don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

DALLO SMARRIMENTO DEL CARISMA ALLA CRISI DELLE VOCAZIONI: UN PASSO OLTRE LA LITURGIA

Cari amici, nei giorni scorsi abbiamo provato a guardare alla crisi delle vocazioni senza attribuirla automaticamente al Concilio Vaticano II. I numeri del postconcilio restano impressionanti e le ferite di quegli anni non hanno bisogno di essere attenuate. Proprio per questo, se vogliamo comprendere ciò che è accaduto, dobbiamo resistere alla tentazione di cercare una sola causa capace di spiegare tutto.

Una delle questioni che ricorre spesso riguarda la liturgia.

Si osserva, con qualche ragione, che alcune comunità legate a forme liturgiche tradizionali attirano giovani, mentre istituti religiosi molto più grandi e storicamente radicati attraversano una lunga crisi vocazionale. Da questo dato nasce facilmente una conclusione: basterebbe recuperare una liturgia più solenne, più verticale, più chiaramente orientata al sacro perché tornino le vocazioni.

Credo che il problema sia più profondo.

La liturgia conta moltissimo. Una celebrazione capace di introdurre realmente nel mistero, custodita dalla disciplina della Chiesa e sottratta all’improvvisazione personale, educa la fede e può certamente diventare terreno vocazionale. La storia cristiana lo dimostra e la stessa esperienza contemporanea ci obbliga a non liquidare con sufficienza la domanda di sacralità che attraversa molti giovani.

Eppure una liturgia, da sola, non può restituire a una comunità l’identità che essa ha smarrito.

Qui entra in gioco il carisma.

Il Concilio Vaticano II, parlando del rinnovamento della vita religiosa in Perfectae caritatis, indicò insieme due movimenti: il ritorno alle sorgenti della vita cristiana e alla primitiva ispirazione degli istituti, insieme all’adattamento alle mutate condizioni dei tempi. I due elementi appartengono allo stesso processo. L’adattamento perde la propria misura quando si separa dall’ispirazione originaria; il ritorno alle origini diventa sterile archeologia quando rifiuta di incontrare il tempo presente.

Il Concilio aggiunge qualcosa di ancora più preciso: torna a vantaggio della Chiesa che ogni istituto conservi la propria fisionomia e la propria funzione, custodendo lo spirito dei fondatori, le finalità ricevute e quelle sane tradizioni che costituiscono il suo patrimonio.

Questa affermazione merita di essere riletta oggi.

Una congregazione religiosa non esiste semplicemente perché servono sacerdoti, insegnanti, missionari o operatori pastorali. Nasce perché dentro la Chiesa lo Spirito ha fatto emergere una particolare forma di sequela di Cristo.

Un francescano dovrebbe rendere percepibile qualcosa dell’intuizione di Francesco.

Un domenicano dovrebbe portare nella propria vita la passione per la verità e la predicazione ricevuta da Domenico.

Un figlio di san Gaspare dovrebbe poter essere riconosciuto dalla centralità del Sangue di Cristo, dalla missione e da quella particolare spiritualità della redenzione che ha dato origine alla Congregazione.

Quando questa fisionomia diventa indistinta, la comunità può continuare a funzionare e contemporaneamente perdere la capacità di generare.

È forse uno dei punti più delicati della crisi vocazionale.

Perché un giovane dovrebbe consegnare tutta la propria vita a una famiglia religiosa se non riesce a comprendere quale dono particolare quella famiglia custodisca per la Chiesa?

Non basta presentargli un elenco di attività.

Una diocesi può svolgere le stesse attività pastorali. Un’associazione può gestire opere sociali analoghe. Un’organizzazione professionale può offrire competenze anche migliori.

La vita consacrata diventa comprensibile quando rende visibile una forma di vita che nasce da Cristo e da una particolare intuizione evangelica.

Paolo VI comprese molto presto il problema. Nel 1971, appena pochi anni dopo il Concilio, pubblicò Evangelica testificatio proprio mentre la vita religiosa attraversava inquietudini e trasformazioni profondissime. Il Papa riconosceva la necessità del rinnovamento e, nello stesso tempo, metteva in guardia da trasformazioni arbitrarie, da una diffidenza indiscriminata verso il passato e dalla fretta di conformarsi ai mutamenti culturali del tempo.

Non era nostalgia.

Era la consapevolezza che una forma religiosa può modificare molte delle proprie espressioni storiche senza perdere il principio interiore che l’ha generata.

Paolo VI arrivava al punto decisivo quando ricordava che il carisma dei fondatori non nasce da una mentalità conforme al mondo presente. È dono dello Spirito alla Chiesa.

Giovanni Paolo II avrebbe ripreso lo stesso criterio in Vita consecrata: la fedeltà al carisma fondazionale e al patrimonio spirituale dell’istituto permette di riscoprire e vivere con maggiore fervore gli elementi essenziali della consacrazione.

Qui forse si trova una chiave importante per comprendere anche la crisi delle vocazioni.

Le vocazioni non diminuiscono soltanto perché la società è secolarizzata.

La secolarizzazione pesa enormemente, naturalmente. Le famiglie sono più piccole, la pratica religiosa è diminuita, l’idea di una scelta definitiva incontra maggiori resistenze e molti giovani crescono senza avere mai considerato seriamente che Dio possa chiamarli a consacrare l’intera esistenza.

