Cari amici, negli ultimi tempi mi sono trovato spesso a scrivere di ecclesiologia, di Concilio Vaticano II, di Tradizione e di quelle tensioni che continuano ad attraversare la vita della Chiesa. Mentre rileggevo alcuni appunti preparati tempo fa, mi sono accorto che dietro molte di queste riflessioni esiste una storia personale che forse non ho mai raccontato abbastanza.
È la storia degli anni della mia formazione teologica alla Pontificia Università Lateranense.
Per me l’ecclesiologia non è nata anzitutto come argomento da studiare per superare un esame. È diventata progressivamente un modo di guardare la Chiesa, di comprenderne il mistero e anche di attraversarne le contraddizioni senza perdere il senso dell’appartenenza.
Tra le figure che più mi colpirono in quegli anni vi fu mons. Brunero Gherardini.
Chi ha conosciuto la teologia romana del Novecento sa quale posto abbia occupato. Fu ordinario di Ecclesiologia ed Ecumenismo alla Lateranense, dove insegnò per molti anni e fu anche decano della Facoltà di Teologia. Proveniva da una tradizione teologica molto precisa, legata alla grande scuola romana che aveva avuto tra i suoi protagonisti Pietro Parente, Antonio Piolanti e altri maestri della teologia preconciliare.
Io l’ho sempre percepito come uno degli ultimi grandi rappresentanti di quella scuola.
Aveva un modo rigoroso di pensare. Le parole teologiche dovevano avere un significato preciso; la Tradizione non poteva essere invocata in modo sentimentale; il rapporto tra il dato rivelato e la riflessione teologica chiedeva disciplina intellettuale. Anche quando si poteva dissentire dalle sue conclusioni, bisognava fare i conti con la serietà del metodo.
Ricordo in particolare la sua severità nei confronti della cosiddetta nouvelle théologie.
Gherardini guardava con grande sospetto ad alcune correnti che avevano segnato il rinnovamento teologico del Novecento e che sarebbero poi divenute importanti nella preparazione e nello svolgimento del Vaticano II. Henri de Lubac, Yves Congar e altri autori che oggi leggiamo come protagonisti fondamentali della teologia conciliare appartenevano a un mondo che la scuola romana osservava con molte riserve.
Quella severità faceva parte di una stagione precisa della teologia cattolica.
La controversia sulla nouvelle théologie aveva attraversato gli anni precedenti al Concilio e aveva conosciuto il momento più delicato intorno all’enciclica Humani generis di Pio XII. Il problema riguardava il metodo teologico, il rapporto con la filosofia moderna, il ritorno alle fonti patristiche e il modo di comprendere lo sviluppo della dottrina. Alcuni di quei teologi conobbero limitazioni e sospetti; pochi anni dopo Giovanni XXIII li avrebbe chiamati a partecipare al Vaticano II come esperti.
Questa vicenda mi ha insegnato nel tempo qualcosa che oggi considero decisivo.
Una controversia teologica va conosciuta prima di essere trasformata in un’etichetta.
Negli anni della formazione respiravo naturalmente il clima della scuola nella quale studiavo. Ho conservato una grande gratitudine per quel rigore. Mi ha insegnato a cercare la struttura teologica di un problema, a diffidare delle formule troppo facili e a chiedermi sempre quale concezione di Chiesa si nasconda dietro una scelta pastorale o un’affermazione apparentemente innocua.
Con il passare degli anni, però, lo studio e l’esperienza ecclesiale mi hanno obbligato anche ad allargare lo sguardo.
Ho imparato a leggere de Lubac e Congar senza identificarli semplicemente con il modernismo. Ho compreso meglio quanto il ritorno alla Scrittura e ai Padri abbia contribuito a restituire all’ecclesiologia una profondità che una certa manualistica aveva talvolta lasciato sullo sfondo. Ho visto come il Vaticano II abbia saputo raccogliere intuizioni provenienti da scuole differenti e ricondurle dentro il discernimento del Magistero.
Questo non ha cancellato ciò che avevo ricevuto alla Lateranense.
Lo ha fatto maturare.
Credo che sia una delle esperienze più belle che possano accadere nella formazione teologica: scoprire che essere fedeli a un maestro non significa ripeterne ogni giudizio, bensì custodire il metodo attraverso il quale ci ha insegnato a cercare la verità.
Da Gherardini ho ricevuto soprattutto il senso della serietà dell’ecclesiologia.
La Chiesa non è una realtà che possiamo ricostruire ogni volta secondo le esigenze del momento. Ci precede. Nasce dalla volontà di Cristo, vive della sua grazia, possiede una struttura sacramentale e apostolica che nessuna sociologia può spiegare interamente.
Questa convinzione è rimasta profondamente dentro di me.
Quando oggi sento parlare della Chiesa soltanto attraverso le categorie della partecipazione, del potere, dell’inclusione o della rappresentanza, avverto immediatamente che manca qualcosa. Sono parole che possono descrivere aspetti reali della vita ecclesiale, purché rimangano all’interno di un orizzonte più grande.
Prima di essere organizzazione, la Chiesa è mistero.
