Una parola del 1954 per leggere con maggiore profondità la crisi ecclesiale
Il 30 agosto la Chiesa ambrosiana fa memoria del beato Alfredo Ildefonso Schuster, monaco benedettino e arcivescovo di Milano dal 1929 fino alla morte, avvenuta proprio il 30 agosto 1954. La sua figura appartiene a una stagione ecclesiale ormai lontana dalla nostra e proprio questa distanza può renderla particolarmente preziosa, perché ci permette di ascoltare una voce che precede il Concilio Vaticano II e che, senza conoscere gli sviluppi successivi, aveva già percepito alcune difficoltà che sarebbero diventate sempre più evidenti nei decenni seguenti. (Chiesa di Milano, Beato Ildefonso Schuster)
Quando oggi si cerca di comprendere la crisi attraversata dalla Chiesa occidentale nel secondo Novecento, è facile cedere alla tentazione delle spiegazioni semplici. Il Vaticano II viene talvolta indicato come l’origine quasi esclusiva delle difficoltà successive, mentre da un’altra prospettiva si tende a immaginare la Chiesa precedente al Concilio come una realtà sostanzialmente compatta, nella quale la fede avrebbe continuato a vivere senza particolari incrinature fino all’inizio degli anni Sessanta. La testimonianza di Schuster obbliga a guardare la storia con maggiore attenzione, perché mostra che alcuni processi di trasformazione erano già avvertiti da pastori che vissero e morirono ben prima dell’apertura dell’assise conciliare.
Pochi giorni prima della morte, rivolgendosi ai seminaristi, Schuster lasciò loro quello che sarebbe stato ricordato come una sorta di testamento spirituale. Non consegnò una nuova strategia pastorale e non indicò una tecnica attraverso la quale rendere più efficace la predicazione. Li invitò alla santità, osservando che la gente sembrava lasciarsi convincere sempre meno dalle parole, mentre davanti a una vita realmente trasformata da Dio continuava ancora a riconoscere qualcosa capace di farla fermare e pregare. Il passaggio più celebre di quel discorso arriva alla conclusione con un’immagine volutamente forte: il male, dice Schuster, non teme i nostri strumenti pastorali quanto «la nostra santità». (Mons. Piero Marini, Alfredo Ildefonso Schuster, monaco e arcivescovo)
Vale la pena ricordare in quale momento queste parole furono pronunciate. Siamo nel 1954, otto anni prima dell’apertura del Vaticano II. La grande stagione delle riforme conciliari non è ancora iniziata e molte trasformazioni che oggi associamo spontaneamente agli anni Sessanta devono ancora manifestarsi con tutta la loro forza. Eppure un vescovo che aveva attraversato il fascismo, la guerra, la ricostruzione e venticinque anni di governo della diocesi di Milano avverte già che la predicazione cristiana non può più contare semplicemente sull’evidenza sociale della fede e che la pastorale rischia di cercare nell’accumulo delle iniziative ciò che può nascere soltanto da una più profonda qualità della vita cristiana.
Il riferimento di Schuster ai campi sportivi e ai cinematografi potrebbe essere facilmente frainteso se lo isolassimo dal resto della sua esperienza episcopale. Non era un pastore sospettoso di ogni forma nuova di apostolato. Durante il suo episcopato promosse opere culturali e sociali, sostenne la stampa cattolica, curò la formazione, seguì intensamente le parrocchie e dedicò grandi energie alla vita pastorale della diocesi. Il suo richiamo alla santità non nasce quindi dal disprezzo per gli strumenti, bensì dalla consapevolezza dei loro limiti: nessuna struttura ecclesiale possiede in se stessa la capacità di generare la fede quando viene meno la sorgente spirituale dalla quale dovrebbe ricevere vita. (Chiesa di Milano, profilo del beato Schuster)
È proprio questo che rende la sua parola ancora interessante. Schuster non ci invita a scegliere tra interiorità e pastorale, quasi che la Chiesa debba rinunciare all’organizzazione per rifugiarsi in una spiritualità senza storia. La sua stessa vita smentirebbe una simile lettura. Ci ricorda piuttosto che l’azione ecclesiale diventa feconda quando nasce da uomini che stanno realmente imparando ad appartenere a Dio e che, senza questa radice, anche l’attività più generosa può progressivamente trasformarsi in una forma di agitazione religiosa incapace di comunicare ciò che vorrebbe annunciare.
Da questo punto di vista, il suo testamento spirituale ci aiuta anche a collocare con maggiore equilibrio il problema del Concilio. Sarebbe improprio utilizzare Schuster per dimostrare che tutto ciò che è accaduto dopo il Vaticano II fosse già inevitabilmente scritto nella Chiesa degli anni Cinquanta. La storia è più complessa e le scelte compiute durante e dopo il Concilio devono essere esaminate nella loro responsabilità concreta. La testimonianza del beato arcivescovo ci impedisce però di immaginare che la crisi sia comparsa improvvisamente nel 1962, come se fino al giorno precedente la società occidentale e la vita ecclesiale fossero rimaste immobili.
