don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Questa mattina, durante la Messa, la liturgia della Parola è stata davvero ricca. Mentre cercavo di offrire qualche riflessione ai fedeli, il cuore si è fermato su un passaggio preciso del Vangelo: il monito di Gesù in risposta a Pietro. Lui pensava che quelle parole fossero rivolte ad altri, e il Signore smonta subito l’illusione. Il tesoro e il cuore si legano; poi arriva una frase che taglia ogni autoassoluzione: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

Qui non si parla soltanto di beni materiali. Entrano in gioco anche la conoscenza, la fede e la grazia ricevuta. Il dono mette in movimento la nostra intelligenza e la nostra libertà, e per questo diventa responsabilità. Sapere non basta; custodire non basta. Ciò che abbiamo ricevuto chiede di essere fatto fruttare, perché Dio ci domanderà conto anche delle possibilità che ci ha affidato.

La questione decisiva non riguarda quante cose sappiamo, quanto il modo in cui ci lasciamo trasformare dalla verità che diciamo di conoscere. Se la trattiamo come un possesso, diventa facilmente una bandiera da sventolare. Se la accogliamo come un dono, può diventare luce capace di illuminare senza accecare. La conoscenza vissuta senza responsabilità alimenta le fazioni; quella accolta come servizio può generare comunione.

Questo vale anche nelle nostre conversazioni, soprattutto online, dove la fretta trasforma facilmente il confronto in scontro. Un commento scritto per “vincere” una discussione può distruggere in pochi secondi un ponte che avrebbe potuto unire due persone. Una risposta pensata, capace di ascoltare prima di replicare, può invece aprire uno spazio reale di dialogo. San Paolo indica la via: «vivendo secondo la verità nella carità» (Ef 4,15). Dire la verità cristianamente significa anche assumersi la responsabilità del modo in cui la si consegna.

La misura evangelica non è avere l’ultima parola, quanto aiutare l’altro a compiere un passo verso il bene. Giacomo descrive la sapienza che viene dall’alto come pura, pacifica, mite, misericordiosa e sincera (Gc 3,17). Se le nostre parole producono soltanto irritazione, umiliazione o compiacimento di sé, vale la pena domandarci se stiamo davvero servendo la verità oppure il nostro bisogno di prevalere.

Responsabilità significa anche vigilanza. Vigilare non equivale a vivere in allarme; significa custodire la forma evangelica delle parole. Prima di rispondere occorre capire, prima di proporre ascoltare, prima di premere “Invio” può essere necessario pregare. L’esame di coscienza è semplice: ciò che sto per dire costruisce oppure divide? Apre uno spiraglio oppure emette soltanto un verdetto?

Chi si accosta alla Parola e all’Eucaristia riceve molto e viene quindi chiamato a molto. La conoscenza è chiamata a diventare servizio, la convinzione pazienza, l’argomento opera di bene. Il Signore non ci chiederà quante citazioni possedevamo, ma che cosa abbiamo fatto della luce ricevuta. Conoscere non ci rende superiori. Ci rende responsabili.

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