Questa parola, che il Vaticano II ha posto proprio all’inizio della Lumen gentium, permette anche di comprendere quanto l’ecclesiologia conciliare abbia sviluppato la riflessione precedente senza cancellarla.
L’ecclesiologia manualistica aveva insistito giustamente sulla visibilità della Chiesa, sulla sua struttura gerarchica, sulla successione apostolica e sul primato petrino. Era necessario farlo, soprattutto dopo secoli nei quali la Riforma protestante aveva contestato proprio alcuni di questi elementi.
Il Novecento ha progressivamente recuperato con maggiore forza altri aspetti presenti nella Tradizione: la Chiesa come Corpo di Cristo, Popolo di Dio, sacramento di salvezza e comunione.
Il Vaticano II non ha semplicemente sostituito una definizione con un’altra. Ha cercato di ricomporre dimensioni che appartengono allo stesso mistero.
È qui che, a distanza di tanti anni, sento di poter mettere insieme ciò che allora appariva talvolta contrapposto.
La scuola romana mi ha insegnato che la Chiesa possiede una forma ricevuta e che la verità non nasce dall’esperienza del momento. Il rinnovamento conciliare mi ha aiutato a vedere con maggiore profondità che quella forma serve un mistero vivente e che la Chiesa non può essere ridotta alla sola dimensione istituzionale.
Ho bisogno di entrambe queste lezioni.
Se dimentico la prima, rischio di trasformare la Chiesa in ciò che ogni generazione decide che debba diventare.
Se dimentico la seconda, rischio di contemplare soltanto la struttura e di perdere la vita che quella struttura è chiamata a custodire.
Forse proprio questa tensione spiega perché continuo a interessarmi tanto all’ecclesiologia.
Durante quegli anni si delineò anche per me la possibilità di un inserimento nell’insegnamento universitario dell’ecclesiologia. Il progetto, per decisioni legate alla mia Provincia religiosa, non ebbe seguito.
La vita prese altre strade.
Sono entrato nel ministero pastorale, ho conosciuto parrocchie e comunità, ho incontrato vescovi, sacerdoti e laici, ho attraversato momenti belli e stagioni ecclesiali più difficili. Quello studio, però, non è rimasto chiuso nei libri.
Molte volte mi sono accorto che ciò che avevo imparato tornava proprio quando bisognava comprendere una situazione concreta.
Che cosa significa veramente comunione?
Qual è il rapporto tra l’autorità e il Popolo di Dio?
Come distinguere la Tradizione da una semplice consuetudine storica?
Come può la Chiesa cambiare senza perdere la propria identità?
Che cosa appartiene alla sua costituzione divina e che cosa può essere riformato?
Sono domande di ecclesiologia. Sono anche domande che un sacerdote incontra continuamente nella vita pastorale.
Forse è questo che mi è rimasto più profondamente di quegli anni: la convinzione che la teologia, quando è autentica, non allontana dalla vita della Chiesa. Permette di abitarla con maggiore consapevolezza.
Anche la mia lettura di Gherardini è cambiata con il tempo.
Continuo a riconoscergli una statura teologica e una coerenza intellettuale che meritano rispetto. Negli ultimi anni della sua vita assunse posizioni molto critiche sul Vaticano II e sulla sua ricezione. Alcune delle sue conclusioni oggi non coincidono con le mie.
Questo non rende meno importante ciò che ho ricevuto.
Al contrario, mi aiuta a comprendere che un maestro vero continua a educare anche quando l’allievo arriva, attraverso il tempo e lo studio, a formulare giudizi differenti.
Gherardini stesso apparteneva a una scuola teologica che aveva attraversato il Concilio, ne aveva conosciuto le tensioni e aveva visto cambiare profondamente il panorama ecclesiale. La sua voce custodiva la memoria di quella tradizione romana che temeva, talvolta con ragioni fondate e talvolta con giudizi che la storia avrebbe ridimensionato, che il rinnovamento potesse trasformarsi in rottura.
Questa preoccupazione merita ancora ascolto.
Oggi sappiamo anche che il rinnovamento teologico del Novecento non può essere liquidato in blocco come cedimento alla modernità. De Lubac e Congar hanno dato alla Chiesa contributi che il Magistero stesso ha riconosciuto. Il Vaticano II ha ricevuto molto dal loro lavoro senza fare proprie tutte le posizioni nate nel grande laboratorio teologico del Novecento.
È precisamente qui che trovo ancora attuale la lezione più profonda della mia formazione.
La Chiesa vive di una Tradizione che non ha paura di pensare.
Ha bisogno di memoria perché non può ricominciare da se stessa. Ha bisogno anche di discernimento, perché la memoria cristiana non è la conservazione immobile di un momento storico.
Forse, se oggi riesco a guardare con una certa diffidenza sia le nostalgie che trasformano il passato in misura assoluta sia gli entusiasmi che trattano ogni novità come progresso, devo qualcosa anche a quelle aule della Lateranense.
E certamente devo qualcosa a mons. Brunero Gherardini.
Non perché mi abbia consegnato tutte le risposte che oggi darei.
Mi ha insegnato che sulla Chiesa non si pensa con leggerezza.
Dopo tanti anni di ministero continuo a considerarlo un insegnamento prezioso.
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