don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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EFFATÀ, NON POLEMICA: IL VANGELO NON È UNA SEDUTA DI PSICOTERAPIA

Il sordomuto guarito da Gesù, la catechesi di Leone XIV e una lettura che non ha bisogno di scegliere tra miracolo e significato spirituale

Cari amici, la catechesi che Leone XIV ha dedicato mercoledì scorso alla guarigione del sordomuto narrata da san Marco ha provocato, come ormai accade con una puntualità quasi rituale, una serie di reazioni nelle quali il testo pronunciato dal Papa è diventato rapidamente meno importante delle intenzioni che alcuni hanno deciso di attribuirgli. La questione riguarda soprattutto un passaggio nel quale Leone XIV, contemplando quell’uomo incapace di udire e di parlare, si domanda se dietro il suo silenzio possa essere riconosciuta anche l’esperienza di chi, ferito dalle relazioni e stanco di non sentirsi compreso, arriva progressivamente a chiudersi.

Qualcuno ha visto in questa lettura una trasformazione del miracolo evangelico in una specie di seduta di psicoterapia, come se il sordomuto di Marco non fosse realmente sordomuto e Gesù si fosse limitato a liberarlo da un blocco emotivo. Se fosse questo ciò che il Papa ha detto, la critica sarebbe seria. Il problema è che il testo della catechesi dice un’altra cosa.

Leone XIV parte precisamente dal racconto evangelico. Parla di «un uomo che non parla e non sente», ricorda che viene condotto da altri davanti a Gesù e ripercorre i gesti compiuti dal Signore: lo prende in disparte, tocca le sue orecchie e la sua lingua, guarda verso il cielo, sospira e pronuncia la parola aramaica «Effatà», «Apriti!». Dopo quell’incontro, osserva il Papa, l’uomo torna a parlare e lo fa «correttamente». Tutto questo appartiene alla materialità del miracolo narrato da Marco. La guarigione non viene dissolta in un simbolo e il corpo dell’uomo non scompare dietro una costruzione psicologica.

La catechesi compie un passaggio ulteriore, che appartiene da sempre alla lettura cristiana della Scrittura: domanda che cosa quel fatto dica anche a noi.

Qui sta forse l’equivoco. Leggere spiritualmente un miracolo non significa negarne la realtà. La tradizione cristiana ha continuamente riconosciuto nei gesti di Gesù un evento concreto e, nello stesso tempo, un segno capace di rivelare qualcosa di più profondo. Quando Cristo restituisce la vista al cieco, la Chiesa non conclude che quell’uomo fosse soltanto spiritualmente cieco; proprio la guarigione reale diventa segno della luce che Cristo porta all’uomo. Quando risuscita Lazzaro, nessuno ha bisogno di negare la morte fisica per ascoltare in quel racconto l’annuncio di Cristo come Risurrezione e Vita. Quando moltiplica i pani, il fatto concreto non impedisce al Vangelo di condurci verso il mistero del Pane della vita.

Il miracolo cristiano possiede questa densità perché il corpo e lo spirito dell’uomo non vivono in due universi separati. Gesù guarisce persone concrete e, proprio attraverso quelle guarigioni, rivela chi è Dio e che cosa sta accadendo con l’irruzione del Regno.

Anche il sordomuto di Marco appartiene a questa grammatica. Il testo evangelico insiste sui gesti corporei con una forza quasi sorprendente. Gesù mette le dita negli orecchi dell’uomo, tocca con la saliva la sua lingua, alza gli occhi al cielo e sospira. Marco conserva perfino il suono della parola aramaica pronunciata da Gesù: Effatà. Sarebbe difficile immaginare un racconto meno interessato alla concretezza fisica dell’incontro. La guarigione avviene nel corpo e attraverso gesti che coinvolgono il corpo.

Proprio per questo la Chiesa ha riconosciuto molto presto in quell’«Effatà» anche una parola rivolta alla condizione spirituale dell’uomo. L’essere umano può possedere orecchie perfettamente funzionanti e rimanere incapace di ascoltare; può avere una lingua sana e utilizzare le parole per ferire, confondere o tacere quando dovrebbe parlare. Il miracolo non diventa meno reale quando scopriamo che la sua luce raggiunge anche questa parte della nostra esistenza.

Leone XIV parte da qui per guardare al nostro tempo. La sua descrizione della società contemporanea è particolarmente interessante: parla di una «bulimia delle connessioni» prodotta dai social media, di persone iperconnesse e continuamente bombardate da immagini e messaggi, fino al punto di essere attraversate da una tempesta di emozioni contraddittorie. In questa situazione, osserva il Papa, può nascere il desiderio di «spegnere tutto», di non ascoltare più nulla e di rifugiarsi in un silenzio nel quale diventa sempre più difficile comunicare le cose essenziali.

Qui il Papa non sta facendo la diagnosi clinica del sordomuto evangelico. Sta facendo ciò che ogni predicazione cristiana è chiamata a fare: parte dalla Parola e domanda quale ferita dell’uomo contemporaneo quella Parola riesca ancora a raggiungere.

