don Mario Proietti, C.PP.S.

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UN SOLO VOLTO: IL CRISTIANO NELLA RESPONSABILITÀ PUBBLICA

Leone XIV, la coscienza e la dignità della politica

Cari amici, questa mattina Leone XIV ha ricevuto in Vaticano una delegazione di rappresentanti politici e personalità civili provenienti dalla Val-de-Marne, nella diocesi francese di Créteil. Il discorso è breve, eppure contiene una frase capace di aprire una questione che riguarda molto più della politica francese: nella persona di chi esercita una responsabilità pubblica non esistono due identità indipendenti, come se da una parte ci fosse il politico e dall’altra il cristiano. Esiste una sola persona, chiamata a vivere anche il proprio servizio pubblico sotto lo sguardo di Dio e della coscienza. (Leone XIV, discorso ai rappresentanti politici e personalità civili della Val-de-Marne, 28 agosto 2025)

È un’affermazione che merita attenzione soprattutto nel nostro contesto occidentale, dove la distinzione tra Chiesa e Stato viene talvolta trasformata, quasi senza accorgersene, nella richiesta al credente di neutralizzare la propria fede appena entra nello spazio pubblico.

La laicità dello Stato possiede un valore prezioso proprio perché impedisce alla comunità politica di identificarsi con una confessione religiosa e garantisce la libertà di tutti. Da questo principio, però, non deriva che il cittadino debba presentarsi nella vita civile privo delle convinzioni più profonde che formano la sua coscienza. Un cristiano non cessa di esserlo quando entra in Parlamento, assume una responsabilità amministrativa o partecipa alla costruzione delle leggi, esattamente come un non credente non viene invitato a sospendere la propria visione dell’uomo prima di esercitare le stesse responsabilità.

Leone XIV affronta il problema partendo da Cristo. Ricorda che la salvezza cristiana riguarda l’intera vita umana e tocca anche la cultura, l’economia, il lavoro, la famiglia, la dignità della persona, l’educazione e la politica. Per questo il cristianesimo non può essere ridotto a una devozione confinata nell’interiorità individuale. La fede plasma inevitabilmente il modo con cui una persona guarda l’uomo, la società e il bene comune. (Leone XIV, discorso del 28 agosto 2025)

Questo non significa trasformare la politica in catechesi o pretendere di tradurre automaticamente ogni principio cristiano in una sola soluzione legislativa possibile.

Qui il Concilio Vaticano II offre una precisazione decisiva. Gaudium et spes riconosce la specifica vocazione dei cristiani nella comunità politica e, nello stesso tempo, chiede di ammettere la legittima pluralità delle opzioni temporali. Distingue inoltre ciò che i fedeli compiono come cittadini, guidati dalla coscienza cristiana e sotto la propria responsabilità, da ciò che viene compiuto ufficialmente in nome della Chiesa. La stessa fede può quindi condurre cattolici seriamente formati a valutazioni differenti quando si entra nel terreno prudenziale delle soluzioni economiche, istituzionali o amministrative. (Gaudium et spes, nn. 75-76)

Questa distinzione impedisce due deformazioni.

La prima nasce quando il politico cattolico utilizza la propria appartenenza religiosa come un’etichetta identitaria, utile per raccogliere consenso, senza permettere realmente alla dottrina sociale della Chiesa di interrogare le proprie scelte. La seconda compare quando, per evitare qualsiasi sospetto di confessionalismo, egli finisce per considerare la fede irrilevante proprio nel momento in cui deve assumere le decisioni più importanti.

Leone XIV indica una strada più esigente. Invita i responsabili pubblici a rafforzarsi nella fede e ad approfondire la dottrina sociale, perché essa possa diventare criterio reale nell’esercizio delle loro funzioni e nella preparazione delle leggi. Il Papa aggiunge un elemento particolarmente importante: molti fondamenti di questa dottrina sono riconoscibili attraverso la natura umana e la legge naturale anche da chi non condivide la fede cristiana. (Leone XIV, discorso del 28 agosto 2025)

Qui si comprende meglio che cosa significhi portare la fede dentro la politica.

Un legislatore cristiano non dovrebbe limitarsi a dire: «La Chiesa insegna questo, quindi tutti devono accettarlo». Il suo compito è anche mostrare, attraverso argomenti accessibili alla ragione comune, quale bene umano venga custodito da una determinata scelta. La fede illumina la sua comprensione della persona e forma la coscienza; la responsabilità politica gli chiede poi di entrare nello spazio pubblico con ragioni capaci di essere ascoltate anche da chi parte da convinzioni differenti.

È una fatica molto più grande della semplice esposizione di un’appartenenza.

Significa studiare, comprendere i problemi reali, accettare la complessità delle decisioni e mantenere una coscienza sufficientemente libera da resistere anche al proprio schieramento quando ciò che esso domanda entra in conflitto con un principio morale serio.

