don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

IL CANONE ROMANO E LE PAROLE DELLA CONSACRAZIONE: CONTINUITÀ E ACCENTI DIVERSI

Che cosa è realmente cambiato e perché il cambiamento non significa una nuova Eucaristia

Cari amici, quando si confronta il Messale precedente alla riforma liturgica con quello promulgato da Paolo VI, uno dei punti che attirano più facilmente l’attenzione riguarda le parole pronunciate dal sacerdote sul pane e sul calice. Qualcuno osserva le differenze e conclude immediatamente che sia cambiata la «formula della consacrazione»; altri, per difendere la riforma, tendono a minimizzare ogni differenza come se i testi fossero praticamente identici. Nessuna delle due semplificazioni aiuta a comprendere ciò che è realmente accaduto. Le formulazioni hanno conosciuto modifiche visibili, mentre la Chiesa ha continuato a celebrare lo stesso sacramento istituito da Cristo e lo stesso Sacrificio eucaristico ricevuto dalla Tradizione.

Il luogo migliore dal quale partire è proprio il Canone Romano, perché esso non è scomparso con la riforma. Nel Messale attuale continua a esistere come Preghiera eucaristica I. La sua struttura fondamentale, i grandi passaggi che la compongono, la memoria dei santi, l’offerta del sacrificio e le intercessioni appartengono ancora alla preghiera della Chiesa romana. Ciò che è stato modificato, tra gli altri elementi, è il modo con cui all’interno del racconto dell’istituzione vengono formulate le parole del Signore.

Paolo VI lo spiegò esplicitamente nella costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969. Nel nuovo Messale si volle che le parole del Signore fossero uguali in tutte le Preghiere eucaristiche. Sul pane fu stabilita la formula: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo, offerto in sacrificio per voi»; sul calice: «Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per molti in remissione dei peccati», secondo il testo latino pro vobis et pro multis. Paolo VI spiegò nello stesso documento anche lo spostamento dell’espressione Mysterium fidei, che nel Canone precedente era inserita all’interno delle parole sul calice e che nel Messale riformato viene pronunciata subito dopo, aprendo l’acclamazione dell’assemblea.

Vale la pena guardare questo passaggio con attenzione, perché permette di evitare una prima confusione. L’espressione «mistero della fede» non appartiene alle parole pronunciate da Gesù nei racconti evangelici dell’ultima cena. Era entrata nella tradizione liturgica romana ed era diventata parte venerabile del Canone. Spostarla fuori dal racconto dell’istituzione non ha significato negare il carattere misterico dell’Eucaristia; Paolo VI volle che proprio quelle parole diventassero l’invito rivolto al popolo perché, davanti al Corpo e al Sangue del Signore appena consacrati, proclamasse il mistero pasquale della morte, risurrezione e attesa della venuta di Cristo.

Anche la formula pronunciata sul pane permette di vedere il criterio della riforma. Nel Messale precedente il nucleo centrale era semplicemente Hoc est enim Corpus meum, «Questo infatti è il mio Corpo». Il nuovo testo ha aggiunto quod pro vobis tradetur, «che sarà offerto per voi», riprendendo esplicitamente la tradizione neotestamentaria dell’istituzione eucaristica. Il cambiamento rende maggiormente visibile dentro le parole sacramentali il carattere sacrificale del Corpo consegnato. Sarebbe quindi difficile utilizzare proprio questa modifica per sostenere che la riforma abbia cancellato la dimensione sacrificale della Messa.

La questione del calice è diventata ancora più discussa a causa del celebre pro multis. Il latino del Messale riformato conserva «per voi e per molti», esattamente come conserva il riferimento alla remissione dei peccati. In diverse lingue, durante la prima fase delle traduzioni postconciliari, pro multis fu reso con «per tutti». Benedetto XVI spiegò nel 2012 che quella traduzione nasceva da un’interpretazione esegetica secondo la quale i «molti» di Isaia e dei racconti evangelici indicavano la totalità raggiunta dall’offerta salvifica di Cristo. Precisò tuttavia che «per tutti» costituisce un’interpretazione, mentre «per molti» traduce più direttamente il testo latino e biblico. La questione della traduzione, dunque, non riguarda l’universalità della Redenzione, che la Chiesa continua a professare: Cristo è morto per tutti, mentre le parole evangeliche conservano il loro valore proprio.

Questo episodio è istruttivo anche per un’altra ragione. Traduzione, formulazione liturgica e validità sacramentale non sono la stessa questione. Possiamo discutere se una traduzione esprima meglio o peggio il testo latino; possiamo preferire una maggiore aderenza alle parole bibliche e possiamo chiedere che il linguaggio liturgico custodisca con precisione ciò che la Chiesa ha ricevuto. Da tutto questo non segue che una traduzione approvata dalla competente autorità ecclesiale abbia prodotto per decenni Messe invalide o un’Eucaristia diversa.

