Quando si parla di devozione al Preziosissimo Sangue di Gesù, può nascere facilmente l’impressione di trovarsi davanti a una delle molte forme attraverso le quali la pietà cristiana ha imparato, nel corso dei secoli, a contemplare il mistero di Cristo. Il linguaggio stesso della devozione sembra suggerire qualcosa che si aggiunge alla fede comune: una particolare sensibilità spirituale, cara ad alcuni santi e successivamente divenuta il patrimonio di congregazioni religiose, confraternite e associazioni.
Per comprendere davvero questa spiritualità occorre partire da un punto più profondo, perché il Sangue di Cristo appartiene al cuore stesso dell’annuncio cristiano. La Scrittura lo colloca dentro il mistero dell’Alleanza, della Pasqua e della redenzione; la liturgia lo riconosce nel sacrificio eucaristico; la vita sacramentale della Chiesa nasce dalla Pasqua del Signore e conduce continuamente a essa. Quando san Pietro ricorda ai cristiani che sono stati liberati dalla loro condotta precedente «con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia», non sta proponendo una particolare devozione, bensì sta annunciando ciò che Dio ha compiuto per loro.
Questa precedenza teologica è decisiva anche per comprendere l’esperienza di san Gaspare del Bufalo. Il Fondatore dei Missionari del Preziosissimo Sangue non ha preso un elemento marginale della tradizione cristiana per farne il segno distintivo di una nuova famiglia religiosa. Ha riconosciuto nel Sangue del Redentore una sintesi capace di tenere insieme ciò che costituisce la vita cristiana: l’amore di Dio che cerca l’uomo, la gravità del peccato, la misericordia che riconcilia, il valore incomparabile di ogni persona e l’urgenza della missione.
Per questo il Sangue di Cristo va contemplato anzitutto dentro la persona del Figlio. Separato da Lui, diventerebbe un simbolo religioso incomprensibile e potrebbe persino assumere tonalità estranee alla sensibilità evangelica. Il Sangue è prezioso perché è il Sangue di Cristo, Verbo incarnato, e manifesta nella concretezza del corpo ciò che l’intera vicenda di Gesù rivela: Dio ha amato l’uomo entrando realmente nella sua storia e ha portato questo amore fino alla consegna di sé.
Nel linguaggio biblico il sangue è legato alla vita. Parlare del Sangue versato significa quindi parlare della vita donata. Sul Calvario non assistiamo alla celebrazione religiosa della sofferenza e neppure alla glorificazione della violenza subita da Gesù. Contempliamo il Figlio che porta fino al compimento l’obbedienza al Padre e l’amore per gli uomini, trasformando ciò che gli viene inflitto in offerta di sé. È dentro questa libertà del Figlio che la Croce diventa redentrice.
Anche il linguaggio tradizionale del «prezzo» deve essere compreso a partire da qui. Dire che siamo stati riscattati a prezzo del Sangue di Cristo non significa introdurre nel cuore di Dio una contabilità nella quale il Padre esigerebbe una sofferenza proporzionata al peccato prima di concedere il perdono. È il Dio trinitario che prende l’iniziativa della salvezza: il Padre dona il Figlio, il Figlio consegna se stesso e lo Spirito rende presente nella Chiesa questa offerta che riconcilia. Il prezzo indica allora la misura dell’amore con cui siamo stati cercati e, nello stesso tempo, rivela il valore della persona che Dio ha voluto redimere.
Qui si trova una delle intuizioni più feconde della tradizione legata a san Gaspare. Se un uomo è stato amato fino al Sangue, nessuna vita umana può essere considerata insignificante. La dignità della persona precede la sua utilità sociale, la sua condizione morale, la sua salute, la sua riuscita e perfino il giudizio che essa ha costruito su se stessa. Lo sguardo cristiano incontra nell’altro qualcuno per il quale Cristo ha dato la vita.
Da questa convinzione nasce la missione.
San Gaspare visse in un’epoca ferita dalle conseguenze della Rivoluzione, dalle guerre napoleoniche, dalla violenza diffusa in alcune regioni dello Stato Pontificio e da una grave povertà religiosa. La contemplazione del Sangue non lo condusse lontano da questa storia. Lo spinse dentro di essa. Le missioni popolari, la predicazione, l’ascolto delle coscienze e l’opera di riconciliazione divennero il modo concreto attraverso il quale la redenzione contemplata poteva raggiungere uomini reali.
Giovanni Paolo II ha espresso con particolare efficacia questo rapporto ricordando che, per san Gaspare, il mistero del Sangue divenne «la luce del suo spirito e la forza della sua azione apostolica». Le due dimensioni non possono essere separate senza impoverire il carisma. Una spiritualità che contemplasse il Sangue e perdesse lo zelo per le anime diventerebbe facilmente devozionismo; una missione che dimenticasse la sorgente redentiva rischierebbe di ridursi ad attivismo religioso. Nel carisma gaspariano la contemplazione genera la missione, mentre la missione riconduce continuamente alla sorgente dalla quale riceve la propria forza.
Questa unità appare anche nella tradizione che precede e accompagna san Gaspare. Gli studi storici permettono oggi di guardare con maggiore attenzione al ruolo di san Vincenzo Maria Strambi e di mons. Gaetano Bonanni nella diffusione della spiritualità del Preziosissimo Sangue. Le testimonianze raccolte per la causa di Strambi mostrano quanto fosse profonda la sua devozione alla Passione e al Sangue del Signore e ricordano il suo contributo alla preparazione di un testo destinato a diffonderne la meditazione. La successiva elaborazione attribuita a Bonanni sviluppa il mistero lungo un intero mese e ne contempla gli effetti nella vita cristiana, nella lotta contro il peccato, nei sacramenti, nella perseveranza e nell’offerta eucaristica.
