don Mario Proietti, C.PP.S.

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NEWMAN DOTTORE DELLA CHIESA: UN FARO PER LA FEDE TRA RAGIONE E COSCIENZA

Leone XIV annuncia un riconoscimento che parla in modo sorprendentemente attuale alla Chiesa

Cari amici, oggi è arrivata da Roma una notizia che merita qualcosa di più di un rapido annuncio. Leone XIV, ricevendo in udienza il cardinale Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, ha confermato il parere favorevole della Sessione plenaria dei cardinali e dei vescovi del Dicastero circa il conferimento a san John Henry Newman del titolo di Dottore della Chiesa universale. La proclamazione avverrà prossimamente. La notizia, comunicata dalla Sala Stampa della Santa Sede, riguarda uno dei grandi protagonisti della storia cristiana dell’Ottocento e porta dentro la Chiesa contemporanea una figura che sembra avere molto da dirci proprio mentre discutiamo continuamente di Tradizione, sviluppo della dottrina, coscienza, ragione e rapporto tra fede e cultura.

Newman nacque a Londra nel 1801, visse una prima stagione della propria vita come ministro anglicano e divenne una delle figure centrali del Movimento di Oxford, impegnato a riscoprire le radici cattoliche della Chiesa d’Inghilterra. Il suo studio dei Padri e della storia della dottrina lo condusse progressivamente verso una conclusione che avrebbe cambiato l’intera sua esistenza: quella continuità apostolica che cercava non poteva essere ricostruita semplicemente attraverso un ideale del passato, perché viveva nella Chiesa cattolica. Nel 1845 entrò nella piena comunione con Roma; divenne sacerdote, introdusse in Inghilterra l’Oratorio di san Filippo Neri e nel 1879 Leone XIII lo creò cardinale. Benedetto XVI lo beatificò personalmente a Birmingham nel 2010 e Papa Francesco lo canonizzò nel 2019.

Questa biografia potrebbe essere letta superficialmente come la storia di un uomo che cambia appartenenza religiosa. Newman la visse in modo assai più esigente, come un’obbedienza progressiva alla verità riconosciuta. Proprio qui appare uno dei motivi per cui la sua voce continua a essere preziosa. Non cercò una Chiesa che corrispondesse alle proprie preferenze e non trasformò la coscienza in un tribunale privato davanti al quale giudicare tutto ciò che riceveva dall’esterno. La coscienza fu per lui il luogo nel quale la verità incontrava personalmente l’uomo e gli chiedeva di seguirla, anche quando quella fedeltà comportava un prezzo altissimo.

Benedetto XVI insistette molto su questo punto perché Newman era già allora utilizzato, qualche volta, per sostenere un’idea quasi opposta alla sua. Quando oggi diciamo «seguire la propria coscienza», l’espressione viene facilmente intesa come il diritto di decidere autonomamente ciò che sia bene o male secondo il proprio giudizio. Newman intendeva qualcosa di molto diverso. Benedetto XVI lo sintetizzò parlando della coscienza come «capacità di verità dell’uomo»: la capacità di riconoscere una verità che ci precede e, proprio perché riconosciuta, ci obbliga moralmente.

Questa distinzione potrebbe sembrare accademica e invece tocca uno dei problemi più profondi della cultura contemporanea. Una coscienza ridotta alla sincerità personale può essere perfettamente coerente e profondamente sbagliata. Anche l’uomo che segue con convinzione un errore può sentirsi autentico. Newman non identifica quindi la dignità della coscienza con l’autonomia dell’individuo; la collega alla sua apertura alla verità e alla responsabilità di formarsi perché quella verità possa essere riconosciuta. Giovanni Paolo II, ricordandolo nel centenario della morte, sottolineò precisamente che la coscienza ha bisogno di essere educata e che lasciata semplicemente a se stessa può trasformarsi nella conferma religiosa del proprio giudizio soggettivo.

È interessante che proprio un uomo così legato alla coscienza sia diventato cattolico attraverso un cammino nel quale l’autorità della Chiesa acquistò progressivamente un posto sempre più chiaro. In Newman coscienza e autorità non sono due eserciti schierati uno contro l’altro. L’autorità serve la verità e la coscienza è chiamata a riconoscere la verità. La tensione può esistere, perché la storia della Chiesa è fatta anche di uomini fragili e di decisioni che chiedono discernimento, mentre il principio rimane profondamente ecclesiale: la coscienza autentica non cerca un alibi per sottrarsi alla verità ricevuta.

Anche il rapporto tra fede e ragione trova in Newman una forma molto attuale. Egli non accetta una ragione ridotta a ciò che può essere misurato sperimentalmente e non chiede alla fede di rifugiarsi nello spazio delle emozioni private. La fede coinvolge l’intelligenza e l’intelligenza, quando rimane aperta alla totalità del reale, può riconoscere che la domanda su Dio appartiene alla ragione umana. Benedetto XVI, durante la beatificazione del 2010, ricordò quanto gli scritti di Newman sul rapporto fra fede e ragione conservassero valore ben oltre il contesto vittoriano nel quale erano nati.

Qui comprendiamo anche perché Newman possa diventare un Dottore particolarmente significativo per la Chiesa del nostro tempo. Viviamo infatti in una cultura che oscilla facilmente tra razionalismo e sentimentalismo religioso. Da una parte si ritiene conoscibile soltanto ciò che può essere verificato con gli strumenti delle scienze sperimentali; dall’altra la fede rischia di essere descritta come esperienza privata, sentimento personale, scelta identitaria sottratta alla domanda sulla verità. Newman attraversa questa separazione e ricorda che credere significa coinvolgere l’uomo intero, con l’intelligenza che cerca e con la coscienza che si lascia interpellare.

