Quattro mesi di pontificato tra attese, interpretazioni e parole che chiedono ancora di essere ascoltate
Cari amici, ci avviciniamo all’8 settembre e quindi ai primi quattro mesi dall’elezione di Papa Leone XIV. L’8 maggio, giorno della Supplica alla Madonna di Pompei, il nuovo Vescovo di Roma si affacciava per la prima volta dalla Loggia di San Pietro e affidava immediatamente il proprio ministero all’intercessione di Maria. Tra pochi giorni celebreremo la Natività della Vergine e questa coincidenza offre quasi spontaneamente una cornice mariana ai primi mesi di un pontificato che, pur essendo appena iniziato, ha già prodotto una quantità sorprendente di interpretazioni.
In realtà, quattro mesi sono un tempo brevissimo per comprendere un Papa. Sono sufficienti per riconoscere alcune accentuazioni, ancora troppo pochi per costruire un sistema. Eppure abbiamo assistito fin dall’inizio al fenomeno ormai abituale per cui ogni parola viene immediatamente collocata dentro categorie già preparate: restaurazione, continuità, rottura, svolta progressista, ritorno alla tradizione. Il Papa parla e, qualche volta, sembra che il testo pronunciato sia soltanto il pretesto perché ciascuno possa tornare a parlare della propria idea di Chiesa.
Forse sarebbe più utile compiere l’operazione opposta: fermarsi sui fatti.
Il primo fatto è precisamente il primo saluto dell’8 maggio. Leone XIV ha pronunciato subito il nome di Cristo Risorto, ha parlato di una pace «disarmata e disarmante», ha ricordato Papa Francesco, ha invitato a costruire ponti attraverso il dialogo e l’incontro e ha dichiarato il desiderio di una Chiesa missionaria e sinodale, capace di camminare e di stare vicino a chi soffre. Nello stesso discorso ha detto con altrettanta chiarezza che siamo discepoli di Cristo, che Cristo ci precede e che il mondo ha bisogno della sua luce.
Già qui appare un primo problema delle interpretazioni. Se si isola la parola «sinodale», qualcuno può immaginare una rivoluzione ecclesiologica; se si isola il riferimento a Cristo, qualcun altro può costruire l’immagine di una correzione del pontificato precedente. Il testo reale tiene insieme entrambe le cose. La sinodalità viene collocata dentro una Chiesa missionaria che appartiene a Cristo e cammina sotto la sua guida.
Due giorni dopo, nell’incontro con il Collegio cardinalizio, il Papa ha reso ancora più esplicita la prospettiva. Ha chiesto di rinnovare la piena adesione alla via che la Chiesa universale percorre da decenni sulla scia del Concilio Vaticano II, richiamando attraverso Evangelii gaudium il primato di Cristo nell’annuncio, la conversione missionaria, la collegialità e la sinodalità, il sensus fidei, la cura degli ultimi e il dialogo con il mondo contemporaneo. Anche qui sarebbe difficile leggere seriamente il testo come una semplice scelta di campo. Leone XIV si colloca consapevolmente dentro la ricezione del Vaticano II e presenta questa continuità come parte del proprio servizio petrino.
Questo dato dovrebbe almeno renderci prudenti quando qualcuno aspetta dal nuovo Papa una specie di cancellazione del cammino ecclesiale precedente. Il successore di Pietro riceve una Chiesa e una storia che non cominciano con lui. La libertà del suo ministero si esercita dentro questa continuità, con la possibilità di precisare, correggere accenti e maturare scelte pastorali, senza dover trasformare il pontificato in una successione di demolizioni.
Nello stesso tempo, sarebbe altrettanto affrettato utilizzare questi primi mesi per concludere che Leone XIV rappresenti semplicemente la continuazione di Francesco attraverso un diverso temperamento. Il nuovo Papa possiede una propria voce e questa voce va lasciata emergere senza costringerla a diventare la copia del predecessore. Persino quando riprende temi fortemente presenti nel pontificato precedente, li colloca spesso dentro una propria architettura, nella quale il riferimento cristologico e la forma ecclesiale del discernimento appaiono con grande chiarezza.
