don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Questa mattina, nella quiete della cripta, ho celebrato la Santa Messa. Mentre proclamavo le Scritture e poi elevavo l’Ostia e il Calice, una risonanza profonda si è fatta strada nella mia anima. Il silenzio sacro che avvolgeva la piccola cappella sotterranea sembrava amplificare il suono delle parole bibliche, che si andavano scolpendo dentro di me come su pietra viva. Gli occhi del corpo erano rivolti al crocifisso che domina l’altare della cripta; quelli dell’anima scrutavano altre rocce della Rivelazione.

Nel gesto semplice e solenne dell’elevazione si è affacciata alla mente la figura di Mosè nel deserto: il bastone, il popolo mormorante, la roccia e l’acqua. Subito dopo, quasi nella stessa trama, Pietro davanti al Maestro, capace di una confessione che lo innalza e, poco dopo, di una resistenza che lo umilia. Infine Cristo, la vera roccia, trafitto sul Golgota, dal cui costato sgorgano sangue e acqua. Celebrando l’unico Sacrificio mi rendevo conto che ogni sacerdote viene posto proprio lì, tra la parola ricevuta e la ferita offerta, tra la fede professata e il Sangue versato.

Nel cuore del deserto, mentre il popolo geme per la sete, Dio comanda a Mosè di prendere il bastone e parlare alla roccia perché ne scaturisca l’acqua. Mosè, insieme ad Aronne, si lascia però vincere dall’esasperazione: colpisce due volte la pietra e si rivolge al popolo con durezza. Le acque scorrono, e tuttavia il Signore rimprovera i due fratelli perché non hanno manifestato davanti a Israele la santità di Dio (Nm 20,1-13).

Il testo mette in luce qualcosa di più profondo della sola irregolarità del gesto. A chi è chiamato a guidare il popolo viene chiesto di non sovrapporre il proprio risentimento alla parola di Dio. La roccia avrebbe dato acqua per obbedienza alla promessa del Signore. Mosè e Aronne, nel momento della fatica, lasciano che il loro temperamento entri nel segno che sono chiamati a compiere. A chi è dato di essere guida viene chiesto di essere trasparenza.

Ogni sacerdote e ogni pastore incontra prima o poi questa domanda: parlerai alla roccia o finirai per colpirla? Permetterai alla Parola di Dio di raggiungere il cuore del popolo o userai il ministero per dare voce alla tua amarezza? La santità pastorale non si misura soltanto dal risultato ottenuto. Si riconosce nella fedeltà con cui il ministro lascia passare attraverso di sé il volto di Dio.

In un altro luogo segnato dalla roccia, Cesarea di Filippo, Pietro proclama: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù lo benedice e gli dice: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Poco dopo, lo stesso Pietro si scandalizza davanti all’annuncio della Passione e tenta di distogliere il Maestro dalla Croce. Colui che ha appena confessato la fede deve ancora imparare che il Cristo riconosciuto è il Cristo crocifisso.

Anche qui c’è una roccia e una prova. Pietro diventerà pietra viva non perché non cadrà, ma perché si lascerà rialzare. Sarà fondamento per grazia, non per autosufficienza. La sua solidità nasce dalla fedeltà di Cristo e passa attraverso il pianto, il perdono, la consegna rinnovata: «Pasci le mie pecore».

Il sacerdote non è roccia per natura. Lo diventa nella misura in cui rimane appoggiato alla Roccia che è Cristo. Quando pretende di sostituirsi a Lui, il ministero si irrigidisce; quando accetta di lasciarsi convertire, può diventare sostegno per altri. La fede di Pietro resta così una scuola permanente: salda nella confessione, fragile nella carne, custodita dalla misericordia.

Nella pienezza dei tempi appare infine la Roccia definitiva. Cristo viene trafitto sul Golgota e dal suo costato sgorgano sangue e acqua. Non siamo più davanti a una semplice figura. Il segno si compie nel dono del Figlio, e la Chiesa contempla da quella ferita la sorgente dei sacramenti e della propria vita.

Ogni sacerdote è chiamato a percorrere questo itinerario: da Mosè, che deve imparare l’obbedienza della guida, a Pietro, che confessa e viene corretto, fino a Cristo, che si dona interamente. Essere pietra viva non significa diventare duri. Significa lasciarsi lavorare dalla grazia per poter sorreggere senza schiacciare, custodire senza possedere, servire senza trasformare il ministero in affermazione di sé.

Nella spiritualità di san Gaspare questo movimento trova una luce particolare nel Sangue di Cristo: il ministro è chiamato a lasciarsi raggiungere dal prezzo della redenzione, perché ciò che annuncia non resti una dottrina esterna alla sua vita. La roccia trafitta diventa così scuola di un sacerdozio che non cerca di imporsi, ma accetta di essere speso perché altri abbiano vita.

Contemplando Meribà, Cesarea e il Calvario comprendiamo allora che il ministero sacerdotale è una sequela scolpita nell’acqua e nel Sangue. La Chiesa è fatta di pietre vive, e il fondamento rimane sempre Lui: Cristo, l’Agnello immolato, il Pastore trafitto, la Roccia dalla quale sgorga la salvezza del mondo.

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