don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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CUI PRODEST? CHE COSA CHIEDIAMO QUANDO CHIEDIAMO UNA BENEDIZIONE?

Fiducia supplicans e una domanda pastorale che riguarda il significato del gesto

Cari amici, torno sulla questione delle benedizioni previste da Fiducia supplicans perché, dopo molte discussioni, continuo ad avere l’impressione che una parte importante del problema rimanga sullo sfondo. Abbiamo discusso a lungo se sia possibile impartire una benedizione a coppie che vivono situazioni irregolari o a coppie dello stesso sesso, quali condizioni debbano essere rispettate e quanto il gesto possa essere frainteso. La Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede e il successivo chiarimento del gennaio 2024 hanno delimitato con precisione ciò che viene consentito: una benedizione pastorale breve e spontanea, priva di forma rituale, distinta dal matrimonio e incapace per sua stessa natura di legittimare la situazione nella quale le persone si trovano. Resta però una domanda precedente, forse meno appariscente e pastoralmente decisiva: che cosa crede di chiedere chi domanda quella benedizione?

La domanda nasce dal significato stesso della benedizione cristiana. Quando un uomo si presenta davanti a Dio chiedendo di essere benedetto, non domanda semplicemente che il Signore lasci intatta la sua vita aggiungendovi una generica protezione religiosa. Chiede che quella vita venga raggiunta dalla grazia, illuminata e orientata verso la volontà di Dio. Fiducia supplicans utilizza proprio questo linguaggio quando parla della presenza dello Spirito Santo che investe ciò che vi è di vero e di buono, lo sana, lo eleva e conduce le relazioni verso una fedeltà sempre maggiore al Vangelo. Nella breve preghiera che precede la benedizione, aggiunge il documento, il sacerdote può invocare «la luce e la forza di Dio per poter compiere pienamente la sua volontà». Se prendiamo seriamente queste parole, il gesto acquista una densità molto più grande di quella che spesso gli viene attribuita nel dibattito pubblico.

Benedire significa allora introdurre una persona dentro una domanda rivolta a Dio, sapendo che la risposta divina può anche chiedere un cambiamento. La grazia consola e nello stesso tempo converte; guarisce ciò che è ferito e ordina ciò che nella vita non corrisponde ancora pienamente al Vangelo. Ogni cristiano vive questa esperienza. Quando chiedo al Signore di benedire il mio ministero sacerdotale, non gli sto chiedendo di approvare automaticamente ogni scelta che compio come sacerdote; gli domando di purificarmi, correggermi e rendermi più fedele al dono ricevuto. Quando una famiglia chiede una benedizione, affida a Dio anche le proprie fragilità e permette alla sua volontà di giudicare ciò che nella vita familiare ha bisogno di conversione. La benedizione cristiana possiede sempre questa apertura alla signoria di Dio.

Da qui nasce una questione pastorale che merita di essere affrontata senza aggressività verso le persone e senza impoverire il significato del gesto. Una coppia che chiede la benedizione può desiderare sinceramente la vicinanza di Dio e della Chiesa. Questo desiderio merita rispetto e rappresenta spesso un punto prezioso dal quale iniziare un cammino. Proprio per rispetto verso coloro che si avvicinano alla Chiesa occorre però evitare che la benedizione venga percepita come una semplice conferma religiosa della situazione esistente. Il Dicastero ha cercato esplicitamente di impedire questa interpretazione, escludendo rituali, gesti propri del matrimonio e qualsiasi collegamento con una cerimonia civile. La cautela disciplinare rivela dunque una preoccupazione teologica precisa: la vicinanza pastorale della Chiesa deve rimanere leggibile senza diventare una dichiarazione diversa dalla dottrina che essa continua a professare.

La domanda «cui prodest?» acquista allora un significato differente da quello di una provocazione polemica. A chi giova una benedizione? Giova alla persona che attraverso di essa apre realmente la propria vita a Dio. Giova quando il gesto la aiuta a riconoscersi bisognosa della grazia e le permette di intraprendere un cammino nel quale il Signore possa operare. Diventa molto più difficile comprenderne il frutto quando la benedizione viene richiesta o presentata pubblicamente come riconoscimento di uno status che il documento dichiara esplicitamente di non voler riconoscere. In quel caso il segno sacramentale rischia di essere caricato di un significato estraneo alla propria natura, e la confusione finisce per danneggiare proprio coloro ai quali si desiderava mostrare vicinanza.