Un esempio interessante viene dal discorso alla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice del 17 maggio. Una frase ha suscitato diverse reazioni: la Dottrina sociale della Chiesa, ha detto il Papa, non vuole «alzare la bandiera del possesso della verità». Isolata, l’espressione può sembrare sorprendente. Letta nel suo contesto, dice qualcosa di molto più preciso: nell’analisi dei problemi sociali la Chiesa non pretende di sostituirsi alla ricerca competente né di offrire risposte frettolose a questioni complesse; porta invece uno sguardo antropologico capace di favorire il discernimento.
Il Papa non sta affermando che la Chiesa non conosca la verità ricevuta da Cristo. Sta ricordando che possedere la verità della fede non significa possedere automaticamente ogni soluzione tecnica, economica o politica. È una distinzione importante, soprattutto in un tempo nel quale la parola «verità» viene talvolta utilizzata per trasformare un’opinione prudenziale in una specie di conseguenza obbligatoria del Vangelo.
Qualcosa di analogo vale per l’insistenza sulla nonviolenza. Il 30 maggio, incontrando i movimenti e le associazioni dell’Arena di Pace, Leone XIV ha detto che la nonviolenza deve caratterizzare «come metodo e come stile» le decisioni, le relazioni e le azioni. Anche questa espressione, letta fuori dal contesto, può essere caricata di significati politici che il discorso non contiene. Il Papa la inserisce nella resistenza alla vendetta, nella costruzione della pace e nella Dottrina sociale della Chiesa, richiamando una responsabilità che appartiene alla vita cristiana prima ancora che a qualunque programma ideologico.
Il dialogo ecumenico e interreligioso ha occupato fin dall’inizio uno spazio visibile. Il 19 maggio Leone XIV ha incontrato le delegazioni delle altre Chiese, comunità ecclesiali e religioni, parlando esplicitamente del patrimonio spirituale comune con l’ebraismo e della necessità di proseguire il dialogo con i musulmani sulla base del rispetto e della libertà di coscienza. Pochi giorni dopo, nel messaggio per i cinquecento anni del movimento anabattista, ha ricordato le ferite della storia tra cattolici e mennoniti e ha invitato a una purificazione della memoria capace di servire l’unità cristiana.
Anche qui il discernimento richiede di evitare una confusione abbastanza frequente. Il dialogo non equivale alla dichiarazione che tutte le differenze dottrinali siano scomparse. Una Chiesa che riconosce seriamente le proprie convinzioni può proprio per questo incontrare l’altro senza aver bisogno di caricaturarlo. Il desiderio dell’unità cristiana appartiene alla fede della Chiesa e il rapporto rispettoso con le altre religioni non modifica la confessione di Cristo come Signore.
Lo stesso criterio permette di leggere il tema della data comune della Pasqua. Nel giugno scorso, parlando al Simposio ecumenico per il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, Leone XIV ha ricordato che la diversa data della Pasqua tra i cristiani produce difficoltà pastorali, divide famiglie e indebolisce la testimonianza comune. Ha quindi espresso il desiderio di progredire nella ricerca di una soluzione condivisa. La questione riguarda il calendario nel quale celebriamo la Risurrezione; non modifica certamente la fede nella Risurrezione.
Perfino alcune nomine sono state rapidamente trasformate in simboli ideologici. Il 22 maggio il Papa ha nominato suor Tiziana Merletti Segretario del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica. È una scelta significativa, che affida a una religiosa e canonista una responsabilità importante nella Curia romana. Resta una nomina di governo e va giudicata anzitutto per il servizio che quella persona sarà chiamata a svolgere. Trasformare ogni decisione amministrativa in una modifica della dottrina significa attribuire ai gesti un peso che essi non possiedono.
