Custodire la corresponsabilità senza impoverire il ministero ordinato
Cari amici, da qualche settimana continuo a riflettere sulle Tracce per la fase attuativa del Sinodo, rese disponibili all’inizio di luglio. Il documento invita le Chiese locali a tradurre concretamente la sinodalità nella vita ordinaria, attraverso l’ascolto, il discernimento ecclesiale e una corresponsabilità capace di coinvolgere realmente il popolo di Dio. È un passaggio importante, perché una Chiesa nella quale tutto dipendesse dal sacerdote e nella quale i battezzati rimanessero semplici destinatari dell’azione pastorale sarebbe ben lontana dall’ecclesiologia maturata nel Concilio Vaticano II. Le stesse Tracce indicano però il vescovo diocesano come primo responsabile di questo processo e chiedono che ogni attuazione locale rimanga in armonia con la Chiesa intera. La sinodalità nasce dunque dentro una comunione ordinata, nella quale la partecipazione dei battezzati e il ministero ricevuto attraverso il sacramento dell’Ordine appartengono alla stessa realtà ecclesiale.
Proprio questa visione complessiva mi sembra necessaria quando utilizziamo una parola diventata ormai frequentissima nel nostro linguaggio ecclesiale: clericalismo.
Il clericalismo esiste e può produrre danni molto seri. Esiste quando il sacerdote interpreta il ministero ricevuto come possesso personale, quando riduce i laici a esecutori delle proprie decisioni, quando confonde l’autorità con il dominio e misura la vita della comunità sulla propria centralità. È una deformazione del sacerdozio, perché ciò che nell’ordinazione viene consegnato come servizio al Corpo di Cristo finisce per diventare strumento di affermazione personale.
Combattere questa deformazione appartiene quindi alla stessa fedeltà al ministero ordinato.
Il problema comincia quando, insieme al clericalismo, viene progressivamente guardato con sospetto anche ciò che clericalismo non è: la specificità sacramentale del sacerdote, l’autorità pastorale del vescovo, la responsabilità propria di chi ha ricevuto il sacramento dell’Ordine e perfino la normale necessità che qualcuno assuma una decisione dopo avere ascoltato e discernito.
A quel punto la cura rischia di produrre una patologia diversa.
Il Concilio Vaticano II aveva affrontato la questione con un equilibrio che vale la pena recuperare. Lumen gentium afferma con grande forza la dignità battesimale di tutto il popolo di Dio e il sacerdozio comune dei fedeli. Nello stesso numero 10 precisa che il sacerdozio comune e quello ministeriale «differiscono essenzialmente e non solo di grado», mentre rimangono ordinati l’uno all’altro perché entrambi partecipano, secondo la propria modalità, dell’unico sacerdozio di Cristo.
Questa frase impedisce due semplificazioni opposte. La prima consiste nell’immaginare che il sacerdote possieda una dignità cristiana superiore a quella degli altri battezzati. Il Battesimo rende tutti realmente partecipi della vita di Cristo e nessun ministero autorizza qualcuno a considerarsi una categoria spiritualmente superiore. La seconda nasce quando la giusta valorizzazione del sacerdozio comune viene utilizzata per rendere quasi imbarazzante la differenza sacramentale del ministero ordinato.
Il sacerdote non è più cristiano degli altri. È stato però ordinato per un servizio che gli altri fedeli non ricevono attraverso il Battesimo.
La differenza è decisiva.
Nella vita concreta della Chiesa questo significa che la corresponsabilità non consiste nel distribuire quote di potere tra categorie ecclesiali che si contendono lo spazio. Il modello parlamentare, comprensibilissimo nella società civile, descrive male la comunione ecclesiale. Vescovi, presbiteri, diaconi e fedeli laici ricevono doni e responsabilità differenti che devono concorrere alla stessa missione.
Quando questa distinzione viene dimenticata, può accadere qualcosa di singolare: nel tentativo di correggere il prete che occupava tutto lo spazio, si comincia a considerare virtuoso il semplice fatto di sottrarglielo.
La questione diventa allora simbolica. Un laico che assume una responsabilità viene presentato quasi automaticamente come segno di rinnovamento; un sacerdote che richiama la specificità del proprio ministero rischia di essere sospettato di nostalgia clericale. Il discernimento sulla persona concreta, sulle competenze necessarie e sulla natura ecclesiale dell’incarico passa in secondo piano, perché il risultato sembra già positivo in quanto riduce la presenza del clero.
Qui l’anticlericalismo può diventare una strategia di governo.
La formula è volutamente provocatoria e richiede subito una precisazione. Non sto parlando dell’anticlericalismo storico che combatteva la presenza pubblica della Chiesa o considerava il sacerdote un ostacolo alla modernità. Penso a una forma più sottile, interna alla vita ecclesiale, nella quale chi possiede realmente l’autorità può legittimare il proprio esercizio del potere mostrando continuamente di diffidare della categoria sacerdotale.
Il paradosso è evidente: la persona che governa dall’alto può presentarsi come liberatrice dal clericalismo proprio mentre continua a esercitare un potere fortemente verticale.
Il problema, allora, non viene risolto. Cambia linguaggio.
Un vescovo che umilia sistematicamente i propri sacerdoti davanti ai laici non diventa per questo meno clericale. Un superiore che utilizza la retorica della corresponsabilità per sottrarsi al dialogo reale con i presbiteri non sta creando una Chiesa più sinodale. Una struttura nella quale i laici vengono investiti di responsabilità principalmente per mostrare che «finalmente i preti contano meno» continua a ragionare secondo una logica di potere, soltanto con protagonisti differenti.
