don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

LA LIBERTÀ DEL MINISTERO PETRINO OLTRE LE CORDATE

Il Papa, il conclave e una responsabilità che nasce davanti a Cristo

Ogni elezione pontificia porta inevitabilmente con sé una quantità impressionante di interpretazioni. Appena il nuovo Papa compare alla Loggia delle Benedizioni, comincia quasi immediatamente il tentativo di ricostruire chi lo abbia sostenuto, quali gruppi abbiano favorito la sua elezione, quali attese siano state riposte in lui e quali orientamenti dovrebbe confermare per dimostrare di essere fedele a coloro che avrebbero contribuito alla sua scelta. È comprensibile che gli storici e gli osservatori cerchino di comprendere le dinamiche umane di un conclave; diventa molto più problematico quando quelle dinamiche vengono utilizzate come chiave sufficiente per interpretare il ministero che comincia.

La Chiesa possiede infatti una comprensione del ministero petrino che non può essere ridotta alle categorie attraverso le quali descriviamo normalmente un’elezione politica.

I cardinali entrano in conclave con una storia, una sensibilità ecclesiale e una conoscenza personale dei problemi della Chiesa. Si confrontano e possono legittimamente discutere su quale persona ritengano più adatta al servizio richiesto. Universi Dominici Gregis riconosce esplicitamente questa possibilità quando precisa che, durante la Sede vacante, non sono vietati gli scambi di idee sull’elezione. Nello stesso tempo, la Costituzione apostolica stabilisce un confine molto netto: sono proibiti accordi, promesse o impegni capaci di vincolare il voto e sono dichiarate nulle anche eventuali capitolazioni attraverso le quali i cardinali si obbligassero preventivamente a determinate scelte nel caso in cui uno di loro fosse eletto. (Universi Dominici Gregis)

Questa disciplina dice qualcosa di importante sulla natura stessa dell’elezione.

Il conclave non crea un rappresentante di una maggioranza ecclesiastica incaricato di realizzarne il programma. Cerca un uomo al quale, attraverso l’elezione legittimamente accettata, viene affidato l’ufficio di Vescovo di Roma e Successore di Pietro. Il can. 332 afferma che il Romano Pontefice ottiene la potestà piena e suprema sulla Chiesa con l’elezione legittima da lui accettata, insieme con la consacrazione episcopale quando fosse necessaria; da quel momento la sorgente giuridica del suo ministero non è un contratto stipulato con gli elettori. (Codice di Diritto Canonico, cann. 331-335)

È qui che molti racconti sul Papa cominciano a diventare teologicamente insufficienti.

Possiamo certamente ricostruire affinità personali, orientamenti ecclesiali e circostanze che hanno accompagnato un’elezione. La storia della Chiesa non avviene fuori dalla storia degli uomini e sarebbe ingenuo immaginare cardinali privi di valutazioni, desideri o preoccupazioni. La fede cattolica chiede però di non fermarsi a questo livello, perché una volta accettata l’elezione il nuovo Pontefice riceve un ufficio che possiede una logica propria e che lo colloca davanti all’intera Chiesa.

Lumen gentium lo esprime con grande chiarezza quando afferma che il Romano Pontefice, in quanto Vicario di Cristo e Pastore di tutta la Chiesa, possiede una potestà piena, suprema e universale che può sempre esercitare liberamente. Il Codice di Diritto Canonico riprende quasi letteralmente questa formulazione e aggiunge che tale potestà è ordinaria, immediata e universale. (Lumen gentium, n. 22)

La parola liberamente merita però di essere compresa bene, perché potrebbe essere facilmente trasformata nell’immagine di un Papa al quale tutto sarebbe consentito semplicemente perché occupa la Sede di Pietro.

La tradizione cattolica non pensa il Primato in questo modo. La Congregazione per la Dottrina della Fede, nelle considerazioni dedicate nel 1998 al Primato del Successore di Pietro, ricordava che proprio il carattere supremo della potestà pontificia comporta l’assenza di un’istanza ecclesiastica superiore alla quale il Papa debba rispondere giuridicamente; nello stesso documento si precisava immediatamente che questo non significa attribuirgli un potere assoluto. Il Successore di Pietro esercita il proprio ufficio dentro la costituzione della Chiesa voluta da Cristo, al servizio della fede ricevuta e della comunione ecclesiale. (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni sul Primato del Successore di Pietro)

La sua libertà, quindi, non consiste nella possibilità di inventare la Chiesa secondo una preferenza personale. È la libertà necessaria per servire la Chiesa senza essere proprietà di una fazione.

Questa distinzione aiuta anche a comprendere perché il canone secondo cui «la prima Sede non è giudicata da nessuno» non possa essere interpretato come una dichiarazione di irresponsabilità morale. Il can. 1404 riguarda l’ordinamento giuridico della Chiesa e afferma che non esiste un tribunale ecclesiastico superiore al Romano Pontefice. Non dice che il Papa sia sottratto alla verità che deve custodire, alla Parola di Dio che deve servire o al giudizio ultimo di Cristo davanti al quale, come ogni altro cristiano e con una responsabilità immensamente più grande, dovrà rendere conto del ministero ricevuto. (Codice di Diritto Canonico, can. 1404)

Da questa prospettiva appare quanto sia riduttivo descrivere ogni decisione pontificia attraverso la logica delle ricompense.

