don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Quando la riorganizzazione pastorale diventa occasione di conversione ecclesiale

Cari amici, quando una Chiesa locale modifica profondamente la propria organizzazione territoriale, la tentazione più immediata è leggere il cambiamento attraverso ciò che viene meno. Le parrocchie diventano meno autonome, i sacerdoti diminuiscono, alcune abitudini non possono più essere mantenute nello stesso modo e ciò che per generazioni sembrava stabile comincia ad assumere una forma diversa. È comprensibile che dentro questo passaggio nascano inquietudini, perché le comunità cristiane non vivono soltanto di strutture amministrative: dentro una parrocchia si depositano memorie familiari, appartenenze, feste, volti di sacerdoti e consuetudini che accompagnano intere stagioni della vita.

Proprio per questo credo che le Pievanie della nostra Arcidiocesi vadano comprese con una domanda più profonda di quella che riguarda semplicemente la distribuzione del clero.

Quando il Direttorio del 2023 presenta le sedici nuove circoscrizioni parrocchiali, non parte infatti dalla necessità di gestire meglio una scarsità. Parla di missione, di conversione personale e comunitaria e della necessità di ritrovare ciò che appartiene all’identità essenziale della Chiesa. Il cambiamento delle strutture viene collocato dentro un discernimento ecclesiale più ampio, perché una forma pastorale ha senso soltanto quando permette al Vangelo di raggiungere nuovamente le persone e alle comunità di vivere più pienamente la comunione che celebrano.

Questo criterio impedisce di leggere le Pievanie come l’ultima fase di un progressivo ridimensionamento.

Se il problema fosse soltanto il numero dei sacerdoti, basterebbe distribuire diversamente le Messe, accorpare gli orari e chiedere a pochi presbiteri di percorrere qualche chilometro in più. Avremmo ottenuto una macchina pastorale forse più efficiente, lasciando intatta la logica che l’ha preceduta. Ogni comunità continuerebbe a pensarsi anzitutto come realtà autosufficiente, accettando la collaborazione soltanto quando le proprie forze non bastano più.

La Pievania chiede qualcosa di diverso.

La Regola pastorale afferma che i presbiteri sono chiamati a farsi carico solidalmente della vita pastorale dell’intero territorio e indica negli incontri sistematici tra sacerdoti un luogo di preghiera, confronto, programmazione e fraternità. Anche il diaconato viene pensato in rapporto alle esigenze comuni e la corresponsabilità dei laici entra nella struttura stessa della vita pievaniale. Non siamo quindi davanti alla semplice somma di alcune parrocchie confinanti; si tenta di far crescere una comunità ecclesiale nella quale ministeri e responsabilità imparino progressivamente a guardare oltre il proprio campanile.

È un passaggio molto più impegnativo di qualunque decreto.

Le strutture possono essere modificate in una data precisa. La mentalità impiega molto più tempo. Una parrocchia può appartenere giuridicamente a una Pievania e continuare per anni a vivere come se le altre comunità fossero realtà esterne con le quali occasionalmente organizzare qualcosa. Anche un sacerdote può ricevere la responsabilità di un territorio più vasto e continuare interiormente a identificarsi quasi esclusivamente con la comunità alla quale era abituato. Il cambiamento ecclesiale comincia quando il nuovo confine amministrativo diventa lentamente un nuovo modo di sentirsi responsabili gli uni degli altri.

Forse è proprio qui che si comprende l’intuizione che l’Arcivescovo aveva espresso già durante il cammino precedente, chiedendo alle comunità di passare dalla metafora del «declino» a quella della «metamorfosi».

La parola è esigente perché non permette di negare ciò che sta accadendo. Il cristianesimo europeo attraversa una trasformazione profonda; il numero dei sacerdoti è diminuito, la pratica religiosa non coincide più con quella di alcune generazioni fa e molti territori, soprattutto quelli piccoli, conoscono un progressivo invecchiamento. Guardare tutto questo soltanto attraverso la categoria del declino porta facilmente a impiegare le energie disponibili per mantenere il più a lungo possibile ciò che abbiamo conosciuto.

La metamorfosi domanda invece di riconoscere ciò che deve essere custodito dentro una forma che cambia.

La parrocchia rimane casa della fede e luogo concreto nel quale una comunità celebra, accompagna le persone e custodisce una memoria. La Pievania può aiutarla a non trasformare questa memoria in isolamento, permettendo a più comunità di condividere risorse, iniziative e soprattutto responsabilità. In questa prospettiva la diminuzione numerica può perfino costringerci a riscoprire qualcosa che l’abbondanza aveva reso meno evidente: nessuna comunità cristiana basta a se stessa.

Questo riguarda in modo particolare noi sacerdoti.

La Pievania raggiunge la propria verità quando il presbitero smette di percepire il territorio vicino come il campo pastorale di un altro e comincia a sentirlo parte della responsabilità comune. Non significa cancellare gli incarichi personali e neppure creare una gestione indistinta nella quale nessuno sappia più di che cosa deve occuparsi. Significa vivere quegli incarichi dentro un presbiterio che condivide realmente la cura delle persone.