Già negli anni del dopoguerra l’Europa stava cambiando rapidamente. La crescita economica, l’urbanizzazione, i nuovi mezzi di comunicazione e il progressivo mutamento dei costumi cominciavano a modificare il rapporto tra le persone e le forme tradizionali dell’appartenenza religiosa. Una fede che per generazioni aveva potuto contare anche sul sostegno di una cultura diffusa si trovava gradualmente davanti alla necessità di essere scelta più personalmente, mentre la Chiesa iniziava a interrogarsi su come parlare a uomini per i quali il linguaggio religioso non possedeva più la stessa immediatezza.
Schuster vede qualcosa di questa trasformazione e non risponde con la nostalgia di un mondo che stava lentamente scomparendo. Riporta la questione alla santità, perché comprende che il cristianesimo diventa credibile quando ciò che annuncia può essere riconosciuto nella vita di chi lo proclama. La sua convinzione non elimina la necessità della riflessione teologica, dell’educazione o della ricerca di nuove forme pastorali; stabilisce però il criterio attraverso il quale tutte queste realtà devono essere giudicate.
Una comunità cristiana può possedere una grande capacità organizzativa e lasciare spiritualmente affamate le persone che la frequentano. Un sacerdote può spendersi senza risparmio e scoprire, con il passare degli anni, che l’attività ha progressivamente occupato lo spazio che apparteneva alla preghiera e all’intimità con Cristo. Anche un programma pastorale costruito con intelligenza può perdere la propria forza quando coloro che sono chiamati a realizzarlo non riescono più a testimoniare attraverso la vita il mistero al quale quelle iniziative dovrebbero condurre.
Qui la santità assume un significato molto concreto e smette di appartenere al linguaggio decorativo della devozione. Schuster la comprende come una progressiva conformazione a Cristo, capace di attraversare il modo in cui un sacerdote celebra, ascolta, governa e incontra le persone che gli sono affidate. Giovanni Paolo II, ricordandolo in occasione della beatificazione del 1996, sottolineò proprio la profondità della sua vita spirituale benedettina e il modo in cui l’unione con Dio diventava la sorgente dalla quale egli traeva la forza per sostenere una giornata pastorale intensissima. (Giovanni Paolo II, incontro con i pellegrini per la beatificazione di Schuster, 13 maggio 1996)
Questo rapporto tra interiorità e ministero è forse il punto più prezioso che Schuster consegna alla Chiesa di oggi. Negli ultimi decenni abbiamo imparato molto sull’organizzazione pastorale, sulla comunicazione e sulla necessità di comprendere i cambiamenti culturali. Sono conquiste che non andrebbero disprezzate, perché una Chiesa incapace di ascoltare il proprio tempo rischierebbe di parlare soltanto a se stessa. Nello stesso tempo, l’esperienza mostra quanto facilmente gli strumenti possano diventare una compensazione quando la vita spirituale perde profondità, quasi che un calendario più fitto o una comunicazione più efficace possano sostituire ciò che nasce soltanto dall’incontro personale con Cristo.
Per questo la parola di Schuster attraversa il tempo senza trasformarsi in una ricetta nostalgica. Non ci chiede di riprodurre la pastorale milanese degli anni Cinquanta, che apparteneva a condizioni storiche ormai irripetibili, e neppure di giudicare il presente attraverso la semplice contrapposizione tra ciò che esisteva prima del Concilio e ciò che è venuto dopo. Ci chiede piuttosto di riconoscere che ogni riforma ecclesiale, qualunque forma assuma, diventa sterile quando non raggiunge la vita concreta dei cristiani e non li conduce verso una più profonda appartenenza a Dio.
Anche il problema della credibilità della Chiesa acquista così una prospettiva diversa. Possiamo certamente interrogarci sui linguaggi, sulle strutture e sulle modalità con cui presentiamo il Vangelo, e spesso è necessario farlo con coraggio. Prima ancora, però, resta la questione della qualità evangelica delle nostre vite, perché chi incontra una comunità cristiana dovrebbe poter percepire che la fede di cui essa parla possiede abbastanza consistenza da plasmare realmente le persone che la professano.
Forse è questo il senso più profondo del ricordo lasciato da Schuster ai seminaristi negli ultimi giorni della sua vita. Aveva attraversato una lunga esperienza pastorale e conosceva quanto fossero necessari il lavoro, la formazione e l’impegno concreto; giunto alla fine, sentiva però il bisogno di riportare tutto alla sorgente. Se la Chiesa desidera parlare ancora all’uomo, deve continuamente domandarsi se Cristo stia realmente diventando visibile nella vita di coloro che lo annunciano.
Settantuno anni dopo la morte del beato arcivescovo, questa domanda non ha perso la propria forza. Ci impedisce di trasformare il Concilio in una spiegazione universale delle difficoltà ecclesiali e ci impedisce anche di pensare che basti una nuova strategia per superarle. La storia della Chiesa cresce attraverso riforme necessarie, discernimenti talvolta faticosi e cambiamenti che chiedono tempo; la sua fecondità più profonda continua però a dipendere dalla presenza di uomini e donne nei quali il Vangelo abbia raggiunto una forma abbastanza concreta da poter essere riconosciuta.
Forse Schuster voleva dire proprio questo quando affidava ai seminaristi il suo invito alla santità: una Chiesa può attraversare stagioni culturali molto diverse e utilizzare strumenti pastorali che cambiano con il tempo, mentre ciò che permette al Vangelo di restare credibile continua a essere la vita di persone nelle quali Cristo non è soltanto annunciato, bensì realmente accolto.
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