La Chiesa può chiarire i propri gesti senza rinnegare il cammino compiuto
Cari amici, nella vita della Chiesa esiste una distinzione che forse dovremmo recuperare con maggiore serenità: una cosa è la verità ricevuta nella fede, altra cosa sono le forme pastorali attraverso le quali, in un determinato momento storico, cerchiamo di comunicarla, celebrarla e incarnarla. La prima ci precede e ci è affidata; le seconde appartengono anche alla prudenza degli uomini e, proprio per questo, possono aver bisogno nel tempo di essere precisate, corrette o ricondotte con maggiore chiarezza al loro centro.
Questa considerazione mi è tornata alla mente leggendo il messaggio che Leone XIV ha inviato nei giorni scorsi ai vescovi dell’Amazzonia. Il Papa ha riconosciuto la necessità di custodire la casa comune e di proteggere i beni naturali affidati da Dio all’uomo; nello stesso passaggio ha aggiunto una precisazione molto netta, ricordando che l’uomo non deve diventare schiavo o adoratore della natura, perché il creato è dono del Padre e conduce alla lode del Creatore. Tutto viene poi ricondotto a Cristo, nel quale tutte le cose trovano la loro ricapitolazione e dal quale la missione della Chiesa riceve la propria forma.
Queste parole meritano di essere ascoltate senza trasformarle immediatamente in un regolamento di conti tra pontificati. Leone XIV ha mostrato, fin dai primi mesi, di voler assumere con convinzione la responsabilità cristiana verso il creato. Il 9 luglio ha celebrato al Borgo Laudato si’ la nuova Messa per la custodia della creazione, approvata sotto il suo pontificato, ricordando esplicitamente l’intuizione di Papa Francesco e citando Laudato si’ nel suo rapporto con l’Eucaristia. La cura del creato rimane dunque pienamente dentro la missione della Chiesa. Proprio perché rimane, può essere custodita anche attraverso chiarimenti che impediscano al linguaggio pastorale di diventare ambiguo.
Qui tocchiamo un problema che la Chiesa conosce da sempre. Le scelte pastorali nascono per servire il Vangelo dentro condizioni storiche concrete, e la loro efficacia non può essere semplicemente presunta una volta per tutte. Alcune formule risultano feconde; altre vengono comprese in modo diverso da come erano state pensate; alcuni gesti aiutano il popolo cristiano, altri finiscono per generare interpretazioni impreviste. La fedeltà ecclesiale consiste anche nella capacità di osservare questi effetti e di correggere ciò che, pur nato da un’intenzione legittima, non ha comunicato con sufficiente chiarezza la fede della Chiesa.
Il Sinodo per l’Amazzonia del 2019 offre un esempio significativo. Papa Francesco aveva indicato fin dall’apertura dei lavori che la dimensione pastorale era quella essenziale e che la realtà amazzonica doveva essere guardata con «occhi di discepolo». Il Sinodo affrontò questioni reali e drammatiche: la condizione dei popoli indigeni, lo sfruttamento delle risorse, la distruzione ambientale e la necessità di una presenza ecclesiale capace di raggiungere territori vastissimi. Dentro quel cammino vi furono anche gesti simbolici e forme di inculturazione che suscitarono forti perplessità in una parte del mondo cattolico, perché il loro significato apparve meno trasparente di quanto avrebbe richiesto un contesto ecclesiale già profondamente polarizzato.
Non occorre attribuire intenzioni idolatriche a chi partecipò a quelle celebrazioni per riconoscere il problema. Il criterio pastorale riguarda anche ciò che un gesto comunica realmente, non soltanto ciò che chi lo compie desiderava esprimere. Quando un simbolo ha bisogno di spiegazioni continue per non essere interpretato in senso contrario alla fede, è legittimo domandarsi se quel simbolo abbia assolto bene la propria funzione.
Questo vale soprattutto nella liturgia e nei gesti religiosi, dove il linguaggio simbolico possiede una forza propria. Una parola può essere spiegata dopo; un gesto, una volta compiuto, entra immediatamente nella percezione di chi lo vede. La prudenza pastorale deve quindi chiedersi anche se ciò che viene proposto renda riconoscibile il primato di Dio, la centralità di Cristo e la differenza tra Creatore e creatura.
Il messaggio di Leone XIV all’Amazzonia può essere letto precisamente dentro questa esigenza di chiarezza. Il Papa non cancella il cammino ecologico compiuto negli anni precedenti e non ridimensiona la responsabilità cristiana verso la casa comune. La inserisce con nettezza dentro una grammatica teologica: la natura è affidata all’uomo perché sia custodita, parla della bontà del Creatore e rimane ordinata al fine ultimo della persona, che è Dio. Per questo la sua tutela e la sua venerazione non possono essere confuse.
A mio avviso è proprio questa la forma con cui una pastorale matura nel tempo. La Chiesa non vive la propria storia come una successione di demolizioni. Un pontificato non deve necessariamente smentire il precedente per precisarne alcune accentuazioni, così come un successivo documento del Magistero può chiarire un’espressione precedente senza trasformarla in errore. La continuità cattolica non significa immobilità linguistica o pastorale; significa che ogni nuovo passaggio viene giudicato dentro la stessa fede ricevuta.
