Duecentodieci anni dopo San Felice, la Congregazione torna a domandarsi come servire la speranza del mondo
Cari amici, ieri, 1° settembre, si è aperta a Roma la XXII Assemblea Generale dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Quarantuno tra membri e invitati sono riuniti per tre settimane di preghiera, confronto e discernimento, con una parte dei lavori che si svolgerà anche ad Assisi. Il tema scelto, «Blood of Christ: Hope for the World», «Sangue di Cristo, speranza per il mondo», accompagna un’Assemblea chiamata a discernere le priorità della Congregazione per gli anni che verranno e a eleggere la nuova direzione generale.
Confesso che, leggendo queste parole mentre vivo quotidianamente nell’Abbazia di San Felice a Giano, il pensiero torna quasi inevitabilmente indietro di duecentodieci anni. Oggi l’Assemblea raccoglie missionari provenienti da realtà diverse del mondo e si interroga su come custodire e tradurre il carisma dentro una Chiesa e una società profondamente cambiate; il 15 agosto 1815, nello stesso luogo nel quale oggi abito, tutto cominciava con un gruppo piccolissimo e con prospettive che nessuno avrebbe potuto prevedere.
La storia ufficiale della Congregazione riconduce la fondazione a san Gaspare del Bufalo, che il 15 agosto 1815 aprì a San Felice di Giano la prima casa dell’Istituto. Le radici immediate, tuttavia, erano già state preparate negli anni precedenti. Nel 1813 don Gaetano Bonanni aveva costituito a Roma gli Operai Evangelici con lo scopo di promuovere la predicazione delle missioni e, nel dicembre di quello stesso anno, quel gruppo aveva invitato Gaspare, ancora segnato dall’esilio seguito al rifiuto del giuramento imposto dal regime napoleonico, a unirsi alla loro opera. Nel novembre 1814 Pio VII concesse il monastero e la chiesa di San Felice di Giano per l’Istituto delle Missioni; pochi mesi dopo, nella solennità dell’Assunzione, la prima comunità vi iniziò ufficialmente la propria vita. La cronologia pubblicata dalla stessa Congregazione conserva ancora questi passaggi, ricordando il Te Deum cantato dai primi quattro membri presenti a San Felice.
Questa origine merita di essere ricordata perché impedisce di trasformare la fondazione in una fotografia immobile. San Gaspare non ricevette un progetto già completo, con strutture definite per i secoli successivi. Ricevette una missione e la abitò dentro le condizioni della Chiesa del proprio tempo. L’Italia usciva dalle devastazioni napoleoniche, il tessuto ecclesiale aveva bisogno di essere ricostruito, sacerdoti e popolazioni necessitavano di una nuova evangelizzazione, e Pio VII cercava uomini capaci di percorrere territori nei quali la vita cristiana si era indebolita. La finalità dell’Istituto fu fin dall’inizio il rinnovamento del clero e del popolo attraverso le missioni popolari e gli esercizi spirituali, con il Sangue di Cristo come cuore spirituale dell’annuncio.
Non è difficile comprendere quanto il mondo di oggi sia diverso da quello nel quale Gaspare attraversava le strade dello Stato Pontificio con il crocifisso missionario al petto. Proprio questa distanza rende significativa un’Assemblea Generale. Una Congregazione non custodisce il proprio fondatore tentando di ricostruire il suo Ottocento; lo custodisce domandandosi quale obbedienza al Vangelo abbia generato quelle scelte e come quella stessa passione missionaria debba prendere corpo nel tempo presente.
San Giovanni Paolo II, incontrando nel 2001 i membri della XVII Assemblea Generale, offrì una lettura molto bella di questa continuità. Ricordò che Pio VII aveva chiesto a Gaspare di andare dove altri non erano disposti ad andare e di affrontare missioni che sembravano poco promettenti; due secoli dopo, aggiungeva il Papa, i suoi figli erano chiamati alla stessa audacia, continuando a raggiungere luoghi e situazioni nei quali l’annuncio del Vangelo appariva difficile. Il contesto cambia, mentre la domanda rimane sorprendentemente simile: dove ci manda oggi il Sangue di Cristo?
È questa, a mio avviso, la domanda più importante che la XXII Assemblea porta con sé.
Il sito preparato per l’Assemblea indica alcune finalità concrete: discernere le priorità per i prossimi anni, eleggere il Moderatore Generale e il Consiglio, riprendere i valori fondamentali consegnati dalla precedente Assemblea e cercare una visione condivisa attraverso il dialogo comunitario e il discernimento spirituale. Sarebbe facile leggere tutto questo esclusivamente come un passaggio istituzionale, quasi si trattasse del congresso periodico di un’organizzazione internazionale. Per una Società di vita apostolica, il governo ha invece senso nella misura in cui serve una missione ricevuta. La domanda su chi guiderà la Congregazione rimane inseparabile dalla domanda su che cosa la Congregazione sia chiamata a servire.
Il motto scelto aiuta a comprendere il criterio: il Sangue di Cristo è speranza per il mondo.
