Cari amici, in questi giorni è circolato molto un passaggio di una predicazione tenuta da don Luciano Locatelli, sacerdote della diocesi di Bergamo, nella quale vengono affrontati il significato dell’Eucaristia, la presenza reale di Cristo e la dottrina della transustanziazione. Non desidero entrare nel clima delle accuse che inevitabilmente accompagna vicende di questo genere, perché quando si tocca l’Eucaristia la prima responsabilità dovrebbe essere quella di comprendere con precisione ciò che viene affermato e confrontarlo serenamente con la fede della Chiesa.
Le parole riportate meritano attenzione proprio perché riguardano il centro della vita cristiana. Don Locatelli presenta la transustanziazione come una teoria maturata nel corso della storia e afferma che il pane e il vino, dopo le parole di Gesù, rimangono tali acquistando un significato nuovo. La presenza del Signore viene quindi interpretata principalmente attraverso il memoriale e attraverso la comunità che, accogliendo quel pane, rende presente nella storia il messaggio e lo stile di vita di Cristo.
Dentro questa riflessione esiste una preoccupazione che possiamo comprendere: evitare una concezione materialistica dell’Eucaristia, ricordare che il sacramento coinvolge la vita di chi lo riceve e mostrare che la comunione con Cristo genera la comunione ecclesiale. Sono temi pienamente cattolici e appartengono alla grande tradizione della Chiesa. Il problema nasce quando, per sottolinearli, si presenta la presenza eucaristica in un modo che non sembra più corrispondere a ciò che la Chiesa intende quando confessa che Cristo è realmente e sostanzialmente presente sotto le specie del pane e del vino.
È precisamente qui che occorre evitare le semplificazioni. La dottrina della transustanziazione non insegna che la materia del pane venga trasformata in una sorta di materia biologica del corpo di Gesù, come se sull’altare avvenisse una trasformazione fisica osservabile. Il linguaggio utilizzato dalla Chiesa è più preciso e nasce proprio dalla necessità di custodire il mistero senza ridurlo a una spiegazione materialistica.
La Chiesa distingue tra ciò che permane accessibile ai sensi e la realtà sostanziale del dono. Dopo la consacrazione rimangono le specie del pane e del vino, con le loro caratteristiche sensibili, mentre ciò che essi sono nella loro realtà profonda viene convertito nel Corpo e nel Sangue di Cristo.
È per questo che il Catechismo della Chiesa Cattolica parla di una presenza «vera, reale e sostanziale» e afferma che, attraverso la consacrazione, avviene la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue.
Il termine transustanziazione cerca di custodire proprio questa verità. Non pretende di spiegare il mistero fino ad esaurirlo. Offre un linguaggio capace di impedire che la presenza di Cristo venga ridotta a ciò che il credente pensa, alla funzione che il pane assume nella comunità o al significato religioso che gli attribuiamo.
Questo punto è particolarmente importante perché il problema era già emerso con forza nel Novecento. Paolo VI, nell’enciclica Mysterium fidei del 1965, scrisse in un momento nel quale alcuni teologi proponevano di interpretare l’Eucaristia soprattutto attraverso categorie come la transignificazione e la transfinalizzazione. Il Papa riconobbe che il pane e il vino consacrati ricevono realmente un nuovo significato e un nuovo fine, e precisò che questo avviene perché è mutata la realtà stessa che essi contengono.
La distinzione è sottile e decisiva. Il pane e il vino non diventano Corpo e Sangue di Cristo perché la comunità attribuisce loro un significato nuovo; possono assumere nella vita della comunità un significato radicalmente nuovo perché Cristo si rende realmente presente attraverso la conversione sacramentale operata nella consacrazione.
Anche l’aspetto comunitario dell’Eucaristia riceve da qui la propria profondità. Quando sant’Agostino invita i cristiani a diventare ciò che ricevono, non sta sostituendo il Corpo sacramentale di Cristo con il corpo ecclesiale. La Chiesa diventa Corpo di Cristo proprio perché riceve il Corpo di Cristo. La comunione ecclesiale nasce dalla comunione sacramentale e ne manifesta il frutto nella vita.
Sono realtà intimamente unite e la loro unità viene indebolita quando una delle due viene assorbita nell’altra.
Per questo anche il nostro «Amen» al momento della Comunione possiede un significato molto più forte della semplice affermazione che l’ostia rappresenti il messaggio di Gesù o la nostra volontà di costruire insieme la comunità.
Quando il ministro dice «Il Corpo di Cristo» e il fedele risponde «Amen», egli aderisce nella fede a ciò che la Chiesa gli presenta: Cristo stesso, realmente presente nel sacramento e donato come cibo.
Questa fede domanda poi di diventare vita. Ricevere il Corpo di Cristo senza desiderare la comunione con i fratelli sarebbe una contraddizione spirituale; ridurre il Corpo ricevuto alla sola comunione della comunità toglierebbe invece il fondamento sacramentale dal quale quella comunione nasce.
Fin qui la questione dottrinale appare abbastanza chiara.
Più delicata è un’altra domanda che è circolata insieme alle parole del sacerdote: se egli crede che il pane e il vino rimangano semplicemente pane e vino, le Messe da lui celebrate sono valide?
Su questo punto bisogna essere molto prudenti, perché il giudizio sulla validità sacramentale possiede criteri propri e non coincide automaticamente con il giudizio sulla correttezza teologica di ciò che un ministro pensa o insegna.
La tradizione cattolica richiede, per la celebrazione valida del sacramento, la materia e la forma stabilite dalla Chiesa e l’intenzione del ministro di fare ciò che fa la Chiesa. La fede personale del sacerdote, anche quando fosse segnata da errori gravi, non rende automaticamente invalido il sacramento.