Quando un Papa conferma una persona in un incarico, ne nomina un’altra, modifica una struttura o imprime un determinato accento al proprio ministero, possiamo legittimamente discutere la scelta e cercare di comprenderne le ragioni. Attribuirla automaticamente alla necessità di ricompensare chi lo avrebbe sostenuto significa però introdurre nella vita ecclesiale un criterio che la stessa disciplina del conclave intende precisamente escludere.

Un Papa potrebbe condividere alcune intuizioni del predecessore e modificarne altre applicazioni; potrebbe proseguire determinate linee pastorali e giudicare che altre richiedano una diversa attuazione. Nulla di questo, preso isolatamente, dimostra gratitudine verso una corrente o rottura con un’altra. Il ministero petrino possiede una continuità più profonda della semplice ripetizione delle decisioni precedenti, perché ogni Pontefice riceve la stessa responsabilità di confermare i fratelli nella fede e custodire l’unità della Chiesa dentro condizioni storiche che cambiano.

Questo vale anche per Leone XIV.

A pochi mesi dall’elezione abbiamo già assistito alla comprensibile corsa a collocarlo dentro categorie note. Qualcuno cerca continuità con Francesco in ogni parola, altri aspettano segnali di correzione e altri ancora tentano di misurare ogni gesto sulla base delle aspettative maturate durante il conclave. In questo modo il Papa rischia di diventare lo schermo sul quale ciascun gruppo proietta ciò che desiderava vedere.

Una lettura ecclesiale richiede maggiore pazienza.

Il Pontefice deve essere giudicato anzitutto a partire da ciò che realmente insegna e compie, tenendo conto della diversa autorità dei suoi atti e del contesto nel quale vengono posti. Un saluto pastorale, una nomina, un’omelia e un atto magisteriale non possiedono lo stesso peso e non possono essere utilizzati indiscriminatamente per costruire la presunta ideologia di un pontificato. La stessa prudenza che chiediamo quando leggiamo un documento dovrebbe accompagnarci quando interpretiamo una decisione di governo.

C’è anche una ragione spirituale per custodire questa libertà dello sguardo.

Se pensiamo il Papa principalmente come il rappresentante di una corrente, finiamo inevitabilmente per costruire il nostro rapporto con lui sulla base dell’appartenenza. Lo applaudiremo quando sembra favorire il nostro campo e cominceremo a sospettarlo quando prende una strada diversa. In tal modo la comunione ecclesiale viene lentamente sostituita dalla logica della tifoseria, e il Successore di Pietro viene trattato come il leader di una parte che deve dimostrare ogni giorno di meritare il sostegno ricevuto.

La disciplina del conclave e la dottrina cattolica sul Primato ci conducono in un’altra direzione.

I cardinali sono chiamati a discernere chi possa servire meglio la Chiesa universale; una volta che l’eletto accetta, egli assume una responsabilità che supera ogni eventuale aspettativa particolare. Universi Dominici Gregis chiede agli elettori di scegliere avendo davanti la gloria di Dio e il bene della Chiesa. Quella stessa prospettiva diventa, dopo l’elezione, il criterio attraverso il quale il nuovo Papa dovrà esercitare il proprio ministero. (Universi Dominici Gregis)

Questo non rende irrilevante la storia concreta degli uomini e non trasforma ogni decisione pontificia in qualcosa di automaticamente perfetto. I Papi possiedono temperamenti differenti, possono valutare diversamente situazioni prudenziali e portano nel ministero la propria formazione e la propria esperienza. La fede cattolica non richiede di cancellare questa umanità, perché Cristo ha affidato il ministero di Pietro precisamente a uomini reali.

Chiede piuttosto di ricordare quale responsabilità abbia ricevuto quell’uomo.

Il Papa non appartiene ai cardinali che lo hanno eletto, non appartiene al gruppo ecclesiale che sperava nella sua elezione e non appartiene neppure a coloro che, dopo l’elezione, cercano di appropriarsi delle sue parole per dimostrare di avere finalmente vinto una battaglia interna alla Chiesa. Appartiene al servizio affidatogli da Cristo, e proprio questa appartenenza gli domanda di essere padre dell’intera comunità ecclesiale, anche quando esercitare tale servizio significa deludere le attese di chi avrebbe preferito vederlo schierato.

Forse è questa la libertà più profonda del ministero petrino.

Una libertà che non scioglie il Papa dai legami della fede ricevuta e, proprio perché lo lega più radicalmente a Cristo e alla Chiesa universale, lo sottrae alla pretesa delle parti di trasformarlo nel proprio rappresentante.

Quando osserviamo Leone XIV nei primi mesi del suo pontificato, sarà bene ricordarlo. Possiamo discutere, studiare e cercare di comprendere le sue scelte; ciò che dovremmo evitare è pretendere di conoscere in anticipo ciò che egli “deve” fare sulla base delle aspettative attribuite a chi lo avrebbe eletto.

Il conclave si conclude quando l’eletto accetta.

Da quel momento comincia un’altra storia: quella di un uomo che ha ricevuto il compito di servire l’unità della Chiesa e che, alla fine, dovrà rispondere di quel servizio non davanti a una cordata, bensì davanti a Cristo.

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