C’è poi un altro tema che rende il suo pensiero particolarmente prezioso: lo sviluppo della dottrina cristiana.

Newman comprese che una dottrina viva attraversa la storia e cresce nella comprensione senza trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che era. Questa intuizione fu decisiva anche nel suo cammino verso Roma. Studiando la storia della Chiesa, si accorse che l’esistenza di sviluppi non dimostrava necessariamente una corruzione della fede apostolica. Occorreva piuttosto chiedersi se quegli sviluppi conservassero realmente l’identità profonda del deposito ricevuto. Benedetto XVI ricordò questa intuizione con una formula particolarmente bella: Newman fu un uomo che cambiò e si trasformò e, proprio attraverso questa conversione continua, rimase se stesso in modo sempre più profondo.

Questa prospettiva è importante anche per comprendere la vita della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II. Lo sviluppo non può essere identificato con il semplice cambiamento e la fedeltà non coincide con l’immobilità. Una Tradizione viva può conoscere una crescita reale perché il soggetto che attraversa la storia resta la stessa Chiesa, chiamata ad approfondire il mistero ricevuto senza fabbricarne uno nuovo. Newman ci aiuta così a sottrarci a due letture semplificate: quella che vede ogni novità come tradimento e quella che considera ogni novità automaticamente un progresso.

La questione decisiva rimane la verità.

In una lettera del 2010 dedicata a Newman, Benedetto XVI ricordava un pensiero che attraversa tutta la sua opera: la mente umana si trova sotto la verità, non sopra di essa. L’uomo non crea il vero attraverso il proprio consenso; lo cerca, lo riconosce e progressivamente gli consegna la vita. È difficile immaginare un messaggio più lontano tanto dal relativismo contemporaneo quanto da una religiosità costruita come semplice appartenenza identitaria.

Forse proprio qui si comprende anche il rapporto tra Newman e la Chiesa. La sua conversione non fu il risultato di una fascinazione sentimentale per Roma. Gli costò amicizie, reputazione, sicurezza e una parte importante del mondo nel quale aveva vissuto fino ad allora. Seguì ciò che riconobbe come vero e continuò anche da cattolico a conoscere incomprensioni e lunghi periodi nei quali la propria opera sembrava guardata con sospetto. Benedetto XVI ricordò che per Newman la ricerca della verità ebbe davvero «un grande prezzo da pagare».

Questa esperienza rende particolarmente credibile la sua riflessione sulla coscienza. È facile magnificare la coscienza quando coincide con ciò che desideriamo già fare. Molto più difficile è riconoscerne l’autorità quando ci conduce dove non avremmo scelto di andare.

Newman andò.

E forse è proprio questo movimento che la Chiesa riconosce oggi con il titolo di Dottore. Non soltanto la vastità delle sue opere, l’intelligenza teologica o l’influenza esercitata sul pensiero cattolico contemporaneo, bensì una ricerca nella quale teologia e vita finirono progressivamente per coincidere. La verità studiata diventò la verità alla quale affidarsi.

Il suo motto cardinalizio, Cor ad cor loquitur, «il cuore parla al cuore», potrebbe sembrare sorprendente per un intellettuale di tale statura. In realtà spiega molto bene l’unità della sua esperienza. Il cuore, nel linguaggio cristiano, non è l’alternativa sentimentale alla ragione. È il centro della persona, il luogo nel quale intelligenza, libertà e affetti vengono raggiunti dalla presenza di Dio. Newman pensò moltissimo perché desiderava consegnarsi alla verità; pregò profondamente perché quella verità, per lui, aveva infine il volto di Cristo.

L’annuncio di Leone XIV arriva dunque in un momento ecclesiale nel quale Newman può diventare davvero un maestro. Quando la coscienza viene confusa con l’autodeterminazione, Newman ricorda che essa è apertura alla verità. Quando la ragione viene ridotta al misurabile, ricorda che la domanda su Dio appartiene alla razionalità dell’uomo. Quando lo sviluppo dottrinale viene usato per giustificare qualunque cambiamento o negato per paura di ogni crescita, insegna a distinguere uno sviluppo autentico da una corruzione. Quando il rapporto con l’autorità viene vissuto soltanto come obbedienza esteriore oppure come autonomia individuale, mostra una strada nella quale la coscienza cerca sinceramente la verità e accetta il prezzo della propria obbedienza.

Forse per questo la decisione resa nota oggi va accolta come qualcosa di più di un nuovo titolo nell’elenco dei santi. Un Dottore della Chiesa viene riconosciuto perché la sua parola ha ancora la capacità di insegnare. E Newman, più di un secolo dopo la sua morte, continua a porci una domanda che nessuna epoca riesce facilmente a eludere: cerchiamo davvero la verità, oppure cerchiamo soprattutto una verità che ci lasci dove siamo?

La sua vita offre la risposta. Quando la verità gli chiese di partire, Newman partì. E proprio per questo, mentre Leone XIV prepara la Chiesa a riconoscerlo formalmente tra i suoi Dottori, possiamo già ascoltarlo come un maestro capace di accompagnare il nostro tempo dalle ombre e dalle immagini verso la Verità.

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