Perdonare può cominciare da uno solo; riconciliarsi chiede una strada percorsa insieme
Cari amici, nella catechesi di ieri Leone XIV ci ha condotti dentro una delle scene più dolorose dell’ultima cena. Gesù conosce il tradimento che sta maturando nel cuore di Giuda e, proprio mentre quella libertà si sta allontanando da Lui, continua a compiere gesti di comunione: lava i piedi, condivide la mensa, intinge il pane e lo offre al discepolo che sta per consegnarlo. Il Papa legge quel gesto come l’ultimo tentativo dell’amore di raggiungere una libertà che si sta smarrendo e afferma qualcosa che merita di essere meditato con molta attenzione: il vero perdono può offrirsi prima che l’altro abbia chiesto perdono, perché l’amore di Cristo non aspetta di essere rassicurato dalla risposta dell’altro per rimanere fedele a se stesso.
Questa parola può sorprendere, soprattutto quando la ferita ricevuta è profonda. Siamo abituati a pensare che il perdono venga dopo: prima l’altro riconosce ciò che ha fatto, manifesta il pentimento, chiede di essere perdonato e solo allora chi ha sofferto decide se aprirgli nuovamente il cuore. È una dinamica comprensibile e in molte relazioni costituisce anche il passaggio necessario perché la fiducia possa essere ricostruita. Il Vangelo, però, ci mostra che il primo movimento del perdono può nascere già prima, dentro la persona ferita, come decisione di non consegnare al male ricevuto il potere di determinare ciò che essa diventerà.
Gesù non aspetta che Giuda torni indietro per cessare di odiarlo, perché non ha mai cominciato a odiarlo. La sua libertà rimane nell’amore mentre la libertà del discepolo prende un’altra strada. Proprio questa asimmetria rende il gesto così difficile da comprendere: Cristo continua a offrire una possibilità che Giuda può ancora accogliere e lascia intatta la libertà con la quale il discepolo può anche rifiutarla. Il perdono appare allora come una porta aperta che non trascina l’altro dentro la stanza e non pretende di decidere al suo posto.
Perdonare non significa dichiarare che ciò che è accaduto non abbia importanza. Quando il Papa dice che il perdono non nega la verità del dolore, ci ricorda che la misericordia cristiana non ha bisogno di falsificare la storia. Un tradimento rimane un tradimento, una parola che ha ferito conserva la propria gravità, un abuso non diventa meno grave perché chi lo ha subito sceglie di non vivere nel rancore. Perdonare significa impedire che quella ferita continui a produrre dentro di noi la stessa logica che l’ha generata.
È precisamente qui che perdono e riconciliazione cominciano a distinguersi. Il perdono può essere offerto da una persona anche quando l’altra non è ancora pronta a riceverlo. La riconciliazione appartiene invece alla relazione e domanda qualcosa in più: verità, responsabilità, cambiamento e tempo. Una relazione spezzata non viene ricostruita semplicemente pronunciando la parola «ti perdono», perché la fiducia possiede una propria storia e, quando è stata gravemente ferita, ha bisogno di verificare se esistano realmente le condizioni per tornare a vivere.
Questo non diminuisce il perdono. Gli restituisce serietà. A volte abbiamo confuso la misericordia con la necessità di rimettere immediatamente tutto come prima. Una persona ferita può allora sentirsi quasi colpevole se, pur avendo scelto di perdonare, non riesce ancora a fidarsi oppure comprende che una certa relazione non può tornare alla forma precedente. Il Vangelo non ci obbliga a cancellare la prudenza. Ci chiede di non coltivare il desiderio di vendetta e di lasciare aperta davanti a Dio la possibilità che il bene torni a germogliare, mentre la ricostruzione concreta della relazione dipenderà anche da ciò che l’altro sceglierà di fare.
Pensiamo alle relazioni familiari. Un figlio può avere ferito profondamente i genitori, due fratelli possono essersi allontanati per anni, un matrimonio può attraversare un tradimento che ha spezzato la fiducia. Il perdono cristiano può iniziare quando uno dei due decide che non vuole più lasciare al risentimento l’ultima parola. La riconciliazione chiederà poi che si possa tornare a parlare nella verità, che il male venga riconosciuto e che lentamente si renda nuovamente possibile affidarsi l’uno all’altro. Qualche volta questa strada riesce. Qualche volta rimane incompiuta.
È doloroso accettarlo, perché vorremmo che il perdono producesse automaticamente il ritorno dell’altro. Il gesto di Gesù verso Giuda ci libera anche da questa illusione. Cristo ama fino alla fine e Giuda continua a uscire nella notte. L’amore offerto non fallisce perché non ha ottenuto la risposta desiderata; rimane vero proprio perché non è stato trasformato in uno strumento per obbligare l’altro a cambiare.