È una distinzione antica che tutela anzitutto i fedeli. La grazia sacramentale non dipende dalla perfezione teologica o morale del sacerdote. Se dipendesse dalla sua ortodossia soggettiva, dalla sua santità o dalla precisione con cui egli comprende ogni aspetto del mistero, nessun fedele potrebbe mai avere la certezza di ricevere validamente un sacramento.
Il sacerdote agisce nella Chiesa e attraverso una forma sacramentale ricevuta dalla Chiesa.
Per questo, dalle sole affermazioni riportate, non possiamo concludere che le Messe celebrate da don Locatelli siano state invalide. Una conclusione di questo genere richiederebbe di accertare qualcosa di ulteriore: che il sacerdote, nel celebrare, abbia positivamente escluso l’intenzione di compiere ciò che la Chiesa compie nell’Eucaristia. L’errore personale sulla natura della presenza reale e la volontà positiva di non celebrare ciò che celebra la Chiesa sono due realtà differenti e non possono essere semplicemente identificate.
Questo, naturalmente, non rende secondario il problema dell’insegnamento. Un sacerdote può celebrare validamente e nello stesso tempo trasmettere ai fedeli una comprensione teologicamente errata del sacramento che celebra. Proprio questa possibilità rende la questione particolarmente dolorosa, perché il danno non riguarda in quel caso la realtà oggettiva del sacramento, che Cristo continua a donare alla sua Chiesa, bensì la fede con la quale il popolo impara a riconoscerlo.
Ed è qui che la responsabilità pastorale diventa seria. Se per anni un fedele ascolta che la transustanziazione è soltanto una teoria, che pane e vino rimangono nella loro realtà ciò che erano prima e che la presenza di Cristo consiste principalmente nel nuovo significato assunto dentro la comunità, lentamente cambierà anche il modo di vivere l’Eucaristia.
Cambierà probabilmente il modo di stare davanti al tabernacolo, di adorare, di ricevere la Comunione e di comprendere il sacrificio della Messa. Non perché i gesti esteriori costituiscano da soli la fede, bensì perché il modo di credere plasma inevitabilmente il modo di pregare.
La celebre relazione tra lex credendi e lex orandi si manifesta precisamente qui. Una fede eucaristica indebolita produce nel tempo una prassi indebolita e una prassi che non manifesta più con chiarezza la presenza del Signore finisce per rendere più difficile anche la trasmissione della fede.
Per questo una questione pubblicamente proposta richiede, a mio avviso, una chiarificazione altrettanto pubblica.
Non si tratta di chiedere immediatamente provvedimenti esemplari o di trasformare il sacerdote in un bersaglio ecclesiale. Una comunità cristiana non guarisce attraverso il gusto della punizione, e la verità non ha bisogno dell’umiliazione di qualcuno per mostrarsi vera.
Il primo compito dell’autorità ecclesiale dovrebbe essere quello di comprendere esattamente ciò che il sacerdote intende professare, chiedendogli una chiara adesione alla fede eucaristica della Chiesa. Se le parole utilizzate non esprimono ciò che egli realmente crede, una precisazione pubblica sarebbe sufficiente a riparare molta della confusione prodotta. Se invece quelle formulazioni corrispondessero alla sua convinzione teologica, diventerebbe necessario accompagnarlo verso una correzione esplicita, perché chi predica nell’assemblea non parla soltanto a titolo personale.
Il sacerdote ha ricevuto anche il compito di custodire una fede che lo precede.
Questo vale per tutti noi che predichiamo. Ogni sacerdote può esprimersi male, usare una categoria infelice, insistere tanto su un aspetto del mistero da oscurarne un altro. Proprio per questo la Chiesa ci offre il Magistero, il Catechismo e la grande tradizione teologica: non come strumenti per controllare ogni parola con sospetto, bensì come casa dentro la quale la nostra predicazione può essere continuamente verificata e corretta.
Il problema diventa diverso quando ciò che richiede correzione riguarda il centro stesso della fede sacramentale. L’Eucaristia non è un terreno sul quale possiamo permetterci formulazioni volutamente provocatorie senza considerarne gli effetti. Qui tocchiamo il dono che la Chiesa adora, conserva nel tabernacolo, porta agli ammalati e riceve come pane della vita eterna.
La comunità che si nutre dell’Eucaristia ha diritto a conoscere con chiarezza ciò che sta ricevendo.
Ed è forse questo il punto che più mi preoccupa davanti a tutta la vicenda. La questione non riguarda soltanto la posizione teologica di un singolo sacerdote. Ci invita a chiederci quale fede eucaristica stiamo effettivamente trasmettendo nelle nostre comunità, soprattutto quando molti fedeli possiedono ormai una conoscenza molto fragile del sacramento.
Possiamo parlare continuamente di comunità, partecipazione e accoglienza, e tutte queste parole rimarranno povere se non conducono al Signore che si dona realmente.
La Chiesa diventa comunione perché Cristo viene a lei. Noi costruiamo il Corpo ecclesiale perché prima siamo raggiunti, nutriti e trasformati dal Corpo sacramentale. L’Eucaristia ci impegna nella storia proprio perché viene da più lontano delle nostre costruzioni.
Ogni volta che il sacerdote innalza l’ostia consacrata, la fede della Chiesa gli impedisce di indicare semplicemente un simbolo della fraternità o il ricordo di un maestro assente.
Indica il Signore.
È da quella presenza che nasce tutto il resto.
Riferimenti essenziali
Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1373-1378.
San Paolo VI, Enciclica Mysterium fidei, 3 settembre 1965.
Dicastero per la Dottrina della Fede, Nota Gestis verbisque, 2 febbraio 2024.
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