Il clericalismo non si supera abbassando il sacerdote. Si supera convertendo il modo in cui ogni autorità viene esercitata.
Questo vale anzitutto per noi preti. Abbiamo molto da imparare. Possiamo diventare proprietari della parrocchia, difendere gelosamente gli spazi, temere collaboratori competenti e confondere l’ordinazione con una competenza universale che evidentemente il sacramento non conferisce. Un bravo architetto laico conoscerà l’architettura meglio del parroco; un economista potrà amministrare alcune questioni con strumenti che il sacerdote non possiede; un catechista formato avrà doni che meritano reale fiducia.
Lasciarsi aiutare non diminuisce il ministero. Può renderlo più vero.
La stessa verità vale però nell’altra direzione. La competenza professionale o pastorale di un fedele laico non gli conferisce il ministero ordinato, così come l’ordinazione non trasforma il sacerdote in specialista di ogni materia. La comunione nasce quando le differenze possono essere riconosciute senza trasformarsi in gerarchie di valore.
È precisamente ciò che la parola corresponsabilità dovrebbe esprimere.
Il Codice di Diritto Canonico, parlando della potestà di governo, afferma che coloro che hanno ricevuto l’Ordine sacro sono abili ad essa secondo il diritto e aggiunge immediatamente che i fedeli laici possono cooperare al suo esercizio secondo le disposizioni ecclesiali. Anche qui troviamo insieme differenza e collaborazione, senza bisogno di cancellare l’una per ottenere l’altra.
L’ecclesiologia cattolica vive spesso di queste relazioni che il nostro modo contemporaneo di ragionare vorrebbe trasformare in competizioni.
Se il sacerdote ha una responsabilità propria, qualcuno teme che il laico venga sminuito. Se viene valorizzato il laico, qualcun altro teme che il sacerdote venga esautorato. Continuiamo così a misurare la vita della Chiesa attraverso lo spazio occupato da ciascuno, mentre il criterio evangelico dovrebbe riguardare il servizio reso alla comunione e alla missione.
Questa mentalità produce anche un effetto doloroso sulla vita dei presbiteri.
Da una parte viene chiesto loro di assumere responsabilità sempre più vaste, spesso dentro territori segnati dalla diminuzione numerica del clero. Dall’altra possono ricevere un linguaggio ecclesiale nel quale il loro ministero appare quasi sempre associato a qualcosa da ridimensionare, controllare o purificare.
Un sacerdote maturo non ha bisogno di essere protetto dalle critiche. La correzione appartiene alla vita cristiana e chi riceve un ministero pubblico deve accettare anche una verifica più esigente. Esiste però una differenza tra correggere le deformazioni del sacerdozio e costruire un clima nel quale il sacerdote avverte che la propria specificità è diventata ecclesialmente sospetta.
Una Chiesa che desidera vocazioni sacerdotali dovrebbe interrogarsi anche sul modo in cui parla del sacerdozio.
Non possiamo chiedere a un giovane di consegnare la propria vita a Cristo attraverso il ministero ordinato e contemporaneamente presentare quel ministero quasi esclusivamente attraverso le sue patologie. Nessuno sceglierebbe liberamente una forma di vita che la stessa comunità cristiana descrive principalmente come problema da contenere.
La questione, naturalmente, non riguarda la difesa di una categoria professionale. Il sacerdote non è un dipendente ecclesiastico che reclama il riconoscimento del proprio ruolo. Il problema è sacramentale ed ecclesiologico.
Cristo ha voluto una Chiesa nella quale esiste un ministero apostolico e questo ministero assume una forma visibile nel vescovo, nei presbiteri che collaborano con lui e nei diaconi. La Chiesa può modificare molte strutture pastorali; non può trattare come una sopravvivenza storica ciò che appartiene alla propria costituzione sacramentale.
La sinodalità può aiutarci proprio a ritrovare questa armonia, se rimane fedele al significato che le Tracce le attribuiscono: una forma ecclesiale al servizio della missione, nella quale le Chiese locali discernono e decidono secondo i processi previsti dal diritto e dentro la comunione della Chiesa intera.
Il vescovo ascolta realmente il popolo affidato alle sue cure e rimane vescovo. Il sacerdote collabora sinceramente con i laici e rimane sacerdote. Il fedele laico assume responsabilità reali senza avere bisogno di diventare una copia del ministro ordinato.
Quando ciascuno può ricevere il dono dell’altro senza percepirlo come una minaccia, la corresponsabilità smette di essere redistribuzione di potere e diventa comunione.
Forse dovremmo allora usare la parola clericalismo con maggiore precisione.
Se significa denunciare l’uso del ministero come dominio, continuiamo a farlo con decisione, cominciando da noi sacerdoti. Se diventa una categoria generica con la quale svalutare la struttura sacramentale della Chiesa o considerare sospetta ogni autorità ordinata, abbiamo perso il bersaglio e rischiamo di generare ciò che volevamo combattere.
Perché esiste anche un clericalismo senza colletto romano: nasce ogni volta che qualcuno utilizza una posizione ecclesiale per esercitare potere, costruire dipendenze e rendere marginale chi non appartiene al proprio circuito.
Alla fine il problema non è chi possiede il ruolo.
È il modo in cui ciascuno riceve e vive il dono che gli è stato affidato.
La Chiesa sinodale avrà davvero fatto un passo avanti quando sacerdoti e laici non avranno bisogno di ridimensionarsi reciprocamente per sentirsi riconosciuti, perché avranno imparato a servire insieme una missione che appartiene a Cristo prima di appartenere a ciascuno di noi.
Rispondi