Cari amici, pochi giorni fa mi sono fermato a riflettere sull’espressione «sacerdoti si nasce», cercando di chiarire che il presbiterato non è una qualità naturale che un uomo scopre dentro di sé. Esiste una chiamata, c’è un discernimento della Chiesa e arriva il sacramento dell’Ordine, attraverso il quale un uomo viene realmente configurato a Cristo sacerdote per servire il suo popolo.
Oggi Papa Leone XIV ci aiuta a compiere un passo ulteriore.
Rivolgendosi ai formatori dei seminari e ai partecipanti al Capitolo generale dei Fratelli Saveriani, il Papa ha parlato della formazione sacerdotale dentro il dinamismo della missione e ha consegnato un’immagine che merita di essere custodita: i presbiteri devono essere formati a non pensarsi come «condottieri solitari».
Sono due parole semplici. Toccano, però, una questione molto profonda.
Che cosa significa essere sacerdote dentro il Popolo di Dio?
La risposta non può consistere nell’indebolire ciò che abbiamo appena ricordato sull’identità sacramentale del presbitero. Il Vaticano II insegna con chiarezza che il sacerdozio ministeriale possiede una natura propria e necessaria. Il ministro ordinato riceve attraverso il sacramento dell’Ordine una configurazione particolare a Cristo e una missione che nessuna delega comunitaria potrebbe produrre.
Proprio questa identità, se compresa correttamente, impedisce al sacerdote di considerarsi proprietario della missione.
Il dono che riceve esiste per edificare il Corpo.
Leone XIV inserisce il discorso dentro una formazione che deve coinvolgere l’intera persona. Una preparazione sacerdotale ridotta all’acquisizione di conoscenze e abilità lascerebbe infatti scoperta la parte decisiva: il modo in cui l’uomo impara a stare davanti a Cristo e accanto agli altri.
Il Papa parte dall’amicizia con Gesù.
Non è difficile capire perché.
Un sacerdote che perde questa sorgente cercherà inevitabilmente altrove la conferma della propria identità. Potrà trovarla nell’efficienza, nell’autorità che esercita, nell’affetto della comunità o nel riconoscimento che riceve. Anche il ministero può diventare, senza che ce ne accorgiamo, il luogo nel quale alimentiamo ciò che Cristo avrebbe voluto liberare.
L’amicizia con il Signore restituisce invece al sacerdote la propria misura.
È stato chiamato. Ha ricevuto. È stato mandato.
Questo rende possibile anche una relazione più libera con il Popolo di Dio, perché il sacerdote non ha bisogno di occupare tutto lo spazio per sapere chi è.
Leone XIV collega immediatamente questa esperienza alla qualità delle relazioni. La vita sacerdotale ha bisogno di una fraternità reale con gli altri presbiteri, con il vescovo e con la comunità. È un tema sul quale siamo tornati spesso, perché una vocazione vissuta nell’isolamento diventa facilmente vulnerabile.
Nel discorso del Papa, però, la fraternità conduce a un passaggio ulteriore: la missione appartiene all’intero popolo dei battezzati.
Qui occorre molta precisione, perché anche questa affermazione può essere facilmente deformata.
Dire che tutti i battezzati partecipano alla missione della Chiesa non significa che tutti possiedano lo stesso ministero. La comunione ecclesiale non nasce dalla cancellazione delle differenze sacramentali. Il sacerdote continua ad avere un compito che appartiene all’Ordine ricevuto e che non può essere sostituito dalla comunità.
Allo stesso tempo, il sacramento dell’Ordine non assorbe la missione degli altri.
Il Battesimo è una realtà, non un attestato d’ingresso nella Chiesa.
Ogni battezzato riceve una vocazione alla santità e alla testimonianza. Lo Spirito distribuisce carismi, suscita doni, rende uomini e donne capaci di servire la missione ecclesiale dentro la famiglia, il lavoro, la società e la stessa comunità cristiana.
Il sacerdote viene posto dentro questa ricchezza con un compito particolare: custodire l’unità, annunciare la Parola, celebrare i sacramenti, discernere e accompagnare affinché i doni ricevuti possano contribuire all’edificazione comune.
È molto bello che Leone XIV chieda ai futuri presbiteri di imparare a «riconoscere in tutti la grazia del Battesimo e i carismi che ne scaturiscono».
Riconoscere viene prima di organizzare.