C’è un aspetto che considero particolarmente delicato. Il sacerdote che impartisce la benedizione conosce, almeno in linea di principio, il significato teologico che la Chiesa attribuisce al gesto. La persona che la riceve può invece arrivare con categorie molto diverse, formate dalla comunicazione pubblica, dai titoli dei giornali o dalla comprensibile speranza di sentirsi riconosciuta. Tra questi due significati può aprirsi una distanza. Se il ministro pensa di invocare la grazia perché una vita cresca nella conformità al Vangelo e chi riceve il gesto crede che la Chiesa stia finalmente confermando la bontà della propria condizione, abbiamo compiuto esteriormente lo stesso atto vivendo interiormente due interpretazioni differenti.

È precisamente qui che la pastorale dovrebbe esercitare la propria arte migliore. Accompagnare significa anche aiutare una persona a capire ciò che sta domandando. Una breve spiegazione, pronunciata con rispetto e senza trasformare l’incontro in un interrogatorio, può restituire alla benedizione la propria verità: «Chiediamo insieme che Dio vi accompagni, vi doni la sua luce e vi renda capaci di compiere pienamente la sua volontà». Non occorre utilizzare il momento per risolvere in pochi minuti tutte le questioni morali della vita di chi abbiamo davanti. Occorre però permettere che il nome di Dio rimanga al centro del gesto e che la sua volontà non venga silenziosamente sostituita dalla nostra necessità di sentirci approvati.

Questa attenzione riguarda anche il linguaggio ecclesiale. Quando diciamo che la Chiesa «benedice tutti», pronunciamo una frase vera se intendiamo che nessuna persona viene esclusa dalla possibilità di ricevere la preghiera e l’aiuto di Dio. Diventa insufficiente quando viene recepita come se la benedizione fosse una specie di certificato attraverso il quale ogni scelta riceve il sigillo divino. Gesù accoglie le persone dentro una relazione che apre un futuro; la misericordia evangelica possiede proprio questa fecondità, perché permette all’uomo di incontrare Dio nella condizione reale in cui si trova e da quell’incontro può nascere un cammino nuovo.

Anche la parola «pastorale» ha bisogno di essere custodita da un equivoco simile. La pastorale non è il settore nel quale la dottrina smette di essere importante affinché le persone possano sentirsi accolte. È il luogo nel quale la verità della fede diventa relazione, pazienza e accompagnamento concreto. Quando questa relazione è autentica, non ha bisogno di aggredire la coscienza e non ha bisogno neppure di nascondere ciò che la Chiesa crede. Può attendere i tempi della persona, accompagnarne le domande e riconoscere ogni passo verso il bene, mantenendo aperta la direzione del cammino verso Cristo.

Fiducia supplicans, letta integralmente, offre proprio questo criterio quando afferma che le relazioni umane devono poter maturare, liberarsi dalle fragilità e crescere nella fedeltà al Vangelo. È una formulazione che merita di essere presa più sul serio di quanto talvolta sia accaduto sia tra i sostenitori sia tra i critici del documento. Chi utilizza la Dichiarazione come prova che la Chiesa abbia ormai modificato la propria dottrina sul matrimonio forza il testo oltre ciò che esso afferma; chi la presenta come semplice benedizione del peccato ignora ugualmente le condizioni e la finalità dichiarate dal Dicastero.

Rimane aperta, a mio avviso, una difficoltà reale di ricezione. Un documento può specificare con grande precisione ciò che una benedizione significa sul piano teologico e disciplinare, mentre nella vita concreta quel gesto entra immediatamente in un universo comunicativo nel quale immagini, titoli e interpretazioni pubbliche possiedono un peso enorme. Il problema pastorale diventa allora custodire la distanza tra ciò che la Chiesa intende compiere e ciò che il gesto viene fatto significare. Questa difficoltà non rende inutile la benedizione; chiede una responsabilità maggiore a chi la impartisce e a chi la comunica.

Alla fine torno quindi alla domanda iniziale.

Siamo sicuri che una benedizione verrebbe sempre richiesta nello stesso modo se fosse pienamente compreso ciò che la Chiesa sta domandando a Dio?

Forse qualcuno la desidererebbe ancora di più, scoprendo che la Chiesa non gli offre semplicemente un gesto di cortesia religiosa, bensì la possibilità di affidare davvero la propria vita alla grazia. Forse qualcun altro si accorgerebbe che ciò che cercava era un riconoscimento differente da quello che la benedizione può offrire. Anche questa chiarezza sarebbe pastoralmente preziosa, perché impedirebbe di costruire aspettative destinate prima o poi a produrre delusione.

La Chiesa benedice perché desidera la salvezza delle persone. Invoca il Signore affinché entri nella loro storia, sostenga ciò che è buono, guarisca ciò che è ferito e conduca ogni libertà verso la pienezza della sua volontà. Quando una benedizione conserva questa direzione, il gesto rimane davvero evangelico e può diventare l’inizio di un cammino.

La domanda decisiva, dunque, non riguarda soltanto chi possa essere benedetto. Riguarda ciò che chiediamo a Dio quando pronunciamo la parola benedizione.

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