don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Cari amici, Lourdes è uno di quei luoghi davanti ai quali credenti e non credenti sembrano spesso costretti a scegliere immediatamente il proprio schieramento. C’è chi pronuncia la parola «miracolo» come se ogni guarigione raccontata da un pellegrino costituisse già una prova dell’intervento soprannaturale di Dio; c’è chi, dalla parte opposta, considera sufficiente ricordare che la medicina continua a progredire per archiviare qualunque evento inspiegato come semplice ignoranza provvisoria. La storia di Lourdes è molto più interessante proprio perché la Chiesa ha scelto, fin dall’Ottocento, una strada assai meno comoda: prima di parlare di miracolo, lascia che i medici facciano fino in fondo il loro lavoro.

L’Ufficio delle Constatazioni Mediche nacque nel 1883 affinché nessuno potesse lasciare il santuario dichiarandosi guarito senza sottoporre il proprio caso a una verifica rigorosa e collegiale. La scelta dice qualcosa che merita di essere ricordato. La fede cattolica non ha interesse a fabbricare miracoli e non teme che una guarigione venga spiegata scientificamente. Se esiste una causa medica plausibile, è giusto riconoscerla; la verità non viene diminuita dal fatto che l’uomo riesca a comprendere un processo naturale. Proprio per questo, a Lourdes, una dichiarazione di guarigione apre un percorso che può durare molti anni e che nella grandissima maggioranza dei casi non conduce ad alcun riconoscimento miracoloso.

Il procedimento è particolarmente severo. Occorre anzitutto accertare che la malattia fosse reale, grave e documentata attraverso dati clinici oggettivi; viene poi verificato che la guarigione non possa essere ragionevolmente attribuita alle terapie ricevute e che sia avvenuta in modo improvviso, completo e durevole. Il dossier passa attraverso specialisti, medici curanti e il Comitato Medico Internazionale di Lourdes, che può limitarsi a dichiarare che, allo stato delle conoscenze disponibili, quella guarigione presenta un carattere eccezionale e non trova una spiegazione medica adeguata. Il passaggio ulteriore appartiene alla Chiesa: è il vescovo della diocesi della persona guarita a poter riconoscere eventualmente il carattere miracoloso dell’evento. La medicina non proclama miracoli e la Chiesa non formula diagnosi mediche. È proprio la distinzione dei compiti a rendere seria l’intera procedura.

Quest’anno questa lunga storia ha conosciuto un nuovo capitolo particolarmente significativo per noi italiani. Il 16 aprile 2025 è stato riconosciuto il settantaduesimo miracolo legato a Lourdes, quello di Antonietta Raco, una donna italiana affetta da sclerosi laterale primaria. La guarigione risale al 2009, durante un pellegrinaggio con l’UNITALSI. Antonietta avvertì un improvviso cambiamento delle proprie condizioni e, nei mesi successivi, gli esami mostrarono la scomparsa dei sintomi. Dichiarò la guarigione all’Ufficio Medico nel 2010; seguirono controlli e riunioni negli anni successivi, fino alla valutazione del Comitato Medico Internazionale nel novembre 2024 e alla proclamazione ecclesiale del miracolo nell’aprile di quest’anno da parte del suo vescovo, mons. Vincenzo Carmine Orofino. Tra l’evento e il riconoscimento sono trascorsi quasi sedici anni. La lentezza, in questo caso, non è esitazione: è parte della serietà del discernimento.

Forse proprio questo aiuta a comprendere che cosa sia un miracolo nella fede cristiana. Il miracolo non è un buco nella conoscenza scientifica nel quale inserire Dio finché la medicina non trovi una spiegazione migliore. Dio non vive negli spazi lasciati liberi dalla nostra ignoranza. La fede cristiana riconosce in Lui il Creatore dell’intera realtà, anche delle leggi naturali che la scienza studia e progressivamente comprende. Quando la Chiesa parla di miracolo, guarda a un evento straordinario inserito in un contesto di fede e si domanda se quel fatto possa essere riconosciuto come segno della libera azione di Dio. La guarigione, dunque, non diventa importante soltanto perché la medicina non riesce a spiegarla; acquista il proprio significato pieno dentro la relazione della persona con Dio e dentro i frutti spirituali che accompagnano l’evento.