Su questo Leone XIV usa parole che difficilmente possono essere equivocate. Riconosce le pressioni che gravano sui politici, richiama le direttive di partito e le «colonizzazioni ideologiche», riprendendo un’espressione cara a Papa Francesco, e arriva alla possibilità concreta di dover dire: «No, non posso», quando è in gioco la verità. (Leone XIV, discorso del 28 agosto 2025)

Questa frase restituisce alla coscienza politica una dignità che abbiamo forse progressivamente smarrito.

Il partito è necessario alla vita democratica, perché organizza visioni, proposte e responsabilità. Nessun partito può però diventare proprietario della coscienza di chi vi appartiene. Quando la disciplina dello schieramento richiede di approvare ciò che una persona riconosce seriamente come ingiusto, il problema non riguarda più soltanto la strategia politica. Riguarda l’unità interiore dell’uomo.

Il cristiano arriva qui con una responsabilità particolare, perché la propria coscienza non viene intesa come il luogo nel quale decide autonomamente ciò che gli conviene considerare giusto. È una coscienza che deve essere formata, illuminata dalla Parola di Dio e dalla dottrina della Chiesa, esercitata attraverso la ragione e continuamente purificata dall’interesse personale.

Per questo anche l’espressione «politico cristiano» può diventare esigente.

Non indica qualcuno che debba inserire simboli religiosi in ogni discorso o citare il Vangelo durante una seduta parlamentare. Indica una persona nella quale il rapporto con Cristo raggiunge anche il modo di esercitare il potere, di trattare l’avversario, di giudicare una legge e di comprendere il bene di coloro che non appartengono al proprio elettorato.

Gaudium et spes definisce la politica un’arte difficile e insieme nobile e chiede a chi la esercita integrità, prudenza e dedizione al bene di tutti. Aggiunge che i partiti non possono anteporre il proprio interesse al bene comune. Sono parole scritte sessant’anni fa e conservano una sorprendente capacità di giudicare la nostra vita pubblica. (Gaudium et spes, nn. 75-76)

Il discorso di Leone XIV possiede allora anche una forza che supera la questione dell’identità religiosa.

Chiedere al politico cristiano di essere coerente significa chiedergli di prendere sul serio la politica stessa. Il bene comune non coincide con la vittoria del proprio schieramento, e la persona che ci sta davanti non perde la propria dignità quando diventa un avversario elettorale. Se Cristo impedisce al cristiano di trasformare il prossimo in un nemico assoluto, questa conseguenza deve arrivare anche dentro il linguaggio e le pratiche della lotta politica.

Qui la testimonianza diventa forse ancora più credibile che nelle dichiarazioni esplicitamente religiose.

Un uomo pubblico può professarsi cattolico e utilizzare sistematicamente l’umiliazione dell’avversario, alimentare menzogne o trattare il potere come una proprietà personale. L’etichetta cristiana rimarrebbe intatta e la forma evangelica della sua azione sarebbe ormai quasi irriconoscibile.

Viceversa, una coscienza realmente formata dalla fede può portare nella politica qualcosa di cui essa ha urgente bisogno: il riconoscimento che esiste una verità sull’uomo che precede il consenso, che il potere incontra limiti morali e che nessuna maggioranza trasforma automaticamente in bene ciò che ferisce la dignità della persona.

Questo rende comprensibile anche il coraggio al quale Leone XIV richiama i politici francesi.

Il Papa non promette che la coerenza cristiana sarà premiata elettoralmente. Sa che in alcune società occidentali essa può diventare motivo di marginalizzazione o persino di ridicolo. Il criterio che propone è un altro: l’unione con Cristo, fino alla disponibilità a sostenere il costo che qualche volta accompagna una coscienza libera. (Leone XIV, discorso del 28 agosto 2025)

Forse è precisamente questo che oggi dovremmo chiedere ai cristiani impegnati nella vita pubblica.

Non politici che trasformino la fede in uno strumento identitario e neppure credenti che la nascondano per risultare più facilmente accettabili. Servono uomini e donne nei quali la fede abbia realmente formato il giudizio, abbastanza liberi da dialogare con tutti e abbastanza radicati da non essere costretti a diventare qualcun altro quando entrano nelle istituzioni.

Leone XIV restituisce così alla politica una domanda che precede ogni programma.

Chi sei quando devi decidere?

Se per rispondere occorre separare ciò che credi da ciò che fai, prima o poi quella frattura raggiungerà anche la qualità del tuo servizio pubblico. Se invece la persona rimane una, la fede potrà illuminare la coscienza senza trasformare lo Stato in una sacrestia, e la politica potrà tornare ad essere quel servizio difficile e nobile al bene comune che il Concilio aveva affidato con particolare fiducia ai laici cristiani.

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