don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Seduti a tavola, io e don Peppino, da soli, tra un piatto caldo e la fraternità che ci unisce da anni, le Scritture tornano a farsi vive, come antiche amiche che bussano al cuore nel silenzio del pasto. È sempre un piacere scambiare idee con lui: uomo colto, fine e, nonostante i suoi novantasei anni, ancora sorprendentemente lucido. Greco, latino ed ebraico affiorano spontanei sulle sue labbra, come se appartenessero alla memoria profonda della sua vita.

Lo interrogo sulla riflessione di questa mattina, quella che mi ha accompagnato fin sull’altare, sul peccato di Mosè e Aronne a Meribà. E lui, con un guizzo, quasi sobbalzando dalla tavola, esclama: «E di Maria? Ne hai parlato?». Comincia allora una cascata di pensieri, di riferimenti biblici ed etimologici, che mi sollecitano la mente e accendono il cuore.

Così, parlando di Mosè e Aronne, ci siamo ritrovati a guardare verso di lei: Miriam, la loro sorella. Una donna che non guida da sola e che, tuttavia, appartiene in modo decisivo alla storia della liberazione d’Israele. Non scrive la Legge e non esercita il sacerdozio di Aronne; eppure la Scrittura la presenta come profetessa, presente accanto ai fratelli nel momento in cui Dio conduce il suo popolo fuori dalla schiavitù.

Miriam è lì, all’inizio della storia, a sorvegliare il cestino tra i giunchi. È lei a parlare con la figlia del Faraone e a far sì che Mosè venga ricondotto alla madre perché lo allatti. Quando Israele attraversa il mare e canta la liberazione, sarà ancora lei a prendere il tamburello e a intonare: «Cantate al Signore: ha gettato in mare cavallo e cavaliere» (Es 15,21). Il popolo conosce la guida di Mosè, il ministero sacerdotale di Aronne e anche la voce profetica di Miriam.

La stessa donna conoscerà però anche la fragilità. Nel racconto di Numeri 12, dopo aver parlato contro Mosè insieme ad Aronne, viene colpita dalla lebbra e posta fuori dall’accampamento per sette giorni. Il testo non cancella il suo ruolo, ma mostra che ogni dono ricevuto deve rimanere custodito nell’umiltà e nell’obbedienza a Dio. Persino una presenza importante nella storia della salvezza può essere purificata.

Quando, nella pienezza dei tempi, il nome Miriam risuona nuovamente nel Vangelo nella forma che noi pronunciamo come Maria, la memoria biblica si apre a una luce nuova. Maria di Nazaret non è la sorella di Mosè trasportata in un’altra epoca, e la Scrittura non suggerisce una continuità biografica tra le due figure. La loro vicinanza può però diventare, nella meditazione cristiana, un richiamo suggestivo: nella prima Miriam vediamo una donna inserita nella liberazione d’Israele; nella Madre del Signore contempliamo colei che accoglie nella carne il Liberatore definitivo.

Maria non guida attraverso il potere. Custodisce la Parola, pronuncia il suo sì e accompagna Gesù fino alla Croce. Nel Cenacolo la ritroviamo in preghiera con gli apostoli, dentro il cuore della Chiesa nascente. La sua grandezza non consiste nell’aver conquistato una funzione, ma nell’aver consegnato tutta la propria persona all’opera di Dio.

Da qui nasce anche una domanda sulla presenza della donna nella Chiesa. Le Scritture non la riducono a comparsa e non la comprendono neppure secondo la sola logica dell’accesso al potere. Miriam è profetessa accanto a Mosè e Aronne; Maria di Nazaret è Madre del Signore e figura della Chiesa. La loro presenza invita a riconoscere doni reali, responsabilità autentiche e forme di servizio che non hanno bisogno di essere misurate unicamente sulle categorie del potere.

Michea ricorda al popolo che Dio mandò davanti a Israele «Mosè, Aronne e Miriam» (Mi 6,4). Maria, nel Vangelo, non reclama spazi: li abita con santità. Il suo Magnificat diventa profezia, il suo ascolto diventa maternità, la sua perseveranza diventa presenza ecclesiale. La Chiesa non può comprendere pienamente se stessa dimenticando questo volto femminile che accompagna la storia della salvezza.

Forse è questo il filo più vero che unisce, nella nostra meditazione, Miriam e Maria: Dio chiama uomini e donne dentro la sua opera, li purifica, ne custodisce i doni e li rende capaci di servire un disegno più grande di loro. La prima canta sulle rive del mare la liberazione dall’Egitto; Maria di Nazaret canta il Magnificat mentre porta in sé Colui che libererà l’uomo dal peccato e dalla morte.

E la Chiesa continua a pregare con Maria, attendendo il compimento della promessa e dicendo con tutta se stessa: «Vieni, Signore Gesù».

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