Esiste però anche una domanda che dobbiamo rivolgere a noi stessi: ciò che proponiamo possiede ancora un volto riconoscibile?

Un giovane può donare la vita a una grande promessa.

Difficilmente la donerà a una struttura che sembra chiedergli soltanto di garantire servizi rimasti scoperti.

Quando un carisma si indebolisce, può accadere inoltre qualcosa di molto umano. Il bisogno di identità non scompare. Cerca altrove ciò che non trova più nella propria appartenenza originaria.

Un religioso può allora definirsi soprattutto attraverso una sensibilità liturgica, un orientamento ecclesiale, una determinata corrente teologica, un movimento o persino un ministero personale particolarmente riuscito.

Sono tutte appartenenze che possono contenere elementi buoni.

Il problema nasce quando diventano più forti dell’appartenenza carismatica.

A quel punto una stessa famiglia religiosa può ospitare persone che condividono un nome, delle strutture e forse una casa, mentre ricevono altrove il nucleo più profondo della propria identità spirituale.

Qualcuno si riconoscerà principalmente attraverso il rito che celebra.

Un altro attraverso una sensibilità pastorale.

Un altro attraverso un determinato modello ecclesiale.

Il carisma comune, quello che dovrebbe permettere alle diversità di abitare la stessa vocazione, rimane sullo sfondo.

Forse alcune delle nostre polarizzazioni nascono anche qui.

Quando l’identità principale si indebolisce, le identità secondarie diventano assolute.

È anche per questa ragione che considero insufficiente leggere il problema delle vocazioni soltanto attraverso la contrapposizione tra Vetus Ordo e Novus Ordo.

Esistono comunità legate alla liturgia antica che mostrano vitalità, disciplina, forte vita comune e capacità vocazionale. Sarebbe ideologico fingere di non vederlo.

Bisogna però domandarsi che cosa attiri realmente.

È soltanto il rito?

Oppure il rito è inserito dentro una realtà più ampia nella quale il giovane incontra un’identità nitida, una vita comunitaria esigente, una regola riconoscibile, un’autorità che sa proporre, una formazione seria e la percezione che la propria esistenza verrà consegnata a qualcosa che merita tutta la vita?

Se togliessimo questo insieme e lasciassimo soltanto la forma liturgica, avremmo ancora lo stesso frutto?

Non ne sono affatto sicuro.

Lo stesso vale nell’altra direzione.

Una comunità che celebra secondo la riforma liturgica può essere profondamente vocazionale quando la liturgia è veramente preghiera della Chiesa e quando intorno all’altare esiste una vita consacrata credibile, riconoscibile e gioiosa.

La questione non è dunque trovare il rito capace di produrre vocazioni.

La liturgia non è una tecnica di reclutamento.

È il luogo nel quale la Chiesa riceve continuamente da Cristo la propria vita. Proprio per questo raggiunge la sua piena fecondità quando ciò che celebriamo trova una forma coerente nella vita.

Un giovane che entra in una casa religiosa dovrebbe riuscire a comprendere presto che cosa rende quella casa diversa da un’altra.

Non dalle uniformi.

Dallo spirito che vi respira.

Quale posto occupa la preghiera?

Come ci si vuole bene?

Come si vive la povertà?

Quale passione apostolica muove la comunità?

Che cosa del fondatore continua a essere percepibile nelle scelte concrete?

Sono domande più severe di quelle sul numero delle vocazioni, perché spostano l’attenzione dai giovani che non arrivano alle comunità che dovrebbero accoglierli.

Forse per anni abbiamo chiesto: «Perché i giovani non vengono più?».

Potremmo aggiungere un’altra domanda: che cosa troverebbero se venissero?

È una domanda che vale per gli istituti religiosi e, in forma diversa, per i seminari e le diocesi.

Una vocazione ha bisogno di trovare una forma ecclesiale nella quale il dono ricevuto possa maturare senza essere dissolto.

Il rinnovamento autentico non coincide con la ripetizione materiale del passato. Perfectae caritatis chiedeva anche di leggere le condizioni del tempo presente e i bisogni della Chiesa. Un carisma vivo non è una fotografia del fondatore. È la sua intuizione evangelica capace di generare ancora vita in circostanze nuove.

Proprio qui possiamo forse compiere un passo oltre la discussione liturgica.

La domanda sul sacro rimane e va ascoltata.

La domanda sulle vocazioni rimane e diventa ogni anno più urgente.

Sotto entrambe ne intravedo un’altra: abbiamo ancora abbastanza coscienza di chi siamo per poter invitare qualcuno a diventare uno di noi?

Una comunità che ritrova il proprio carisma non ha la garanzia matematica di ricevere nuove vocazioni. La grazia non funziona secondo le statistiche e la storia demografica dell’Occidente non può essere cancellata da una buona riforma comunitaria.

Ritrovare il carisma permette però almeno di offrire una proposta vera.

Ed è già molto.

Perché le vocazioni non nascono dall’ansia di sopravvivere.

Nascono quando qualcuno incontra Cristo dentro una forma di vita così limpida da poter pensare: qui potrei consegnargli tutta la mia vita.

Concilio Vaticano II, Perfectae caritatis
Paolo VI, Evangelica testificatio
Giovanni Paolo II, Vita consecrata

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