Proprio oggi, 1° settembre, abbiamo avuto un altro esempio di quanto velocemente possa mettersi in moto la macchina delle interpretazioni. Leone XIV ha ricevuto in udienza padre James Martin, gesuita conosciuto soprattutto per il proprio ministero con le persone LGBT. L’incontro era inserito nell’agenda ufficiale delle udienze pontificie. Dopo l’udienza, padre Martin ha riferito di aver percepito continuità con il messaggio di accoglienza ricevuto durante il pontificato di Francesco, e i mezzi di comunicazione hanno immediatamente cominciato a interrogarsi sul significato ecclesiale dell’incontro.
Anche in questo caso sarebbe bene custodire la proporzione delle cose.
Un’udienza manifesta disponibilità all’incontro e può certamente avere un significato pastorale. Da sola non costituisce un documento magisteriale, non modifica la dottrina della Chiesa e non permette di attribuire al Papa ogni interpretazione successivamente offerta dalla persona ricevuta. Questo vale per padre Martin come vale per qualsiasi altro interlocutore del Pontefice. Sarebbe singolare chiedere al Papa di ricevere soltanto persone delle quali intenda approvare preventivamente ogni parola e ogni posizione. Una simile idea dell’udienza pontificia trasformerebbe il dialogo in una cerimonia di ratifica.
Forse i primi mesi di Leone XIV ci stanno insegnando soprattutto questo: occorre restituire peso diverso a parole diverse e a gesti diversi.
Un’omelia non è una nomina. Un’udienza privata non è un’enciclica. Un saluto pastorale non è una definizione dogmatica. Un messaggio ecumenico non abolisce le differenze confessionali. Una scelta di governo può avere conseguenze importanti senza diventare per questo una nuova dottrina. Il discernimento ecclesiale comincia anche da questa elementare grammatica, che sembra elementare finché il dibattito sui social non decide di abolirla.
Possiamo allora tornare ai testi e riconoscere alcune linee che, almeno fino a questo momento, appaiono abbastanza stabili. Leone XIV ha posto Cristo al centro fin dal primo saluto; ha dichiarato la propria continuità con il Vaticano II; ha insistito sulla missione e sulla sinodalità; ha fatto della pace una delle parole ricorrenti del proprio pontificato; ha mostrato attenzione al dialogo ecumenico e interreligioso e ha continuato a richiamare la Dottrina sociale della Chiesa davanti alle trasformazioni contemporanee. Queste linee non compongono ancora il ritratto definitivo di un pontificato. Sono semplicemente i fatti che possediamo.
Ed è proprio dai fatti che dovremmo partire.
Chi desidera trovare in Leone XIV il Papa della restaurazione riuscirà probabilmente a isolare qualche gesto capace di alimentare quella speranza. Chi desidera un pontificato di ulteriore trasformazione ecclesiale potrà fare lo stesso con altre parole. Il problema nasce quando il Papa reale scompare dietro il Papa costruito dalle nostre attese.
Un cattolico può avere sensibilità, preferenze e perfino perplessità. Il discernimento non chiede di rinunciarvi. Chiede di lasciarsi correggere dalla realtà quando questa non coincide con ciò che avevamo previsto.
Dopo quasi quattro mesi, quindi, eviterei sia l’entusiasmo di chi pensa di avere già compreso tutto sia la paura di chi interpreta ogni parola come indizio di una catastrofe imminente. Abbiamo un Papa che sta cominciando il proprio servizio, e abbiamo testi sufficienti per ascoltarlo direttamente.
Forse questo è già un buon esercizio ecclesiale.
Leggere prima di commentare. Distinguere prima di classificare. Lasciare che un pontificato abbia il tempo di diventare ciò che realmente sarà.
Il resto appartiene al chiacchiericcio, che nella Chiesa ha una storia molto più lunga dei social network e, a giudicare dalla sua salute, gode di prospettive decisamente migliori di molte nostre istituzioni.
La cosa più semplice rimane anche la più cattolica: pregare per il Papa, ricevere con intelligenza il suo Magistero e continuare a guardare verso Cristo, perché Pietro serve la Chiesa precisamente quando la conduce nuovamente a Lui.
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