Un pastore dovrebbe imparare a guardare la comunità chiedendosi quali doni il Signore abbia già deposto nelle persone affidate alla sua cura.
Questo cambia parecchio il modo di vivere il ministero.
Il parroco può abituarsi a pensare la comunità a partire dalle cose che devono essere fatte: serve qualcuno per la catechesi, qualcuno per la liturgia, qualcuno per la carità, qualcuno che garantisca determinati servizi. Le persone rischiano così di essere lette a partire dai posti che devono occupare.
La prospettiva evangelica comincia altrove.
Davanti a me c’è una persona battezzata nella quale lo Spirito ha già agito.
Il mio compito pastorale consiste anche nell’aiutarla a riconoscere ciò che ha ricevuto e a comprendere come quel dono possa diventare servizio.
Qui si vede la differenza tra una comunità costruita intorno al sacerdote e una comunità edificata dal sacerdote insieme agli altri battezzati.
Nel primo caso tutto passa attraverso il prete. Ogni decisione, ogni iniziativa, ogni intuizione deve ricevere origine da lui. Il sacerdote diventa il centro operativo della parrocchia e gli altri progressivamente imparano a essere collaboratori delle sue attività.
Nel secondo caso il sacerdote resta realmente pastore e proprio per questo aiuta la comunità a scoprire di essere soggetto della missione.
Non rinuncia alla propria responsabilità. La esercita in modo ecclesiale.
Presbyterorum ordinis aveva già espresso questo principio con una lucidità che forse non abbiamo ancora assimilato del tutto. Il Concilio chiama i sacerdoti «fratelli tra fratelli» e, nello stesso tempo, riconosce la funzione insopprimibile che esercitano nel Popolo di Dio. Chiede loro di riconoscere sinceramente la dignità dei laici, ascoltarne l’esperienza e la competenza, discernere i carismi che lo Spirito suscita e favorirne lo sviluppo.
Non c’è alcuna diminuzione del sacerdozio in questa prospettiva.
C’è il suo esercizio maturo.
L’autorità del sacerdote si manifesta anche nella capacità di fare spazio alla grazia che non passa direttamente attraverso di lui.
Questo richiede una libertà interiore considerevole.
Un laico può possedere una competenza che il sacerdote non ha. Può avere un’intuizione pastorale valida. Una donna può percepire una necessità della comunità con una sensibilità che al parroco manca. Un giovane può proporre un linguaggio evangelizzatore più adatto ai propri coetanei. Una famiglia può conoscere dall’interno domande che un uomo celibe può comprendere soltanto attraverso l’ascolto.
Riconoscere tutto questo non significa rinunciare al discernimento pastorale.
Significa esercitarlo.
Il sacerdote non è chiamato a confermare automaticamente qualunque proposta. Deve discernere, orientare e qualche volta correggere. Per poterlo fare deve prima ascoltare.
Qui si comprende meglio anche il pericolo dei «condottieri solitari».
Il condottiero possiede un progetto e cerca persone che lo realizzino.
Il pastore riceve un popolo e cerca di riconoscere ciò che Dio sta già compiendo in esso.
La differenza sembra sottile. Nella vita concreta di una comunità diventa enorme.
Un sacerdote può essere generosissimo, lavorare senza misura e sacrificare ogni energia per la propria parrocchia, finendo comunque per costruire qualcosa che dipende eccessivamente dalla sua persona. Quando viene trasferito, una parte del sistema crolla. Il successore trova collaboratori abituati a chiedere continuamente indicazioni oppure persone talmente legate allo stile precedente da faticare a riconoscere un altro pastore.
Questo fenomeno dovrebbe interrogarci.
La qualità di un ministero non si misura soltanto da ciò che il sacerdote riesce a realizzare mentre è presente.
Si vede anche da ciò che continua a vivere quando lui se ne va.
Un vero pastore lascia persone più consapevoli del proprio Battesimo, comunità capaci di assumersi responsabilità e cristiani che hanno imparato a discernere la propria vocazione.
Lascia soprattutto una comunità più legata a Cristo di quanto fosse legata a lui.
È una forma di povertà sacerdotale molto esigente.
Richiede di accettare che alcuni frutti possano maturare senza portare il nostro nome.
In questo senso la formazione sacerdotale evocata da Leone XIV deve necessariamente immergere il futuro presbitero nella realtà del Popolo di Dio.