Questa espressione appartiene profondamente alla spiritualità di san Gaspare. Il Sangue di Cristo non fu per lui una devozione aggiunta alla missione, quasi un tema particolare riservato alla pietà dei membri dell’Istituto. Era il linguaggio con il quale contemplava il prezzo della Redenzione, la misericordia che raggiunge il peccatore, la forza della riconciliazione e l’urgenza di portare il Vangelo là dove l’uomo sembrava più lontano da Dio. Per questo la missione non poteva essere timida. Se ogni persona è stata redenta a così grande prezzo, nessuna esistenza può essere considerata definitivamente perduta.
La Congregazione è cresciuta dentro questa convinzione e ha attraversato più di due secoli nei quali sono cambiate forme di apostolato, strutture territoriali e situazioni ecclesiali. Oggi la presenza dei Missionari comprende province, vicariati e missioni molto lontane dall’Umbria nella quale tutto ebbe inizio; l’opera si esprime attraverso parrocchie, scuole, ospedali, carceri, formazione e differenti forme di evangelizzazione, conservando il ministero della Parola e della riconciliazione come parte essenziale della propria identità.
Proprio questa diffusione pone una questione che nessuna Assemblea può evitare. Quando un carisma attraversa culture molto diverse, la sua unità non può dipendere semplicemente dall’uniformità delle opere. Ciò che un missionario vive in Tanzania, in India, in America Latina, in Europa o negli Stati Uniti assume necessariamente forme differenti. La comunione nasce allora da qualcosa di più profondo: dalla stessa sorgente spirituale e dalla coscienza di appartenere a una missione comune.
Forse per questo mi sembra particolarmente significativa la scelta di iniziare l’Assemblea a Roma e di proseguire parte del cammino ad Assisi. Non occorre caricare i luoghi di significati che gli organizzatori non hanno necessariamente attribuito loro; resta il fatto che una Congregazione nata dall’esperienza missionaria di un sacerdote romano, e la cui prima casa fu aperta in Umbria, torna a discernere il proprio futuro tra Roma e l’Umbria. La geografia, qualche volta, possiede una capacità di ricordare che i documenti amministrativi faticano a conservare.
Da San Felice, questa memoria si avverte con una forza particolare. Le pietre dell’Abbazia non raccontano una Congregazione potente. Raccontano un inizio povero. Il 15 agosto 1815 non esistevano le strutture internazionali che oggi conosciamo e nessuno dei primi missionari poteva immaginare la geografia futura dell’Istituto. Esisteva una convinzione abbastanza forte da giustificare una vita: il Vangelo doveva essere annunciato e il Sangue di Cristo possedeva una parola di misericordia capace di raggiungere un popolo ferito.
Dopo duecentodieci anni, un’Assemblea Generale ha senso precisamente se riesce a tornare lì, anche quando le domande concrete sono completamente nuove.
Oggi occorre discernere il futuro delle presenze, le forme della missione e il modo con cui comunità numericamente differenti possano sostenersi reciprocamente; occorre comprendere come trasmettere il carisma alle nuove generazioni e come abitare culture nelle quali la fede cristiana vive condizioni assai diverse. Queste questioni chiedono scelte organizzative reali, mentre il loro criterio non può essere soltanto la sopravvivenza delle strutture. Una Congregazione missionaria non nasce per conservare se stessa. Esiste perché qualcosa le è stato affidato per la Chiesa.
È qui che il tema dell’Assemblea acquista tutto il suo peso. Dire «Sangue di Cristo, speranza per il mondo» significa chiedersi quale speranza siamo realmente capaci di testimoniare. In un tempo segnato da guerre, solitudini, migrazioni e profonde trasformazioni culturali, il Sangue di Cristo annuncia che la riconciliazione è possibile perché Dio ha già preso l’iniziativa e ha dato se stesso. Il missionario diventa credibile quando la propria vita lascia trasparire questa logica, molto prima di qualunque programma apostolico.
Per questo guardo alla XXII Assemblea con gratitudine e con una certa trepidazione. Le Assemblee prendono decisioni e producono documenti, come è inevitabile e necessario; il loro frutto più profondo dipende dalla disponibilità a lasciarsi nuovamente interrogare dal carisma che si pretende di governare. La domanda decisiva non sarà soltanto quale assetto dare alla Congregazione nei prossimi anni, bensì quale obbedienza il Sangue di Cristo stia chiedendo oggi ai suoi Missionari.
San Gaspare dovette rispondere a questa domanda nella Chiesa ferita dell’inizio dell’Ottocento. I confratelli riuniti oggi devono rispondervi dentro il 2025.
Tra quei due momenti ci sono duecentodieci anni di storia, generazioni di missionari, opere nate e concluse, territori raggiunti e forme apostoliche cambiate. Il filo che tiene insieme tutto non può essere la nostalgia di ciò che eravamo. È la convinzione che ciò che ha mosso San Gaspare continui ad avere qualcosa da dire al mondo.
Dall’Abbazia di San Felice, dove quella storia prese forma concreta il 15 agosto 1815, la preghiera per l’Assemblea acquista allora un significato particolare.
Non sappiamo ancora quali decisioni verranno prese, né chi sarà chiamato a guidare la Congregazione nei prossimi anni. Ed è giusto che sia così, perché il discernimento deve avere il tempo di essere realmente compiuto.
Possiamo però sapere che cosa chiedere.
Che, duecentodieci anni dopo, il Sangue di Cristo non diventi semplicemente il nome venerabile di una storia ricevuta, e continui a essere la ragione per cui vale la pena partire.
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