Questo dato storico è interessante perché ci aiuta a liberarci da una lettura troppo semplice delle origini. Il carisma non nasce come un’invenzione improvvisa attribuibile a un solo uomo; matura dentro un ambiente ecclesiale nel quale persone differenti ricevono e approfondiscono la stessa intuizione, fino a quando in san Gaspare essa assume una forma missionaria capace di generare una famiglia spirituale.
Con il beato Giovanni Merlini questa eredità viene ulteriormente interiorizzata. Il Sangue di Cristo diventa principio di riforma dell’uomo e della Chiesa, criterio attraverso il quale leggere l’obbedienza, la Croce, la pace del cuore e l’apostolato. Nella relazione spirituale con santa Maria De Mattias la stessa sorgente assume una particolare forza educativa e apostolica: chi scopre il «prezzo inestimabile» del proprio riscatto viene chiamato a riconoscere quella stessa dignità negli altri e a spendersi perché ogni persona possa incontrare l’amore che l’ha redenta.
In questo modo comprendiamo perché la spiritualità del Preziosissimo Sangue non possa essere ridotta al mese di luglio, alle litanie o ad alcune pratiche care alla nostra tradizione. Tutto questo possiede valore e custodisce una memoria preziosa, purché continui a condurre al mistero dal quale è nato.
Anche l’Eucaristia assume, in questa luce, un’importanza decisiva. Nel calice non ricordiamo semplicemente un Sangue versato in un avvenimento lontano. La Chiesa celebra sacramentalmente l’unico sacrificio pasquale di Cristo e viene introdotta nella sua offerta. Quel Sangue che ha riconciliato l’uomo con Dio diventa bevanda di salvezza e forma lentamente un popolo riconciliato.
Per un Missionario del Preziosissimo Sangue questa realtà tocca direttamente l’identità sacerdotale e apostolica. Celebrare l’Eucaristia, predicare la redenzione e portare nel nome il Sangue di Cristo chiedono una vita che si lasci progressivamente assumere dalla stessa logica dell’offerta. Il carisma non è pienamente espresso da ciò che diciamo sul Sangue; diventa credibile quando il modo di vivere lascia intravedere qualcosa dell’amore che quel Sangue manifesta.
Da qui nasce anche il rapporto con la riconciliazione. Papa Francesco, incontrando nel 2018 le Famiglie del Preziosissimo Sangue, ricordava che san Gaspare seppe portare riconciliazione e pace andando incontro alle necessità spirituali e materiali delle persone più fragili. È un’indicazione che conserva tutta la propria attualità. La memoria del Sangue versato da Cristo diventa contraddittoria quando alimenta durezza, divisione o disprezzo. Chi contempla il prezzo della riconciliazione ricevuta scopre di essere chiamato a diventare, dentro le proprie possibilità, uomo di riconciliazione.
La riparazione stessa può essere riletta dentro questa prospettiva. Nella nostra tradizione essa non dovrebbe essere compresa come il tentativo di aggiungere qualcosa all’unica e perfetta offerta di Cristo. Nasce piuttosto dal desiderio di rispondere all’amore ricevuto, lasciando che ciò che il peccato ha deformato venga ricondotto alla comunione. Riparare significa permettere alla redenzione di entrare nelle ferite concrete della vita, assumendosi la responsabilità della riconciliazione e opponendo alla logica del peccato una vita consegnata.
Forse proprio qui la spiritualità del Preziosissimo Sangue mostra la sua sorprendente attualità. Viviamo in una cultura che parla continuamente di valore e che, nello stesso tempo, misura spesso la persona sulla base dell’efficienza, del consenso, della produttività o della capacità di affermarsi. Il Sangue di Cristo introduce un’altra misura: l’uomo vale quanto Dio ha mostrato di amarlo.
Non si tratta di una formula destinata a consolare. Da questa convinzione discendono conseguenze molto concrete nel modo di guardare il povero, il peccatore, la persona ferita, chi ha sbagliato, chi è considerato inutile e anche colui con il quale non riusciamo più a riconciliarci. Se Cristo ha versato il proprio Sangue per l’uomo, il cristiano non può incontrare una vita umana senza riconoscervi qualcosa di quel prezzo.
È per questo che Giovanni Paolo II poteva affermare che la spiritualità di san Gaspare è «realmente al cuore della vita cristiana». Essa non aggiunge un mistero nuovo al Vangelo e non costruisce una piccola regione spirituale riservata a chi appartiene alla nostra famiglia religiosa. Conduce dentro la Pasqua di Cristo e aiuta a guardarla attraverso il segno concreto della vita versata.
Dopo tanti anni trascorsi dentro questa famiglia missionaria, credo che sia proprio questo ciò che dobbiamo continuare a custodire. Il Sangue di Cristo non ci appartiene. Siamo noi ad appartenere al mistero che esso annuncia. La nostra storia, le nostre case, le nostre opere e perfino il nome che portiamo hanno senso nella misura in cui aiutano la Chiesa a riconoscere ancora, dentro il tempo presente, la forza della redenzione.
Tornare al Preziosissimo Sangue significa allora tornare a Cristo e lasciarsi raggiungere nuovamente dalla misura del suo amore, perché da quella sorgente possa rinascere anche la missione.
Riferimenti essenziali
Sacra Scrittura: Es 12; Mt 26,27-28; Gv 19,34; Rm 3,23-25; 1Cor 10,16; Ef 1,7; Col 1,19-20; Eb 9-10; 1Pt 1,18-19; Ap 7,14.
San Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al XV Capitolo generale dei Missionari del Preziosissimo Sangue, 19 ottobre 1989.
Michele Colagiovanni, studi su mons. Gaetano Bonanni e sulle origini della spiritualità del Preziosissimo Sangue.
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