Il seminario non può diventare uno spazio nel quale si prepara una persona alla comunità tenendola troppo lontana dalla vita reale delle comunità.
Il Papa chiede che alla formazione contribuiscano sacerdoti, consacrati e fedeli laici, uomini e donne. Il futuro prete deve imparare già durante il cammino formativo che la Chiesa nella quale servirà è più grande del presbiterio e che il modo sacerdotale di guardarla non consiste nel porsi sopra di essa.
Questo non significa trasformare la formazione in una consultazione permanente nella quale chiunque decida sull’idoneità di un candidato.
Il discernimento vocazionale conserva responsabilità precise.
Significa però riconoscere che nessun sacerdote viene formato adeguatamente se impara soltanto a rapportarsi con altri sacerdoti.
Dovrà entrare nelle case, ascoltare famiglie, incontrare il dolore e il lavoro, conoscere le inquietudini dei giovani, imparare il linguaggio concreto con cui uomini e donne vivono la fede dentro le condizioni ordinarie dell’esistenza.
Solo così potrà esercitare il ministero senza guardare il popolo dall’esterno.
Anche qui il Vaticano II possiede una formula molto bella: i presbiteri sono presi fra gli uomini e costituiti in favore degli uomini, vivendo in mezzo a loro come fratelli.
La consacrazione non produce separazione dalla condizione umana.
La rende servizio.
Il sacerdote resta discepolo mentre è maestro, resta fratello mentre esercita la paternità pastorale, continua ad avere bisogno della grazia mentre celebra i sacramenti attraverso i quali quella grazia raggiunge gli altri.
Questa coscienza protegge dal clericalismo meglio di molte dichiarazioni sul clericalismo.
Il clericalismo nasce infatti quando il ministero viene trasformato in una posizione. Può assumere forme autoritarie evidenti, oppure manifestarsi più sottilmente quando il sacerdote ritiene indispensabile la propria presenza in ogni ambito della vita ecclesiale.
A volte diciamo che i laici devono assumersi maggiori responsabilità e continuiamo a controllare ogni centimetro dello spazio che concediamo loro.
Non è facile lasciare crescere qualcuno.
Significa accettare che possa fare bene qualcosa in modo diverso da come l’avremmo fatto noi.
La paternità spirituale autentica possiede anche questa capacità: desiderare che l’altro diventi pienamente ciò che Dio lo chiama a essere, senza trasformarlo in una copia del padre.
È forse questo il punto più bello del discorso di Leone XIV.
Il sacerdote non perde centralità perché riconosce i carismi degli altri. Ritrova la propria centralità vera: quella di Cristo che serve il Corpo perché ogni membro possa vivere secondo il dono ricevuto.
Il prete rimane necessario proprio perché il Popolo di Dio non è una somma di iniziative individuali. La comunione deve essere custodita, la Parola deve essere annunciata nella fede apostolica, l’Eucaristia deve essere celebrata e i carismi devono essere discerniti.
La presidenza ecclesiale esiste affinché la pluralità non diventi dispersione.
Ed è proprio una presidenza sicura della propria identità a non avere bisogno di soffocare la pluralità.
Forse allora possiamo comprendere insieme i due articoli di questi giorni.
Sacerdoti non si nasce. Si diventa sacerdoti mediante il sacramento dell’Ordine.
E si viene ordinati per un popolo che possiede già, attraverso il Battesimo e l’azione dello Spirito, una dignità e una missione che il sacerdote è chiamato a riconoscere, nutrire e custodire.
L’ordinazione non mette il prete davanti al Popolo di Dio come proprietario.
Lo colloca dentro quel popolo con una responsabilità che nessun altro può assumere al suo posto.
Per questo non abbiamo bisogno di condottieri solitari.
Abbiamo bisogno di sacerdoti abbastanza radicati in Cristo da non temere i doni degli altri, abbastanza consapevoli del sacramento ricevuto da non confondere l’autorità con l’occupazione dello spazio, capaci di guardare una comunità e riconoscere ciò che Dio vi ha già seminato.
Quando un sacerdote riesce a fare questo, il Popolo di Dio cresce.
E cresce anche lui, perché scopre ogni giorno che il ministero ricevuto diventa tanto più sacerdotale quanto più conduce gli altri a vivere pienamente il loro Battesimo.
Papa Leone XIV, Discorso del 25 luglio 2025
Concilio Vaticano II, Presbyterorum ordinis
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