La fraternità sacerdotale assume allora una concretezza nuova.

Non resta il tema di qualche giornata di formazione e non coincide semplicemente con il buon rapporto personale tra confratelli. Diventa una condizione della missione, perché sacerdoti incapaci di condividere il territorio difficilmente potranno chiedere alle comunità di imparare la comunione. Le differenze di carattere e di sensibilità pastorale rimangono, e possono perfino diventare una ricchezza quando cessano di produrre territori separati.

Anche i laici vengono raggiunti da questa trasformazione.

Per molto tempo abbiamo potuto vivere dentro un modello nel quale una quantità impressionante di vita ecclesiale dipendeva direttamente dal sacerdote. Quando i preti erano numerosi, quella struttura riusciva a sostenersi e poteva perfino apparire naturale. Le Pievanie rendono più evidente che la comunità cristiana possiede una ricchezza di ministeri, competenze e responsabilità che non nasce dalla necessità di sostituire ciò che il sacerdote non riesce più a fare. Nasce dal Battesimo e dalla forma stessa della Chiesa.

Per questo la corresponsabilità non dovrebbe essere presentata come una soluzione alla diminuzione del clero.

Se un laico viene coinvolto soltanto perché manca un sacerdote, continuerà inevitabilmente a percepirsi come un supplente. Se viene invece aiutato a comprendere la propria vocazione ecclesiale, la sua presenza assume un significato diverso e permette anche al presbitero di ritrovare con maggiore chiarezza ciò che appartiene specificamente al ministero ordinato.

La Pievania può diventare uno dei luoghi nei quali questo equilibrio viene imparato.

A quasi due anni dall’avvio operativo delle nuove circoscrizioni, credo quindi che la domanda più utile non sia se tutto stia già funzionando. Sarebbe ingenuo aspettarsi che una trasformazione ecclesiale di questa portata produca in poco tempo comunità perfettamente integrate e una mentalità completamente rinnovata.

La domanda riguarda piuttosto la direzione nella quale stiamo camminando.

Se le Pievanie stanno semplicemente permettendo di conservare più a lungo lo stesso modello pastorale attraverso una diversa distribuzione delle forze, prima o poi ci troveremo nuovamente davanti allo stesso problema, soltanto con numeri ancora più piccoli. Se invece stanno educando sacerdoti e fedeli a una responsabilità condivisa, allora il cambiamento delle strutture può diventare il luogo concreto nel quale nasce una forma ecclesiale più adatta al tempo che siamo chiamati ad abitare.

Questo esige anche la libertà di verificare ciò che non funziona.

Nessuna scelta pastorale diventa intoccabile soltanto perché nasce da un discernimento ecclesiale. Occorre osservare la realtà, ascoltare le comunità e correggere ciò che nel tempo mostra limiti concreti. La fedeltà a un progetto non consiste nel difenderne ogni dettaglio; consiste nel custodirne il fine e nel permettergli di maturare attraverso l’esperienza.

Il fine delle Pievanie rimane la missione.

Non salvare una struttura, non amministrare dignitosamente una diminuzione e neppure organizzare meglio il lavoro dei pochi sacerdoti disponibili. Il fine è che uomini e donne possano ancora incontrare Cristo dentro comunità vive, capaci di celebrare l’Eucaristia, custodire i fragili, educare alla fede e abitare il proprio territorio con uno sguardo evangelico.

Quando questo accade, anche la parola «metamorfosi» smette di essere un’espressione pastorale suggestiva e diventa esperienza concreta.

Qualcosa della forma precedente viene consegnato, qualcosa deve essere lasciato e qualcosa che ancora non conosciamo pienamente comincia a nascere. La Chiesa attraversa da sempre passaggi di questo genere, perché le forme storiche cambiano mentre la missione ricevuta dal Signore rimane.

Forse il compito che abbiamo davanti consiste proprio nel non confondere la fedeltà con l’immobilità.

Le Pievanie potranno riuscire o fallire in molte delle loro realizzazioni concrete, e sarà il tempo a mostrarlo. La loro intuizione più profonda ci ha già consegnato una domanda dalla quale difficilmente possiamo tornare indietro: vogliamo impiegare le energie che ci restano per accompagnare con ordine ciò che diminuisce, oppure vogliamo lasciarci convertire abbastanza da permettere alla Chiesa di assumere una forma capace di generare ancora vita?

La risposta non arriverà da un decreto.

Prenderà forma, lentamente, nel modo con cui sacerdoti e fedeli impareranno a sentirsi parte della stessa Chiesa anche oltre il confine della comunità alla quale sono abituati.

Ed è precisamente lì che la Pievania smette di essere una circoscrizione sulla carta e comincia a diventare una realtà ecclesiale.

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