Per comprendere il punto teologico occorre ricordare una distinzione antica. La Chiesa non è proprietaria dei sacramenti e non può cambiarne a piacimento la sostanza, perché li ha ricevuti da Cristo. Nello stesso tempo, fin dai primi secoli ha esercitato una reale autorità sulla loro forma rituale, sulle preghiere che li accompagnano e sulla determinazione ecclesiale degli elementi attraverso i quali la sostanza ricevuta viene custodita e celebrata. Il Concilio di Trento formulò questo principio parlando della potestà della Chiesa di stabilire o modificare, salva la sostanza dei sacramenti, quanto giudicasse più opportuno secondo le condizioni dei tempi e dei luoghi. La recente nota dottrinale Gestis verbisque ha ripreso esattamente questo criterio: materia e forma non dipendono dall’arbitrio del singolo, mentre spetta alla Chiesa indicarle autorevolmente nella fedeltà alla Tradizione e salvaguardando ciò che Cristo ha istituito.

Questo principio impedisce due arbitrii opposti. Impedisce al sacerdote di pensare che, poiché la liturgia ha conosciuto sviluppi, egli possa modificare personalmente le parole sacramentali secondo la propria sensibilità; nello stesso tempo impedisce al singolo fedele di stabilire privatamente che una forma liturgica promulgata dalla Chiesa sia sacramentalmente invalida soltanto perché differisce da quella alla quale egli è maggiormente legato.

La storia della liturgia rende ancora più evidente questa necessità di distinguere. Le liturgie orientali cattoliche hanno sempre posseduto anafore differenti dalla forma romana, pur celebrando la stessa Eucaristia. Persino all’interno della tradizione occidentale i testi hanno conosciuto una storia e uno sviluppo. L’identità del sacramento non richiede che ogni Chiesa pronunci in ogni secolo esattamente la medesima sequenza di parole, come se la validità dipendesse da una formula concepita quasi magicamente. Richiede che sia custodito ciò che Cristo ha affidato alla sua Chiesa: il pane e il vino, il ministero sacerdotale, le parole e il significato sacramentale dell’offerta del suo Corpo e del suo Sangue, celebrati nell’intenzione di fare ciò che la Chiesa fa.

Questo non significa che le parole siano secondarie. Sarebbe il movimento opposto e altrettanto sbagliato. Nella liturgia le parole contano enormemente proprio perché il sacerdote non sta raccontando una propria esperienza spirituale. Egli pronuncia parole ricevute. Quando giunge al racconto dell’istituzione non possiede alcuna libertà creativa sul testo, e il fatto che la competente autorità della Chiesa abbia potuto riformare il Messale non concede al celebrante il diritto di riformarlo nuovamente ogni domenica. La differenza tra riforma ecclesiale e improvvisazione individuale è decisiva: la prima nasce dall’autorità che custodisce la liturgia della Chiesa, la seconda nasce dalla pretesa del singolo di diventarne autore.

Proprio il Canone Romano può educarci a questa disposizione. Celebrato nella forma precedente o come Preghiera eucaristica I del Messale attuale, conserva una densità teologica che impedisce di ridurre l’Eucaristia a un semplice pasto comunitario. Parla di offerta, sacrificio, vittima pura, santa e immacolata; ricorda Abele, Abramo e Melchisedek; domanda che l’offerta venga portata sull’altare celeste e che quanti partecipano al Corpo e al Sangue di Cristo siano colmati di grazia e benedizione. La continuità non consiste quindi soltanto nel confronto di alcune righe intorno alla consacrazione. È iscritta nell’intera architettura della preghiera.

A volte il dibattito liturgico concentra tutta l’attenzione sulle differenze perché desidera stabilire chi abbia ragione nel conflitto tra «vecchio» e «nuovo». La liturgia merita un approccio più serio. Possiamo riconoscere che le modifiche esistono, studiarne le ragioni, valutarne gli accenti teologici e persino discutere pastoralmente se alcune scelte siano state più felici di altre. Tutto questo appartiene a una ricerca cattolica legittima, purché rimanga dentro la realtà sacramentale della Chiesa e non trasformi la propria preferenza rituale nel tribunale dal quale decidere dove Cristo avrebbe cessato di rendersi presente.

Il caso del Mysterium fidei è quasi simbolico. Nel Messale antico l’espressione si trovava dentro le parole sul calice. Nel Messale attuale viene pronunciata immediatamente dopo e provoca la risposta della Chiesa: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Il luogo è cambiato e con esso l’accento rituale; il mistero proclamato è lo stesso Cristo morto e risorto che si rende sacramentalmente presente sull’altare.

Forse è precisamente questa la distinzione di cui abbiamo bisogno quando parliamo della riforma liturgica. Continuità non significa che nulla possa cambiare; sviluppo non significa che tutto sia disponibile al cambiamento. La Chiesa riceve un mistero che non ha creato e lo celebra attraverso forme che hanno attraversato la storia. La sua autorità liturgica vive dentro questa duplice responsabilità: custodire ciò che viene da Cristo e ordinare la celebrazione affinché quel dono possa continuare a essere riconosciuto, venerato e trasmesso.

Quando il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione, dunque, la questione decisiva non è se esse coincidano lettera per lettera con il Messale di un’altra epoca. La domanda è se stia celebrando, nella forma ricevuta dalla Chiesa, ciò che Cristo ha comandato di fare in sua memoria.

Ed è proprio per questo che, davanti al pane divenuto Corpo e al vino divenuto Sangue, il dibattito dovrebbe finalmente cedere il posto all’adorazione.

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