don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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IL DIGIUNO CHE INVOCA LA PACE: LEONE XIV E UNA TRADIZIONE ANTICA DELLA CHIESA

Domani, 22 agosto, nella memoria liturgica della Beata Vergine Maria Regina, i cattolici sono invitati da Papa Leone XIV a vivere una giornata di digiuno e di preghiera per la pace.

L’appello è arrivato ieri, al termine dell’Udienza generale. Il Papa ha ricordato una terra ancora ferita dalle guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo, chiedendo ai fedeli di supplicare il Signore perché conceda pace e giustizia e asciughi le lacrime di quanti soffrono a causa dei conflitti armati. Ha affidato questa preghiera all’intercessione di Maria, invocata come Regina della pace. (Udienza generale di Leone XIV, 20 agosto 2025)

Il gesto è semplice e proprio per questo rischia di essere sottovalutato.

Quando una guerra esplode, siamo abituati a cercare ciò che può essere misurato: negoziati, sanzioni, pressioni diplomatiche, decisioni militari, rapporti di forza. Tutto questo appartiene realmente alla storia e nessun cristiano può immaginare che la preghiera sostituisca la responsabilità politica. La Chiesa, però, continua a ricordare che la pace possiede anche una radice che nessun tavolo diplomatico può produrre da solo: il cuore dell’uomo.

Il digiuno interviene precisamente lì.

Nella Scrittura esso accompagna la conversione, la supplica e i momenti nei quali il popolo riconosce di non possedere da sé la soluzione del proprio male. Gesù stesso digiuna nel deserto e insegna ai discepoli a sottrarre questo gesto all’esibizione religiosa. Il digiuno cristiano non serve a dimostrare qualcosa a Dio e neppure a esercitare una forma di dominio sul corpo. Introduce nella libertà uno spazio vuoto nel quale il desiderio viene educato e la preghiera acquista una concretezza che coinvolge anche la carne.

Per questo la Chiesa vi ha fatto ricorso nei momenti più drammatici della storia recente.

Giovanni Paolo II lo chiese più volte. Il 27 ottobre 1986 il digiuno accompagnò la Giornata mondiale di preghiera per la pace ad Assisi; nel gennaio 1993 ritornò davanti alla tragedia dei Balcani e l’anno successivo per la Bosnia. Nel dicembre 2001, dopo gli attentati dell’11 settembre e mentre la guerra in Afghanistan apriva una nuova stagione di paura, il Papa invitò ancora i cattolici a digiunare per una pace fondata sulla giustizia. Nel 2003 tornò a chiedere questo gesto mentre si addensava la guerra in Iraq. (Pontificato di Giovanni Paolo II: dati e principali eventi)

Papa Francesco riprese la stessa strada il 7 settembre 2013, quando la situazione siriana sembrava precipitare verso un nuovo intervento militare. Convocò la Chiesa a una giornata di digiuno e preghiera e rimase a lungo in Piazza San Pietro davanti al Signore, chiedendo che la logica della violenza non diventasse ancora una volta la risposta alla violenza. (Veglia di preghiera per la pace, 7 settembre 2013)

Leone XIV si inserisce quindi dentro una tradizione precisa.

La scelta del 22 agosto aggiunge inoltre una luce mariana. La Chiesa contempla Maria come Regina e il Papa la invoca esplicitamente come Regina della pace. È un titolo che potrebbe sembrare paradossale in un mondo nel quale il potere viene misurato attraverso la capacità di imporsi. La regalità di Maria appartiene invece alla logica di Cristo: riceve tutto da Lui e conduce tutto a Lui.

Anche il digiuno appartiene a questa logica.

Chi digiuna rinuncia per qualche ora a ciò che potrebbe legittimamente prendere e riconosce che la propria vita non si regge soltanto su ciò che riesce a procurarsi. È un gesto piccolo rispetto all’immensità di una guerra, e proprio questa sproporzione lo rende cristiano. Non pretende di controllare gli avvenimenti. Li porta davanti a Dio mentre domanda alla propria libertà di cominciare a disarmarsi.

Qui mi sembra significativo che l’appello di Leone XIV sia arrivato nella stessa Udienza generale dedicata al perdono. Nella riflessione pubblicata questa mattina, «Il perdono che precede e il perdono che ricostruisce», ci siamo soffermati proprio su questa dimensione della catechesi.

Parlando del gesto di Gesù verso Giuda, il Papa ha affermato che il vero perdono può offrirsi prima ancora che l’altro si sia pentito. Il male viene visto nella sua verità, mentre Cristo rifiuta di lasciarsi trasformare dalla logica della vendetta. Più tardi, salutando i fedeli, Leone XIV ha sintetizzato questa intuizione con una frase molto concreta: imparare a perdonarsi gli uni gli altri significa costruire un ponte di pace. (Udienza generale di Leone XIV, 20 agosto 2025)

Il digiuno del 22 agosto acquista così, almeno ai miei occhi, una profondità ulteriore.

Possiamo pregare perché cessino le guerre continuando a custodire dentro di noi piccoli territori occupati dal rancore. Possiamo invocare la riconciliazione tra i popoli mentre consideriamo normale alimentare inimicizie nelle famiglie, nelle comunità ecclesiali e perfino dentro la Chiesa. Sarebbe troppo comodo immaginare la pace soltanto come un problema che riguarda presidenti, eserciti e diplomatici.

La grande violenza della storia possiede cause politiche, economiche e strategiche che non possono essere ridotte alle disposizioni interiori dei singoli. Eppure la logica che rende possibile la guerra trova continuamente alimento anche nella nostra capacità di trasformare l’altro in un nemico assoluto, di negargli ogni possibilità di cambiamento e di considerare la vendetta una forma di giustizia.

Digiunare significa permettere che la preghiera tocchi anche questa zona.

Non occorrono gesti spettacolari. La Chiesa chiede una giornata nella quale ciascuno possa dare alla preghiera un posto più ampio e accettare una rinuncia concreta. Il digiuno può anche diventare carità quando ciò a cui rinunciamo viene tradotto in attenzione verso chi porta il peso reale della guerra: famiglie profughe, bambini, feriti, popolazioni che hanno perso la casa e persone che dipendono dagli aiuti umanitari.

In questo modo il corpo, la preghiera e la carità cominciano a parlare la stessa lingua.

Domani milioni di persone continueranno purtroppo a svegliarsi dentro una guerra. Il nostro digiuno non fermerà automaticamente i missili e non sostituirà il lavoro di chi deve assumere decisioni politiche difficili. La fede cristiana non ci autorizza a trasformare un gesto spirituale in una tecnica per ottenere da Dio il risultato desiderato.

Ci permette però di fare qualcosa che la Chiesa considera tutt’altro che irrilevante: presentarci insieme davanti a Dio, riconoscendo che la pace è un bene che dobbiamo costruire e nello stesso tempo un dono che dobbiamo chiedere.

Forse è questa la forza più autentica dell’appello di Leone XIV.

In un mondo nel quale la guerra ci abitua continuamente al linguaggio della forza, la Chiesa risponde con un giorno nel quale milioni di persone scelgono volontariamente di rinunciare a qualcosa, pregare di più e chiedere a Dio che il cuore dell’uomo ritrovi la strada della pace.

E lo fa sotto lo sguardo di Maria.

Regina della pace, non perché possieda gli eserciti più forti, bensì perché tutta la sua vita è stata consegnata al Principe della pace.

Domani digiuniamo anche per questo: perché la pace che invochiamo per il mondo possa trovare almeno un primo spazio nel cuore di chi la domanda.

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