La storia ecclesiale conosce continuamente questo processo. Dopo i grandi concili sono spesso necessari anni, e qualche volta decenni, perché termini, intuizioni e riforme trovino una forma equilibrata nella vita del popolo cristiano. Il Concilio di Trento non si esaurì nel giorno in cui furono promulgati i suoi decreti; generò una lunga stagione di applicazione, disciplina, formazione del clero e riforma liturgica. Anche il Vaticano II ha avuto bisogno di documenti successivi che ne precisassero la ricezione, soprattutto quando alcune pratiche venivano attribuite genericamente allo «spirito del Concilio» pur non trovando un fondamento reale nei testi conciliari.
Questo processo non diminuisce l’autorità del Concilio. Dimostra quanto sia seria la sua recezione. Quando una riforma entra nella storia concreta, incontra inevitabilmente interpretazioni, entusiasmi, resistenze e applicazioni incomplete. Il Magistero successivo interviene anche per custodire il senso autentico di ciò che è stato ricevuto e per riportare verso il centro ciò che rischia di spostarsi ai margini.
Lo stesso criterio può aiutarci a leggere i pontificati. Ogni Papa riceve una Chiesa che porta con sé un cammino precedente. Riceve intuizioni feconde, problemi ancora aperti e talvolta effetti pastorali che chiedono di essere valutati. La fedeltà al predecessore non consiste nel ripetere ogni suo gesto; consiste nel custodire ciò che appartiene alla missione della Chiesa e nel servirlo con la responsabilità propria del momento presente.
Leone XIV sembra muoversi proprio dentro questa logica. Nel tema ecologico non cancella Francesco; ne assume la preoccupazione e la colloca con maggiore insistenza dentro il riferimento al Creatore e alla centralità di Cristo. Nell’Amazzonia non dichiara conclusa la stagione dell’ascolto e dell’inculturazione; ricorda però che l’annuncio di Gesù Cristo deve essere chiaro e che l’Eucaristia rimane il nutrimento con cui si edifica realmente il Popolo di Dio.
È una correzione? Nel senso pastorale del termine, può esserlo. Una correzione non implica necessariamente che tutto ciò che precedeva fosse sbagliato. Può significare che l’esperienza ha mostrato dove serviva più chiarezza, quali equivoci erano realmente nati e quale elemento doveva tornare a essere esplicitato.
Forse dovremmo imparare a leggere così anche molte tensioni della vita ecclesiale. Abbiamo trasformato troppo facilmente ogni precisazione in una lotta tra vincitori e sconfitti. Se un Papa sottolinea qualcosa che nel pontificato precedente era rimasto sullo sfondo, immediatamente qualcuno proclama la restaurazione e qualcun altro denuncia la retromarcia. In questa lettura la Chiesa diventa una maggioranza parlamentare che cambia programma a ogni elezione, mentre la Tradizione cattolica possiede una dinamica assai diversa: riceve, discerne, chiarisce e continua.
Anche chi aveva espresso perplessità davanti ad alcuni gesti dell’epoca del Sinodo amazzonico dovrebbe evitare la tentazione di utilizzare le parole di Leone XIV come una rivincita. Se quelle perplessità erano autenticamente ecclesiali, il loro desiderio profondo non era dimostrare che qualcuno aveva torto; era custodire la chiarezza della fede. Quando quella chiarezza viene riaffermata, il cristiano può semplicemente esserne lieto.
Lo stesso vale per chi aveva difeso quelle scelte pastorali. Riconoscere oggi che alcuni gesti potevano essere più prudenti non significa rinnegare la necessità dell’inculturazione, la difesa dei popoli amazzonici o la responsabilità verso il creato. Significa accettare che nessuna scelta pastorale, proprio perché pastorale, possiede una garanzia di perfezione.
Forse questa è una delle libertà di cui la Chiesa ha maggiore bisogno. Possiamo amare un Papa senza dover giustificare ogni scelta compiuta durante il suo pontificato. Possiamo accogliere il successore senza trasformarlo nell’anti-predecessore che alcuni desiderano. Possiamo riconoscere che una prassi aveva bisogno di essere chiarita e, nello stesso tempo, ringraziare per ciò che di vero e fecondo aveva cercato di custodire.
La fede non cambia ogni volta che la pastorale impara qualcosa. Accade piuttosto il contrario: proprio perché la fede rimane, la pastorale può lasciarsi correggere da essa.
Il messaggio di Leone XIV ai vescovi dell’Amazzonia mi sembra allora prezioso anche oltre il tema ecologico. Ci ricorda che la Chiesa continua a imparare come servire il Vangelo dentro la storia e che ogni scelta pastorale deve restare disponibile a essere purificata dalla verità che intende annunciare.
Il creato rimane un dono da custodire. L’uomo rimane suo amministratore. Cristo rimane il centro verso cui ogni cosa deve essere ricondotta.
Quando l’ordine delle cose torna visibile, la correzione pastorale smette di apparire come una sconfitta. Diventa una forma della fedeltà.
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