Anche il modo con cui formula l’ipotesi dovrebbe suggerire prudenza. Leone XIV dice «forse», «è come se», «sembra». Non pretende di aggiungere al Vangelo informazioni biografiche che Marco non ci ha consegnato. Utilizza la situazione dell’uomo guarito per interrogare quella parte di noi che può progressivamente diventare sorda perché troppe voci si sovrappongono e muta perché la comunicazione è diventata incapace di incontro.

Il centro della catechesi rimane comunque Gesù. È Cristo che conduce l’uomo in disparte. È Cristo che lo tocca. È Cristo che guarda verso il cielo. È Cristo che pronuncia la parola capace di aprire ciò che era chiuso. Alla fine, Leone XIV non invita il sordomuto a trovare dentro di sé le proprie risorse e non propone al cristiano una tecnica di auto-guarigione. Invita a chiedere al Signore di guarire il nostro modo di comunicare e ricorda che per conoscere veramente Gesù occorre attraversare con Lui anche la Passione e la Croce.

Questa conclusione rende ancora più strana l’accusa di aver trasformato il Vangelo in psicologia. Una catechesi che conduce dal miracolo alla Croce e dalla guarigione al discepolato può certamente essere discussa nelle proprie accentuazioni pastorali; chiamarla riduzione psicologica significa leggere una caricatura del testo anziché il testo.

C’è poi una questione ecclesiale più ampia. Stiamo attraversando una stagione nella quale una parte del dibattito cattolico sembra aver bisogno di interpretare ogni parola pontificia cercando immediatamente l’errore nascosto. Si legge una frase isolata, la si porta fino alla conseguenza più estrema possibile e poi si confuta quella conseguenza come se fosse stata realmente sostenuta. È un metodo che produce molta polemica e pochissima comprensione.

La fedeltà alla verità richiede invece una fatica elementare: lasciare che una persona dica ciò che ha realmente detto.

Questo vale anche quando quella persona è il Papa. Leone XIV non ha bisogno che ogni sua catechesi venga dichiarata perfetta; il ministero petrino non trasforma ogni scelta esegetica o pastorale nella migliore formulazione possibile. Proprio per questo la critica cattolica può esistere, purché abbia davanti l’oggetto reale della critica e non una versione costruita appositamente per essere demolita.

Nel caso dell’«Effatà», l’alternativa tra miracolo fisico e significato spirituale è semplicemente falsa. Gesù guarisce davvero un uomo sordo e incapace di parlare. Quella guarigione, proprio perché è reale, continua a parlare alla Chiesa. Ci ricorda che l’uomo ha bisogno di essere aperto all’ascolto di Dio e alla relazione con gli altri, e che questa apertura non nasce dal semplice sforzo psicologico: nasce dall’incontro con Cristo.

Forse è proprio qui che la catechesi diventa particolarmente attuale. Siamo circondati da persone che parlano continuamente e ascoltano pochissimo. Anche nel mondo cattolico possediamo una quantità enorme di mezzi per comunicare e, paradossalmente, una capacità sempre più fragile di comprendere ciò che l’altro ha realmente detto. Leggiamo titoli, estratti, commenti e reazioni; arriviamo alla fonte quando ormai sappiamo già che cosa dovremmo trovarvi.

L’«Effatà» evangelico potrebbe allora riguardare anche noi. Aprire gli orecchi significa recuperare la pazienza di ascoltare una parola intera prima di giudicarla. Sciogliere la lingua significa imparare a parlare correttamente, che nel Vangelo non significa soltanto pronunciare bene le sillabe, bensì permettere alla parola di tornare a servire la verità e la comunione.

La polemica religiosa può diventare una forma curiosa di sordità. Si ascolta soltanto ciò che conferma il giudizio già formulato e si parla soprattutto per ribadirlo. In questo modo anche la difesa della fede rischia di perdere qualcosa della fede che pretende di difendere, perché la verità cristiana non ha bisogno della falsificazione dell’avversario per mostrarsi vera.

Il sordomuto viene portato a Gesù da altre persone. Leone XIV ricorda che la tradizione cristiana ha visto in quel gesto anche un’immagine della Chiesa, che accompagna l’uomo verso Cristo affinché possa ascoltare la sua Parola. È un’immagine che merita di essere custodita. La Chiesa serve la verità quando conduce a Cristo, non quando trasforma ogni divergenza in un tribunale permanente nel quale distribuire certificati di ortodossia.

Alla fine della catechesi il Papa ci riporta proprio lì: per conoscere Gesù occorre stare con Lui e attraversare la sua Passione. Non esistono scorciatoie verso il discepolato. Neppure la polemica lo è.

Forse, prima di preoccuparci se il Papa abbia psicologizzato il sordomuto, potremmo lasciare che quella parola aramaica raggiunga anche la nostra maniera di vivere la Chiesa. Effatà. Apriti.

Apriti alla Parola prima di reagire alla sua interpretazione. Apriti alla possibilità che un miracolo reale possieda anche una profondità spirituale. Apriti alla fatica di ascoltare l’altro senza inventargli una posizione più facile da combattere.

A quel punto il Vangelo smette davvero di assomigliare a una seduta di psicoterapia. Torna a essere ciò che è: l’incontro con Cristo che apre ciò che nell’uomo si era chiuso.

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