Questa prospettiva può diventare particolarmente importante nella vita della Chiesa. Anche le comunità cristiane portano ferite. Esistono incomprensioni tra sacerdoti e fedeli, conflitti dentro i consigli pastorali, divisioni tra gruppi e talvolta vere lacerazioni provocate da parole o decisioni che hanno lasciato dietro di sé sofferenza. In questi casi il richiamo generico al perdono può perfino diventare una scorciatoia: si invita a «metterci una pietra sopra» senza avere ancora dato un nome a ciò che è successo.
La riconciliazione ecclesiale richiede invece memoria purificata. La comunità ha bisogno di poter riconoscere ciò che ha ferito la comunione, senza utilizzare il passato come arma e senza fingere che non sia accaduto nulla. Solo allora il perdono può diventare terreno sul quale costruire qualcosa di nuovo.
Qui comprendiamo anche perché il perdono cristiano sia profondamente diverso dall’amnesia. Dimenticare può essere impossibile e, in alcune situazioni, sarebbe perfino irresponsabile. Ricordare serve a non ripetere il male. La memoria diventa evangelica quando smette di essere il luogo nel quale conserviamo continuamente il debito dell’altro e diventa invece il luogo nel quale riconosciamo ciò che abbiamo attraversato, ciò che abbiamo imparato e ciò che Dio può ancora trasformare.
Il Papa, parlando di Giuda, ci mostra che Gesù non ignora nulla. Sa perfettamente ciò che sta accadendo e proprio questa lucidità rende ancora più impressionante il gesto del pane offerto. L’amore non nasce dall’ingenuità. Nasce da una libertà che vede il male e decide di non lasciarsene plasmare.
Forse è anche per questo che perdonare richiede spesso tempo. Possiamo desiderare sinceramente di perdonare e scoprire che dentro di noi riaffiorano ancora rabbia, dolore e desiderio di difenderci. Non è necessariamente il segno che abbiamo fallito. Può essere il cammino attraverso il quale il cuore viene lentamente liberato. Il perdono cristiano non coincide sempre con una sensazione immediata di pace; qualche volta è una decisione rinnovata molte volte davanti a Dio, finché il ricordo della ferita smette lentamente di governare la nostra vita.
Anche chi ha ferito porta una responsabilità. Ricevere il perdono non significa approfittare della misericordia dell’altro. Se desidera una vera riconciliazione, dovrà lasciare che quella misericordia lo interroghi. Il perdono offerto gratuitamente non elimina la conversione; può anzi diventarne l’inizio. Sentirsi raggiunti da un amore che non avevamo meritato può aprire lo spazio nel quale finalmente riconosciamo ciò che abbiamo fatto.
Qui il sacramento della Riconciliazione ci educa con grande sapienza. Dio prende sempre l’iniziativa e la sua misericordia ci precede. Arriviamo al confessionale perché siamo già stati raggiunti dalla grazia che ci invita a tornare. Nello stesso tempo, il sacramento chiede che il peccato venga riconosciuto, confessato e consegnato a Dio con il desiderio sincero di una vita nuova. La misericordia non elimina la verità del peccato e la verità del peccato non limita la misericordia.
Forse anche le nostre relazioni potrebbero imparare qualcosa da questa dinamica. Chi è stato ferito può cominciare a perdonare senza aspettare di ricevere dall’altro la risposta perfetta. Chi ha ferito può accogliere quel dono lasciandosi condurre verso la responsabilità. Quando entrambi questi movimenti si incontrano, il perdono smette di essere soltanto liberazione interiore e può diventare riconciliazione.
Non sempre accadrà. Il cristiano rimane però libero di fare la propria parte davanti a Dio. Può scegliere di non vivere sotto il dominio del rancore, di non trasformare la ferita ricevuta nella propria identità e di non consegnare all’altro il potere di decidere per sempre la qualità del suo cuore.
È questo che trovo così forte nella catechesi di Leone XIV. Il perdono di Gesù non è una debolezza che chiude gli occhi sul tradimento; è la libertà di un amore che rimane se stesso anche quando viene rifiutato. Il Papa arriva a dire che il perdono libera chi lo offre, perché spezza il risentimento e impedisce al male di continuare a propagarsi.
Forse dovremmo allora distinguere meglio le due domande che spesso sovrapponiamo: posso perdonare? Posso ricostruire questa relazione? La prima domanda riguarda ciò che, con la grazia di Dio, può cominciare nel mio cuore. La seconda riguarda anche la libertà dell’altro e le condizioni concrete perché una fiducia ferita possa rinascere.
Cristo ci chiama certamente al perdono. La riconciliazione sarà il frutto più bello quando entrambi accetteranno di attraversare la verità necessaria per ricostruire ciò che è stato spezzato. Quando questo non avviene, il perdono rimane ugualmente fecondo perché impedisce al male ricevuto di diventare il male che consegneremo ad altri.
È forse qui che comprendiamo davvero il gesto dell’ultima cena. Gesù porge il pane e Giuda rimane libero: il perdono precede, mentre la riconciliazione attende ancora una risposta.
Rispondi