Cari amici, la memoria di santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, che la Chiesa celebra oggi, mi riporta ogni anno a una delle pagine più affascinanti della sua vicenda spirituale, perché racconta l’incontro tra una donna abituata a cercare la verità con il rigore della filosofia e una verità che, a un certo punto, smette di essere soltanto oggetto della ricerca e comincia a chiedere una risposta personale.
Edith Stein aveva attraversato gli anni della formazione filosofica con una serietà intellettuale che non le permetteva di accontentarsi di risposte ricevute per abitudine. Nata in una famiglia ebraica, si era progressivamente allontanata dalla pratica religiosa e aveva cercato nella filosofia, soprattutto attraverso la fenomenologia di Husserl, una via capace di condurla alla realtà delle cose senza ridurle alle nostre impressioni. Il cammino verso la fede fu lungo e passò attraverso incontri, letture e testimonianze che lentamente incrinarono la sicurezza di una ragione convinta di poter cercare da sola.
Nell’estate del 1921, mentre soggiornava presso l’amica Hedwig Conrad-Martius, trovò nella biblioteca la Vita di santa Teresa d’Avila. Cominciò a leggerla e continuò per tutta la notte, fino a giungere alla conclusione che avrebbe segnato il resto della sua esistenza. Chiuse il libro riconoscendo di essersi trovata davanti a quella verità che aveva cercato per anni e che ora le appariva nella forma di una presenza capace di coinvolgere l’intera vita.
Questo episodio mi colpisce perché mostra quanto sia improprio contrapporre la fede alla ricerca della verità. Edith Stein non arrivò a Cristo rinunciando alla propria intelligenza; vi arrivò portando fino in fondo la domanda che aveva guidato la sua ricerca filosofica. La fede non cancellò la ragione che l’aveva condotta fin lì, la aprì piuttosto a un orizzonte nel quale la verità non era più soltanto qualcosa da comprendere, perché chiedeva anche di essere accolta.
In questi stessi giorni di agosto, avvicinandoci alla solennità dell’Assunta, un altro avvenimento della storia cristiana invita a riflettere sul rapporto tra ciò che possiamo constatare e il significato che la fede riconosce dentro la realtà. Si tratta delle particole conservate nella basilica di San Francesco a Siena, legate a una vicenda iniziata quasi tre secoli fa.
Alla vigilia dell’Assunta del 1730, mentre la città era raccolta nelle celebrazioni dedicate alla propria Patrona, alcuni ladri entrarono nella chiesa di San Francesco e sottrassero la pisside che conteneva circa trecentocinquanta particole consacrate. Il furto venne scoperto il giorno seguente e suscitò una profonda impressione nella città, tanto che l’arcivescovo Alessandro Zondadari dispose preghiere pubbliche e digiuni.
Il 17 agosto le particole furono ritrovate nella vicina chiesa di Santa Maria in Provenzano, dentro una cassetta destinata alle elemosine, tra denaro, polvere e ragnatele. Dopo gli accertamenti dell’autorità ecclesiastica furono ricondotte processionalmente a San Francesco e conservate, mentre con il passare degli anni cominciò a emergere un fatto inatteso: le ostie non mostravano il normale processo di deterioramento che ci si sarebbe potuti attendere da pane azzimo conservato per un tempo tanto lungo.
Le ricognizioni compiute nei decenni successivi documentarono ripetutamente questo stato di conservazione. Nel 1914 l’arcivescovo Prospero Scaccia affidò l’esame delle particole a una commissione composta da specialisti dell’Università di Siena, chiamati anzitutto a verificare che si trattasse realmente di pane azzimo e a valutarne lo stato materiale. L’analisi accertò la presenza di amido, componente fondamentale del pane, e descrisse le particole come ancora in buono stato di conservazione, senza i normali segni di alterazione.
La vicenda diventò ancora più interessante perché la conservazione non poteva essere attribuita a particolari condizioni artificiali create appositamente per proteggerle. La documentazione diocesana ricorda anzi che, nel corso della loro storia, le particole furono esposte all’aria, trasferite più volte, toccate durante le ricognizioni e persino sottoposte alle conseguenze di un secondo furto avvenuto nel 1951, quando furono lasciate dai ladri all’interno del tabernacolo e successivamente trattate durante le indagini della polizia.
Nel 2014, a un secolo dalle analisi più importanti, l’Arcidiocesi di Siena procedette a una nuova ricognizione dopo aver ricevuto il consenso della Congregazione per la Dottrina della Fede. Le verifiche non invasive confermarono ancora una volta lo stato di conservazione delle particole e rilevarono l’assenza di contaminazioni microbiche.
La Chiesa senese parla prudentemente di un “prodigio eucaristico”, e credo che proprio questa parola ci aiuti a custodire il giusto equilibrio.
La scienza può osservare le particole, verificarne la composizione, documentarne la conservazione e confrontare ciò che vede con il normale comportamento della materia organica. Può riconoscere un fenomeno anomalo e descriverlo con gli strumenti che le appartengono. La domanda sul significato ultimo di quel fenomeno oltrepassa invece il metodo scientifico e appartiene a un altro livello della conoscenza.
