Oggi la Chiesa celebra il mistero luminoso della Trasfigurazione. Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e sul monte manifesta la sua gloria. In quell’attimo, il volto di Cristo risplende e le sue vesti diventano bianchissime. È l’anticipazione della nostra sorte eterna: siamo fatti per la luce, per una bellezza che non appassisce e per quella gloria alla quale il Risorto vuole renderci partecipi.
Davanti a questo mistero ciascuno di noi è posto dinanzi a una scelta reale: lasciarsi trasfigurare da Cristo oppure permettere al peccato di sfigurare progressivamente ciò che Dio ha creato per la comunione con sé. Il peccato originale ha ferito la natura umana e ci ha privati dei doni preternaturali che la tradizione teologica riconosce nello stato originario: integrità, scienza infusa, immortalità e impassibilità. Non si tratta di immaginare una giovinezza terrena senza fine, quanto di riconoscere che la corruzione e la morte non appartenevano al progetto originario di Dio sull’uomo.
La nostra condizione presente conosce invece il limite, il dolore, l’invecchiamento e la morte. Leopardi, con la sua lucidità amara, poneva alla natura la domanda: «Perché di tanto inganni i figli tuoi?». La fede cristiana risponde guardando al Risorto: Dio non inganna e la sua promessa non viene meno. In Cristo ciò che era perduto viene restaurato e portato a un compimento più grande. La nostra vocazione non consiste nel tornare a un’eterna giovinezza terrena, bensì nell’essere trasfigurati per sempre in Lui.
Il Tabor ci domanda allora verso quale forma stiamo orientando la nostra vita. Ogni scelta morale, ogni gesto di fede, ogni ritorno alla grazia dispone il cuore a lasciarsi conformare a Cristo. Chi cerca il Signore, anche mentre il corpo porta i segni del tempo, può rinnovarsi interiormente di giorno in giorno; chi si consegna al peccato può invece custodire esteriormente vigore e giovinezza mentre lascia crescere dentro di sé l’ombra della lontananza da Dio.
Lasciamoci dunque trasfigurare dalla preghiera, dall’Eucaristia e dalla Parola. È qui che impariamo a portare già nella fragilità presente qualcosa della bellezza che non sfiorisce. Siamo fatti per il cielo. Cristo non ci promette una vita che semplicemente dura: ci apre alla vita piena nella comunione con Dio.
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