C’è un particolare che mi colpisce sempre quando penso a Lourdes. Dal 1858 milioni di malati sono passati davanti alla Grotta di Massabielle e la quasi totalità è tornata a casa con la propria malattia. Se Lourdes fosse soltanto il luogo nel quale andare per ottenere una guarigione fisica, la sua storia apparirebbe piuttosto difficile da spiegare. Eppure continuano ad arrivare malati, familiari, volontari, persone che sanno benissimo di non avere alcuna promessa di guarigione. Accade perché il cuore di Lourdes si trova altrove: nell’incontro con Cristo attraverso Maria, nella preghiera, nei sacramenti, nella possibilità di vivere la propria fragilità senza sentirsi ridotti alla malattia.

Le guarigioni riconosciute dalla Chiesa acquistano significato precisamente dentro questa storia più grande. Sono pochissime rispetto alle innumerevoli dichiarazioni raccolte e ancora meno rispetto ai milioni di pellegrini passati per Lourdes. Proprio questa sproporzione rende poco credibile l’idea di una Chiesa ansiosa di moltiplicare eventi straordinari. Se avesse cercato pubblicità religiosa, avrebbe scelto criteri assai più generosi. Ha preferito invece una prudenza che qualche volta lascia trascorrere decenni, accettando che molti casi rimangano semplicemente «inspiegati» senza trasformarli per questo in miracoli.

La scienza, dunque, a Lourdes non si inginocchia davanti alla fede. Fa il proprio mestiere fino all’ultima domanda alla quale può rispondere. Studia la patologia, ricostruisce le terapie, confronta gli esami, valuta il decorso e stabilisce se le conoscenze mediche disponibili permettano una spiegazione sufficiente. Quando non la trovano, i medici non sono invitati a pronunciare il nome di Dio; possono soltanto riconoscere il limite della spiegazione attualmente disponibile. È già molto, perché una vera scienza non ha bisogno di fingere di sapere ciò che ancora non sa.

Anche la fede deve rispettare il proprio limite, che in realtà è la sua grandezza. Non utilizza ciò che la scienza non comprende per costruire una dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio. Un miracolo rimane un segno e, come ogni segno evangelico, domanda libertà. Si può guardare la stessa guarigione e fermarsi alla constatazione dell’inspiegato; il credente può invece riconoscervi una presenza che lo conduce oltre l’evento. Nel Vangelo accade continuamente: Gesù compie segni reali e neppure i segni costringono tutti a credere. La fede non nasce dalla sconfitta della ragione, cresce quando la ragione accetta di rimanere aperta a una realtà più grande di ciò che riesce immediatamente a misurare.

Forse è questo il dono più interessante che Lourdes continua a offrire al nostro tempo. Viviamo in una cultura nella quale la scienza viene qualche volta caricata di domande alle quali non pretende neppure di rispondere, quasi dovesse stabilire il significato ultimo dell’esistenza, e la religione viene talvolta utilizzata per offrire risposte troppo rapide là dove sarebbe necessario rispettare la complessità della realtà. Lourdes costringe entrambe a una certa umiltà. La medicina conserva il diritto e il dovere di indagare fino in fondo; la fede riconosce che Dio non ha bisogno dell’ignoranza umana per manifestarsi.

Davanti alla Grotta di Massabielle, allora, la domanda più profonda non è quante persone siano guarite. È che cosa accada a un uomo quando scopre che la propria vita, anche ferita e fragile, rimane custodita da Dio.

Qualche volta il corpo guarisce in un modo che la medicina non riesce a spiegare. Moltissime altre volte la malattia rimane, mentre una persona ritrova la forza di vivere, di pregare, di affidarsi e persino di sostenere chi le sta accanto.

La Chiesa chiama «miracolo» soltanto pochissime guarigioni. Lourdes, invece, continua ogni giorno a raccontare che nessuna sofferenza rende una vita meno degna di essere amata.

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