La fede cristiana non ha bisogno di costringere la scienza a dichiarare ciò che essa, per natura, non può dichiarare. Un laboratorio può stabilire che una particola conserva determinate caratteristiche dopo quasi tre secoli; non possiede uno strumento con il quale misurare la presenza sacramentale di Cristo o certificare l’intervento soprannaturale di Dio.
Eppure ciò che la scienza constata può diventare, per il credente, occasione per interrogarsi.
È qui che il prodigio di Siena incontra, in modo sorprendente, la storia di Edith Stein. I due avvenimenti appartengono a piani profondamente diversi e non hanno bisogno di essere artificialmente sovrapposti. In entrambi, però, troviamo una realtà che si presenta all’uomo e gli chiede di prendere posizione.
Edith Stein incontra la testimonianza di Teresa d’Avila e riconosce che la propria ricerca della verità è arrivata davanti a una soglia oltre la quale deve entrare personalmente. A Siena rimane davanti ai nostri occhi un fenomeno materiale documentato lungo i secoli, sul quale la ragione può indagare e davanti al quale la fede può lasciarsi interrogare.
Il segno cristiano funziona così. Non costringe, perché Dio non elimina la libertà dell’uomo attraverso una prova schiacciante. Offre piuttosto una realtà che può essere accolta, studiata, persino contestata, e proprio dentro questa possibilità lascia spazio alla decisione personale.
Anche i contemporanei di Gesù videro segni e non tutti credettero. Il Vangelo non nasconde questa possibilità, perché la fede non nasce semplicemente dalla quantità delle prove raccolte. Coinvolge l’intelligenza e nello stesso tempo raggiunge quella parte profonda della persona nella quale una verità riconosciuta deve diventare affidamento.
Questo impedisce anche di usare i prodigi eucaristici come una sorta di arma apologetica destinata a mettere l’incredulo con le spalle al muro. Il mistero dell’Eucaristia poggia anzitutto sulla parola di Cristo e sulla fede apostolica custodita dalla Chiesa; non dipende dall’esistenza di fenomeni straordinari che vengano a supplire ciò che altrimenti sarebbe insufficiente.
Quando questi segni esistono, possono tuttavia diventare una delicata conferma e un richiamo.
Le particole di Siena non aggiungono qualcosa all’Eucaristia celebrata ogni giorno in migliaia di chiese. La stessa Presenza che veneriamo davanti a quelle ostie consacrate nel 1730 è quella che il fedele incontra nella Messa più semplice di una piccola parrocchia, senza alcun prodigio visibile e senza alcun fenomeno capace di attirare l’attenzione dei giornali.
Ed è forse proprio questo il significato spirituale più fecondo della vicenda.
Potremmo percorrere molti chilometri per vedere un segno straordinario e dimenticare che, entrando nella nostra chiesa, passiamo quotidianamente davanti al tabernacolo con una distrazione quasi perfetta. Possiamo interessarci alle analisi scientifiche compiute sulle particole di Siena e ricevere poi l’Eucaristia senza avere realmente coscienza di Chi ci viene consegnato.
Il prodigio, allora, raggiunge il suo scopo quando ci riconduce al Mistero che indica.
Allo stesso modo, la conversione di Edith Stein non ci viene consegnata per farci ammirare una grande intellettuale che alla fine “si arrese” alla fede, perché la sua vicenda è molto più profonda. Ci mostra una donna che ebbe il coraggio di non sottrarsi alle conseguenze della verità quando la riconobbe.
In lei l’intelligenza non venne umiliata dalla fede e la fede non ebbe paura dell’intelligenza.
Nel prodigio di Siena la materia non diventa argomento contro la ragione e la ragione non viene trattata come nemica del mistero.
Forse è questo il filo che unisce due storie tanto lontane: Dio lascia nella vita dell’uomo segni che chiedono di essere guardati senza superficialità, e la loro forza non consiste nell’imporsi come una dimostrazione matematica, perché aprono piuttosto una domanda alla quale ciascuno è chiamato a rispondere personalmente.
Edith Stein cercò la verità fino al punto in cui la verità cominciò a cercare lei. Le particole custodite a Siena continuano, quasi tre secoli dopo il furto del 1730, a porre una domanda silenziosa davanti a chi le osserva. La fede cristiana vive anche di questa disponibilità: accettare che alcune realtà non ci vengano incontro per chiudere ogni domanda, bensì per aprire più profondamente il cuore al Mistero che esse indicano.
Riferimenti essenziali
Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, biografia pubblicata dalla Santa Sede.
San Giovanni Paolo II, Omelia per la beatificazione di Edith Stein, Colonia, 1° maggio 1987.
Arcidiocesi di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, La storia del Prodigio Eucaristico di Siena.
Arcidiocesi di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Ricognizione delle Sacre Particole 2014.
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