezionati. Alcune cose che ci inquietano possono essere vere e necessarie. Altre inquietudini possono nascere dalle nostre paure. Nessuna di queste reazioni deve essere disprezzata e nessuna merita di essere assolutizzata.

Forse proprio qui si trova una delle forme più sottili di maturità cristiana: imparare ad amare la verità anche quando non coincide immediatamente con ciò che ci rassicura.

Il progressista non serve il Vangelo rendendolo emotivamente innocuo. Il tradizionalista non serve la Tradizione trasformando la propria nostalgia in criterio ecclesiale. Entrambi possono invece lasciarsi convertire da una fede che attraversa gli affetti, li purifica e li rende capaci di aderire a Cristo con maggiore libertà.

La fede cristiana conosce la gioia, il timore, la consolazione e la commozione. Conosce anche l’aridità e la fatica di rimanere quando il sentimento non sostiene più.

Proprio lì scopriamo che credere significa qualcosa di più profondo del sentirsi religiosamente a casa.

Significa affidarsi a Cristo e permettere che sia Lui, progressivamente, a educare anche il nostro cuore.

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